Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, calcio, libri di storia e palestra, la mia vera fissa, mi appassiono alla politica nostrana.

“NON TI CI FANNO ANDARE IN PENSIONE!”

In pensione a cento anni: un luogo comune comprensibile, dovuto al fatto che la gente vede allontanarsi anno dopo anno la possibilità di andare in pensione. Quante volte noi giovani ci siamo sentiti dire “Eh, tu in pensione caro mio non ci andrai mai… non ti ci faranno andare!”. Comprensibilmente la popolazione cerca di dare la colpa a qualcuno, si sente rubata di un futuro sicuro e confortevole a cui era stata abituata sin dagli anni ’70, quando si è cominciato a vivere il sogno di rate pensionistiche pari (talvolta superiori) al proprio stipendio lavorativo.

In questi giorni si sta discutendo sull’adeguamento dal 2019 delle pensioni a 67 anni -dai 66.7 attuali – e subito è riesploso il caso, fra chi tira in ballo le mancanze del Presidente del Consiglio di turno, chi accusa lo Stato, chi dice che ci sia bisogno di un rinvio dell’adeguamento pensionistico e chi invece ritiene che non ci sia niente da fare: per evitare ingenti danni economici è necessario fare ciò che c’è da fare. Sono tutte tesi capibili, qualcuna sacrosanta, ma nessuna restituisce un quadro veritiero del perché tutto ciò stia accadendo e di quale sia una reale soluzione per invertire la tendenza.

ADEGUAMENTO: STATO SANGUISUGA?

Le pensioni costituiscono un argomento spinosissimo perché dal punto di vista tecnico sono oggettivamente complicate. Cercherò dunque di evitare formule matematiche ed indicatori che alla fine risulterebbero poco chiari, e di ridurre all’osso la teoria.

Ecco qua un esempio su come attualmente funzionano più o meno tutti i sistemi pensionistici avanzati, cioè secondo il principio “Pay As You Go” a contributo definito. Facciamo conto di avere a che fare con un paesello di 10 abitanti che decide di costituire un proprio istituto pensionistico. Di questi 10 abitanti, 7 lavorano e 3 invece sono ormai in età avanzata ed hanno bisogno di una pensione. I 7 lavoratori versano dei contributi che permettono nello stesso momento ai 3 anziani di ricevere una discreta rata mensile di pensione.

Andando avanti nel tempo, presumibilmente i 7 lavoratori invecchieranno ma avranno prodotto anche una prole. Dunque siamo ad una seconda fase in cui abbiamo -sempre per ipotesi- 33 lavoratori e 7 pensionati. Supponiamo che questa popolazione così distribuita permetta ai 7 pensionati di ricevere una quota mensile dignitosa. Questi 7 pensionati dovranno ricevere in tutto, fino alla morte, una somma pari ai contributi che avevano versato in vita, quella somma che era servita per finanziare i 3 pensionati di allora.

Da questo schema semplificato si ottiene che:

  1. È estremamente importante che in una popolazione ci sia un’alta percentuale di lavoratori rispetto ai pensionati.
  2. È estremamente importante che durante il periodo di pensione siano restituiti tutti i contributi -con gli interessi- che erano stati versati durante il periodo lavorativo.

Partiamo dal punto 1: in un paese come l’Italia, dove la popolazione è estremamente vecchia e si fanno sempre meno figli, negli ultimi decenni il rapporto popolazione che lavora / popolazione pensionata si è drasticamente trasformato in senso negativo. I dati del 2016 parlano di 77 pensionati per 100 lavoratori. Si capisce immediatamente il dramma di questa situazione.

Per quanto riguarda il punto 2, leggermente più complicato, si può dire che l’Italia giochi malissimo anche in questo caso. Il Bel Paese trasforma un dato positivissimo in un dato estremamente negativo da questo punto di vista. Mi spiego meglio: l’Italia è da decenni, assieme al Giappone, il paese più virtuoso al mondo in quanto a longevità della popolazione e vita attesa. Questo è dovuto al grande lavoro di “screening” effettuato sistematicamente sulla popolazione infante (si pensi molto semplicemente alla grande rosa di vaccini a cui gli ex bambini italiani sono stati sottoposti). Il dato della vita attesa, che quasi ogni anno migliora, fa sì che le pensioni vadano calcolate su un periodo di vecchiaia sempre più esteso, ed è questo il motivo principale dell’adeguamento che avanza sempre più da qualche anno a questa parte.

Come se non bastasse, ci sarebbe da fare un discorso sui grandi danni economici arrecati dalle politiche pensionistiche fra gli anni ‘70 e i ‘90, quelle politiche che gli Italiani ricordano con tanto affetto, ma da cui sono stati comunque danneggiati perché poco lungimiranti, estremamente miopi. Per questo argomento occorrerebbero una ventina di pagine però, per cui sorvoliamo. Sorvoliamo anche sulle necessità di risanare il sistema pensionistico in tempi estremamente veloci per via della crisi economica del 2008, altro argomento che andrebbe a corredare esaustivamente il discorso. E cito solamente l’estrema importanza del PIL, un dato che non farà mangiare le persone, come dice Gentiloni, ma che comporta, al suo variare, un aumento o una diminuzione della rata pensionistica. Sorvoliamo su tutto questo, ma dobbiamo aver presente che si tratta di un argomento tutt’altro che semplice.

Insomma, dietro alle pensioni che si fanno sempre più lontane non c’è affatto uno Stato che vuol rubare, un politico che si porta a casa qualche soldo in più, qualcuno che sottrae qualcosa a qualcun altro. Le pensioni sono un sistema che DEVE reggersi perfettamente da solo senza l’intervento statale a fondo perduto, e tutto quello che la popolazione vive come un ladrocinio non è altro che ciò di cui c’è bisogno affinché il sistema pensionistico cammini con le proprie gambe e possa tornare, un giorno, ad essere del tutto sostenibile per i nostri figli e nipoti.

SOLUZIONI SBAGLIATE

Di fronte a questo scenario la soluzione economicamente meno sensata (ma politicamente più conveniente, e in un certo senso giusta) è quello di bloccare lo scatto, lasciando le cose così come sono. Questo vorrebbe dire però consegnare una patata ancor più bollente in mano ai politici ed ai tecnici futuri, ma soprattutto ai conti pubblici, che dovrebbero essere un primario interesse di tutti.

Dal lato opposto, “arrendersi” allo scatto è sensato, ma non è politicamente lungimirante. Per quanto lo scatto sia sacrosanto dal punto di vista matematico ed economico, è anche vero che si tratta di una manovra che non porterà ad una svolta, ma solo ad un nuovo scatto quando la speranza di vita si alzerà ancora. I dati poco felici sulla natalità della popolazione non aiutano. Rischia di aprirsi una spirale umanamente inaccettabile che diventerà un vero problema per le prossime generazioni. Quando ci dicono “non andrai mai in pensione”, in fondo, non viene detto niente di troppo insensato: in pensione ci si andrà, non c’è dubbio, ma tardi, quando forse saremo già stremati dal lavoro (o forse no, chissà), ma ciò non toglie che vivremo in quella condizione comunque per un bel po’ di anni.

LA STRADA GIUSTA

La strada giusta è quella che ancora non è mai stata imboccata, in particolar modo in Italia. Se negli altri paesi è infatti obbligatorio aver affiancato alla pensione pubblica anche un fondo pensione privato, in Italia tutto ciò rimane una scelta del cittadino, che non è certo spinto a rinunciare ai propri soldi adesso per averli in futuro.

Al di là di questo, occorre un cambio di passo da parte della politica affinché si pensi ad un sistema nuovo che sposi le caratteristiche mutate della società. Non tanto per oggi, che pur con del malcontento si ottengono dei risultati dignitosi, quanto per domani. Occorre ripensare il sistema pensionistico da capo, ed il dibattito su cui si focalizzano le parti in causa non è affatto volto in questa direzione. Quando si sarà sciolto il nodo dell’adeguamento a 67 anni, il discorso delle pensioni si riprenderà fra qualche anno quando ci sarà un altro piccolo adeguamento, fino a che le cose non saranno così gravi da dover richiedere di nuovo alla popolazione “lacrime e sangue”.