Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

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La sera del 20 maggio 2015, diciassette milioni di americani erano sintonizzati su CBS per assistere ad un evento imperdibile, la fine di un’era e di un mito: quella sera, dopo trent’anni di carriera, David Letterman, accompagnato dalle note di Everlong dei Foo Fighters (la sua canzone preferita), lasciava la conduzione del Late Show.

Molte le emozioni e le lacrime per quello che sembrava l’addio di un pilastro della televisione, capace di rinnovarsi nel corso degli anni, di lasciare un’enorme eredità ed imprimere la sua influenza su tutti i Talk Show del globo; si pensi, a tal proposito, al nostro amato ma scomparso Daniele Luttazzi, che dal format di Letterman ha preso tanto, forse troppo.

David da quella sera è diventato a tempo pieno un padre e un marito. Ha fatto viaggi, ha pescato con suo figlio, ha avuto un riconoscimento dal Kennedy Center e soprattutto si è fatto crescere una barba da record. “Ho un tipo di look molto spaventoso e me lo godo” dice. “Vedo che la gente è contraria, ma più persone mi implorano di tagliarla, più è forte il mio impegno a non rasarmi”.

Nessuno si sarebbe immaginato di rivederlo in televisione. Poi, nell’agosto scorso, sono venute fuori le prime indiscrezioni. Cinque mesi dopo, Il 5 gennaio, Netflix ha caricato questo video su Youtube.

Letterman, con il suo solito sorrisino questa volta nascosto dalla barba, è tornato.

My Next Guest Needs No Introduction

Il tanto inaspettato ritorno è avvenuto il 12 gennaio e il suo primo ospite è stato Barack Obama. Prima della sua uscita però, molte domande aleggiavano nelle menti dei fedeli adepti di Letterman: “sarà in grado di non imitare il suo Late Show che ora con Stephen Colbert sta andando bene?”, “Non si dimostrerà un’operazione puramente commerciale targata Netflix?” e soprattutto “abbiamo ancora bisogno di David Letterman?”.

Potete stare tranquilli: dopo 60 minuti di grande televisione (sul web), i dubbi svaniscono nel nulla e vengono sostituiti dalla sensazione di aver ritrovato un vecchio amico, che è ovviamente cambiato, ma che non ha perso nulla in qualità.

Changes

L’amico, come dicevo, è cambiato. Tanto per cominciare lo show non sarà giornaliero, come era invece la sua creatura primordiale, ma mensile. Le puntate inoltre saranno soltanto sei: il già citato Obama ha aperto le danze, dopo di lui ci saranno George Clooney, Jay Z, Tina Fey, Howard Stern, e Malala Yousafzai. Come noterete la varietà non manca di certo.  Ma parliamo un po’ più approfonditamente del primo episodio.

Le differenze con il Late Show sono abissali. Niente scenografia, niente band (e quindi niente Paul Shaffer), niente monologo d’apertura e niente scrivania. Soltanto due poltrone di pelle nera si ergono nel palco deserto del Marian Anderson Theatre di New York.

Quello che conta però sono le persone sedute su di esse e quello che hanno da raccontarci. La discussione tra Letterman e Obama spazia dalla famiglia, al futuro degli Stati Uniti, passando per il problema tristemente sempre più attuale del razzismo. Con il passare dei minuti ci accorgiamo che il cambiamento del conduttore non è solo esteriore: la conversazione, intima e sentita da entrambi i protagonisti, è diversa da qualsiasi altra avuta nella trasmissione della CBS. Che si tratti di un aneddoto, come quello dell’ex presidente che impiega mezz’ora per montare una lampada destinata a sua figlia in partenza per il college, o di un argomento complicato quale l’interferenza dei governi stranieri sulle elezioni, il dialogo ha l’aspetto di quello tra amici di lunga data, entrambi uscenti da un’avventura estenuante ma ricca di soddisfazioni.

David riesce sempre a mantenere un livello partecipazione altissimo. Trentatré anni di esperienza, d’altro canto, non sono pochi.

Bloody Sunday

La conversazione è intervallata da spezzoni video in cui Letterman cammina sull’Edmund Pettus Bridge in compagnia di John Lewis, storico sostenitore dei diritti degli afroamericani che nel 1965, attraversando quello stesso ponte in compagnia di Martin Luther King e altri 600 attivisti, fu picchiato violentemente da un poliziotto.

In questi frammenti Lewis parla dei risultati, delle lotte e delle paure di un movimento che ancora oggi sta lottando per ottenere ciò che umanamente spetta agli americani di colore. Si ricorda ovviamente Luther King e ci si chiede se, senza di lui, sarebbe stato possibile vedere come quarantaquattresimo presidente della storia degli USA un nero.

Tutto ciò diventa motivo di un ulteriore discesa nell’interiorità di Letterman e di ognuno degli spettatori: tornando in studio con le immagini, il conduttore si interroga su quanto fatto nella sua vita e ammette molto sinceramente che, a differenza degli uomini e delle donne che marciarono da Selma a Montgomery, lui “non è stato altro che fortunato”. Poi con amara consapevolezza racconta di come, un mese dopo il Bloody Sunday (7 marzo 1965, giorno in cui la sopracitata marcia è sfociata in un pestaggio ai danni degli afroamericani), lui e i suoi amici tentassero spensieratamente di imbarcarsi, così da poter comprare alcol senza preoccuparsi dei limiti d’età. Quasi in lacrime si chiede “perché non ero in Alabama? Perché non ne ero consapevole? Io non sono stato altro che fortunato”. Durante i tanti anni al Late Show, Letterman non si era mostrato tanto emozionato riguardo a qualcosa.

Sebbene My Next Guest Needs No Introduction non sia straordinariamente innovativo o ricco di sorprese, contiene molti momenti che, con leggerezza e divertimento, vanno una a formare una densità spunti di riflessione non banali, sia per i protagonisti che per noi.

Sì, dopo trentatré anni di carriera e due di pausa, abbiamo ancora bisogno di David Letterman.