Studente romano di scienze politiche, appassionato di economia, serie TV, politica, soprattutto statunitense, e scrittura. La fusione delle ultime due ha portato alla collaborazione con il Prosperous Network.

Il 14 febbraio 2018, il giorno di San Valentino, gli Stati Uniti sono stati sconvolti dall’ennesima sparatoria in una scuola superiore: Nikolas Cruz, un ragazzo di 19 anni, è entrato nella Marjory Stoneman Douglas High School, scuola di Parkland (Florida) dalla quale era stato recentemente espulso per motivi disciplinari, ed ha fatto fuoco contro i suoi ex compagni. Il bilancio delle vittime, apparso sin da subito drammatico, parla di 17 morti e 15 feriti, e ha reso questo massacro uno  dei dieci più letali nella storia americana (peggiore addirittura di eventi tragicamente famosi come quello della Columbine High School, nel 1999). Stando a quanto emerso in seguito, il ragazzo era stata espulso da molte scuole e non poteva recarsi alla Douglas High School con uno zaino perché era ritenuto pericoloso; il provvedimento era stato preso a seguito delle minacce rivolte da Cruz ad altri studenti.
Inizialmente, le reazioni successive alla vicenda sembravano essere molto simili a quelle relative ad altre uccisioni di massa all’interno di un edificio scolastico: cordoglio, preghiere per le vittime, richieste di azione e cambiamento che, spesso e volentieri, venivano dimenticate molto presto ed erano destinate, dunque, a cadere nel vuoto. Col passare dei giorni, però, si è assistito ad una forte rottura con il passato: la vicenda, infatti, non è lentamente finita in secondo piano, anzi, ha assunto un’importanza sempre maggiore, grazie anche ad alcuni studenti superstiti, i quali hanno avuto modo di far sentire la propria voce in modo molto più forte ed estensivo rispetto al passato, sia grazie ai social media che grazie ai media tradizionali, ossia televisioni e giornali.

Le reazioni della politica

Non poteva mancare, ovviamente, il commento da parte del Congresso e della Casa Bianca: in particolare, è interessante concentrarsi su una figura, ossia  Marco Rubio, senatore repubblicano della Florida da sette anni (nonché avversario del tycoon newyorkese alle scorse primarie repubblicane). Rubio, infatti, poco dopo la strage di Sandy Hook (2013), votò contro una legge che avrebbe bandito le armi d’assalto e, in generale, è piuttosto contrario a nuove leggi sulla regolamentazione del porto d’armi. Per questo motivo, il 16 febbraio, tre cartelloni, in stile “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, sono stati piazzati vicino all’ufficio del senatore, nella città di Doral. Il contenuto dei cartelloni è molto chiaro:  “Slaughtered in school” “And still no gun control?” “How come, Marco Rubio?”, ossia “Massacrati all’interno di una scuola, e ancora nessun controllo sulle armi? Come mai, Marco Rubio?”

Ulteriori proteste contro il senatore repubblicano sono avvenute il giorno seguente: il 17 febbraio, infatti, un aeroplano con la scritta “Shame on you, Marco Rubio & NRA” ha sorvolato Miami Beach. Di fronte ad un clima così teso, e con la sua popolarità ai minimi storici, si sarebbe potuto pensare ad un Rubio piuttosto in sordina, in attesa di un raffreddamento degli animi; invece, piuttosto a sorpresa, egli ha accettato l’invito della CNN a partecipare ad una town hall dove sarebbero stati presenti, tra gli altri, alcuni dei ragazzi sopravvissuti e i genitori delle vittime. Sebbene le town hall siano estremamente popolari negli Stati Uniti, non è una rarità che, in caso di situazione particolarmente tesa, i parlamentari evitino di confrontarsi direttamente con la popolazione (inoltre, come fatto sapere dalla stessa CNN, sia il Governatore della Florida, Rick Scott, che il Presidente, Donald Trump, hanno declinato l’invito).
La serata è andata come era facile immaginarsi: in varie occasioni, Rubio è stato fischiato dalla folla, soprattutto quando, rispondendo alla domanda di uno dei sopravvissuti, Cameron Kasky, ha affermato che continuerà a ricevere finanziamenti dall’NRA; inoltre, ha detto che, se fosse convinto che la messa al bando delle armi d’assalto avrebbe evitato quanto successo a Parkland, la supporterebbe, ma non pensa che sia così (il passaggio lo potete trovare a questo link, a partire da 0:35). Gli animi si sono un po’ calmati quando si è detto in disaccordo con Trump a proposito dell’armare gli insegnanti (cosa resa ancora più improbabile dopo quanto accaduto in Georgia, dove un insegnante si è barricato in classe e ha esploso un colpo di pistola, fortunatamente senza indirizzarlo verso qualche alunno) e si è espresso in favore dell’innalzamento dell’età minima per acquistare un fucile (da 18 a 21 anni).

Sebbene in disaccordo sulla questione degli insegnanti, i due hanno espresso opinioni simili a riguardo di un’altra delle proposte circolate in questi giorni, ossia applicare a livello federale una legge già in vigore in California e in Oregon; questa legge consiste nella possibilità, per qualunque cittadino, di rivolgersi alle autorità per togliere il porto d’armi ad una terza persona. Questa proposta, però, ha già incontrato l’opposizione di buona parte del GOP; quello che si contesta di più, in particolare, è l’ordine in cui i vari passaggi si dovrebbero svolgere: il soggetto “vittima” di questo procedimento, infatti, potrebbe appellarsi in tribunale solo dopo l’eventuale privazione del porto d’armi. Ciò è sottolineato dal tweet di uno degli esponenti dell’area più libertaria, Rand Paul.

I fondamenti giuridici della contesa

La discussione sul piano politico affonda le sue radici, ovviamente, nel piano giuridico. Il “Diritto alle Armi” o, meglio, il “Right to keep and bear arms” nell’ordinamento statunitense si basa (come è noto) sul Secondo Emendamento alla Carta Costituzionale entrata in vigore nel 1789. Esso quindi non era presente nel testo originario ma è stato aggiunto alla Costituzione successivamente, nel 1791. Fa parte della Bill Of Rights”: l’insieme dei primi 10 emendamenti aggiunto alla US Constitution (USC) negli anni immediatamente successivi al 1789. In particolare, insieme all’articolo 1 e al 3, esso compone il trittico detto “Safeguards of liberty”. Viene scritto in un periodo storico particolare per gli USA, cioè subito dopo l’ottenuta indipendenza. Durante gli anni della rivoluzione infatti il Governo Britannico operò il sequestro delle armi dalle case dei coloni per cercare di sottrargli mezzi con cui ribellarsi. Con ciò si sedimenta nella mente dell’America l’idea che per una effettiva tutela della propria libertà occorra possedere un’arma.

Ma capiamo in che cosa consista questo Emendamento.

Il Secondo emendamento

ING: A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.”

ITA: “Essendo una Milizia ben organizzata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto del popolo a possedere e portare armi non sarà infranto”.

Il diritto qui garantito è stato esaminato sotto due diverse prospettive:

  1. A) La “State’s right view”: che si sofferma sulle parole “Milizia ben organizzata” e ne trae che sia lo Stato ad essere titolare di questo diritto, in modo esclusivo o (al massimo) insieme ai cittadini, solo qualora questi si arruolino.
  2. B) La “Individual’s right view”: che invece presta più attenzione alle parole “Diritto del popolo”, facendone discendere la titolarità rispetto a ogni cittadino.

Per lungo tempo la Suprema Corte degli SU ha sostenuto la State’s right View, ritenendo che lo scopo del Secondo Emendamento fosse tutelare non un diritto privato ma un diritto collettivo di difesa della libertà di tutti da un Governo esterno oppressore. La situazione si ribalta però nel 2008, quando la Suprema Corte (Sentenza Columbio c. Heller) ritiene che il secondo emendamento tuteli un diritto individuale, aderendo così alla Individual’s right view. Da qui, secondo me, si segna il punto d’inversione del positivo trend di disarmamento delle famiglie americane.

Dopo il grande incremento di detentori di armi di fuoco negli anni 60 (che porta nel ’73 una famiglia americana su due ad avere una pistola in casa), il fenomeno si era ridotto fino al 2010 (quando una famiglia su tre aveva una pistola). Da qui c’è l’inversione di tendenza che torna a far salire la stessa stima negli ultimi anni (Fonte: The New Yorker). Tra le altre cause, il Congresso degli USA che, perduto l’appoggio della Corte Suprema, ha una minore legittimazione a imporre vincoli all’armamento del cittadino.


Le (poche?) restrizioni

Al giorno d’oggi, si sa, ottenere un’arma da fuoco negli Stati Uniti non è difficile. Il problema principale, per me, sta nel fatto che sono richiesti solamente una serie di requisiti personali e non invece un qualche tipo di autorizzazione da parte dello Stato. Mi spiego meglio.

Ciò che viene richiesto al cittadino che intenda comprare shotguns, rifles o handguns è:

1)Minimo di età: 18 anni per fucili e 21 per le pistole.

2)Status personale: cittadino o possessore della Green Card.

3)Fedina penale: non ci devono essere processi pendenti che possano portare ad un anno di prigione e non si deve mai aver subito simile condanna. Non si deve essere latitanti.

4)Condizione mentale: non si deve, al momento della richiesta, essere ospiti di una “mental institution” o essere utilizzatori abituali di sostanze stupefacenti.

Adesso, se io domandassi al lettore “potresti tu, avendo solo queste restrizioni, chiudere questo articolo, uscire di casa e comprare un’arma?” sono certo che la maggior parte delle risposte sarebbe “sì”.

Attenzione però: queste sono solo le limitazioni comuni ai 50 stati. Tuttavia, tendenzialmente, il singolo stato federato non vuole porre ulteriori requisiti per evitare una violazione del diritto che discende proprio dal Secondo Emendamento. Infatti si potrebbe opporre che la richiesta di documenti o ulteriori requisiti renda difficile l’attuazione di un diritto che dovrebbe invece essere assoluto. Che cioè tale diritto sia tutelato solo formalmente ma non, di fatto, liberamente esercitabile. Così, le limitazioni dei singoli stati si risolvono generalmente in: obbligo di acquisto di sicura, periodi di attesa per un background-check e raramente documentazioni aggiuntive.

Tuttavia, a rendere più difficile qui l’ottenimento di un’arma è proprio la richiesta di un’autorizzazione da parte dello Stato (la licenza di porto d’armi) o un nulla osta all’acquisto del Questore. Cioè non si richiede solo l’ottenimento di requisiti personali ma serve che lo Stato si attivi per permettere o impedire l’armamento del cittadino.

Negli Stati Uniti non è, invece, richiesta alcuna autorizzazione federale e solo alcuni Stati richiedono che sia presentata una licenza all’acquisto (Fonte: NRAILA.org).

Cosa accadrà

Bisognerà vedere, quindi, quali saranno i cambiamenti nel prossimo futuro, sia dal punto di vista strettamente politico, che da quello sociale. Non è un segreto, infatti, che molte aziende abbiano tagliato i ponti, negli ultimi giorni, con la National Rifle Association (meglio conosciuta come NRA), la potente organizzazione fondata nel 1871 da Ulysses S. Grant. La motivazione dietro questa serie di abbandoni può essere trovata nella convinzione, comune a buona parte dell’opinione pubblica, che l’NRA non debba più proteggere il diritto a possedere armi come quella usata da Nikolas Cruz (che ha usato un AR-15). A peggiorare le situazione ci ha pensato, inoltre, Wayne LaPierre, vicepresidente dell’NRA, che, in un discorso in Maryland, si è scagliato duramente contro gli oppositori alla sua lobby, definendoli socialisti che odiano le libertà individuali. Questo, e altri passaggi particolarmente sopra le righe, non hanno certo contribuito alla sua causa.
Al di là dei problemi dell’NRA, si possono segnalare alcune azioni prese da varie compagnie: Dick’s Sporting Goods, infatti, smetterà di vendere armi d’assalto, mentre Walmart ha alzato l’età minima per acquistare armi e munizioni a 21 anni. In attesa del Congresso, qualcosa, forse, sta cambiando davvero.

In collaborazione con Emanuele Toma, rubrica #ProsperIus