A ben 54 giorni dall’avvio dell’operazione turca su territorio siriano, nome in codice “Ramo d’Ulivo”, la situazione sembra essere giunta ad un punto cardine.

Partiamo tuttavia per gradi.

Attorno al 20 Gennaio le forze turche hanno iniziato a penetrare nella provincia settentrionale siriana: per il Presidente Recep Tayyip Erdogan lo scopo è quello di “eliminare ogni gruppo terroristico ancora esistente nell’area confinante con lo Stato turco, proteggere i confini della Turchia, neutralizzare i combattenti curdi siriani (PKK/KCK/PYD-YPG) nell’enclave di Afrin e salvare la popolazione locale da pressioni e oppressione”.

Secondo il comunicato rilasciato dall’esercito turco inoltre l’offensiva è un esercizio di legittima autodifesa che rientra all’interno del diritto internazionale, concretizzato nella creazione di una “safe zone” di 30 kilometri al di là del confine turco-siriano.

Eventi principali

In breve tempo Erdogan è quindi riuscito ad assicurarsi il sostegno dei miliziani del TFSA (Turkish Free Syrian Army, ossia le forze ribelli siriane supportate dai turchi) e gran parte delle conquiste sono state conseguite per merito (o demerito: sta al lettore stabilire chi supportare) dei suddetti gruppi ribelli, ai quali, col passare del tempo, hanno preso parte altre formazioni locali, tra le quali anche Sham Legion.

Sebbene inizialmente gli YPG e YPJ (rispettivamente Yekineyen Parastina Gel, traducibile come Unità di Protezione Popolare, e Yekineyen Parastina Jin, cioè Unità di Protezione delle Donne) fossero riusciti a contrastare l’avanzata delle diverse unità turche e ribelli, in breve tempo la situazione è andata via via deteriorandosi: forti del supporto aereo (che nel momento in cui scrivo sta bersagliando la città di Afrin numerose volte), e della superiorità numerica, le armate del Sultano sono riuscite a penetrare all’interno del cantone, precedentemente liberato dalla presenza dell’Isis nel 2016 grazie all’intervento delle SDF, attaccando da nord, sud, est e ovest.
Le maggiori città del distretto (Bulbul, Jinderes, Sharran, Sheikh Hadid e Rajo) sono tutte cadute nelle mani dell’esercito turco senza colpo sparare – o quasi – e Afrin sembra essere circondata.

Cartina aggiornata al 14 Marzo 2018.

 

I colpi di scena

Numerosi sono stati gli eventi improvvisi, e in qualche modo sorprendenti, verificatisi a partire dall’avvio dell’operazione Ramoscello d’Ulivo. Qui ci limitiamo a menzionare solo quelli fondamentali, senza ambire ad una completa copertura di quanto accaduto nell’arco di due mesi.

Occorre innanzitutto far riferimento alle relazioni USA-Turchia, fortemente deterioratesi a seguito della suddetta operazione. La ragione che spiega le molte concessioni fatte ad Erdogan dagli Stati Uniti è da individuare nel tentativo estremo di non perdere un alleato, o presunto tale, locato in una posizione particolarmente strategica in questo momento storico della regione.
Il Presidente Turco tuttavia comprende appieno queste dinamiche e se ne serve, ordendo relazioni d’opportunità tra gli Usa di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin, al fine di conseguire tutti gli obiettivi propostisi.

È poi necessario prestare attenzione al fatto che l’esercito ribelle ha istituito un gruppo di combattenti donne, cosa che non era mai stata vista in 7 anni di guerra civile. Non vi sono dubbi tuttavia sul fatto che la manovra in questione abbia un scopo puramente propagandistico dal momento che tale unità di sole donne non è mai stata impiegata sul campo di battaglia. Probabilmente l’ambizione è stata quella di fornire un modello alternativo alle YPJ, le donne che combattono concretamente sotto l’egida curda.

Reparto di sole donne negli FSA.

Altro elemento ancora sorprendente riguarda i gruppi che hanno preso parte agli scontri: se infatti pensiamo agli FSA come un insieme omogeneo di gruppi di etnica araba, ci sbagliamo profondamente. È infatti emerso nel corso degli scontri che alcuni assembramenti curdi, diversamente dalle aspettative, si sono schierati contro gli YPG di Afrin, decidendo di assistere il governo di Ankara nella lotta.

Dall’altro lato invece, alcuni gruppi a maggioranza araba parte delle SDF (Syrian Democratic Forces) hanno deciso di schierarsi a fianco dei curdi e di combattere i gruppi ribelli filo-turchi.

Inoltre, in materia di rapporti internazionali, non vi è dubbio che sia aumentato lo scetticismo reciproco tra Turchia e Iran dal momento che quest’ultimo si è impegnato a fornire veicoli e munizioni (soprattutto missili ATGM anti-tank guided missile) ai curdi al fine di ostacolare, seppure invano, l’avanzata del governo di Ankara in territorio siriano.

Infine, un insieme di milizie filo-Assad a prevalenza iraniana ha ricevuto l’incarico di supportare le truppe curde. Mentre nei primi giorni questa manovra era stata accolta con sentimenti di gioia e manifestazioni festose da parte della popolazione di Afrin, col passare dei giorni, dal momento che queste ultime non dispongono di armamenti pesanti, è sempre più emersa la loro incapacità nel fornire un sostegno adeguato, risultando anzi in alcuni casi d’intralcio ai movimenti degli YPG.

Conseguenze

In tutti i paesi occidentali la popolazione ha iniziato a manifestare un senso di interesse e curiosità nei confronti dei curdi che si trovano ad Afrin, costretti a combattere con vecchi AK-47 rugginosi contro il secondo esercito per dimensioni della NATO: dall’Islanda all’Italia, dagli Stati Uniti alla Svezia, numerosissimi sono stati i manifestanti scesi in piazza a protestare contro la “dittatura di Erdogan”, sventolando bandiere gialle e verdi.

Manifestazione a Milano in sostegno del popolo curdo

Il mondo ha anche appreso, principalmente grazie ai social network, che questo scontro, seppur ristretto a pochi km² ha dimensioni ben più grandi: volontari da tutte le aree del globo infatti hanno deciso di impugnare le armi per sostenere l’unico esperimento democratico che sia scaturito dalla rivoluzione araba del 2011.
Nel Rojava infatti donne e uomini di tutte le confessioni religiose e di molteplici etnie hanno trovato modo di convivere pacificamente, mostrando quindi che una coesistenza pacifica è raggiungibile anche in un paese martoriato da un conflitto etnico-settario che si protrae da ormai 7 anni.

Alcuni dei combattenti volontari internazionali negli YPG.

 

Scenari futuri

Sebbene i proclami di Ankara annuncino futuri scontri in direzione di Manbij (dove si trovano forze americane), non è possibile pensare che gli Stati Uniti non ambiscano a porre un freno alle ambizioni del presidente turco: no è infatti possibile pensare agli USA come a una potenza remissiva, incapace di sviluppare una politica in una tale situazione.
È possibile infatti credere, se non auspicare, che Trump ed Erdogan giungano presto ad un accordo, necessario del resto per non produrre un ulteriore conflitto in un’area ormai pacificata da più di un anno.

È infine ipotizzabile che saranno dislocate forze del governo di Damasco nei pressi delle aree conquistate dai ribelli assieme alle forze turche al fine di contenere in maniera più efficace ogni eventuale manovra offensiva ed espansiva da parte di Erdogan: il precedente invio di milizie NDF (National Defence Forces), non sembra aver avuto alcun impatto sullo svolgimento del conflitto dal momento che fino ad ora non si sono dimostrate particolarmente rilevanti.

Articolo di MrKyruer, editato da Matteo Manera.

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