Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Come dodici mesi fa, è arrivato il momento dell’anno in cui tirare le somme su quelli che sono stati i migliori film in sala, su Netflix e Amazon Prime. Dal 01/01/2019 ad oggi ci sono state uscite interessanti, ritorni graditissimi e delusioni che non sono entrate nella top ten. A differenza del 2018, Prosperous Network si sdoppia in due diverse classifiche dei suoi due diversi autori di cinema.

La Top Ten di Davide Fiolo

  1. C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino
  2. Midsommar di Ari Aster
  3. The Irishman di Martin Scorsese
  4. Dolor y gloria di Pedro Almodóvar
  5. Storia di un matrimonio di Noah Baumbach
  6. Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen
  7. Burning – l’amore brucia di Lee Chang-dong
  8. Parasite di Bong Joon-ho
  9. La vita invisibile di Eurídice Gusmão di Karim Aïnouz
  10. Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma

È stato un anno ricco di sorprese, di grandi ritorni e grandi esordi, di tante conferme e di nostalgiche emozioni. Nostalgia e romanticismo disilluso sono probabilmente i sentimenti che hanno spinto Quentin Tarantino ad orchestrare magistralmente il suo ultimo capolavoro, C’era una volta a… Hollywood, opera magnifica in cui realtà e finzione, storia e cinema si incontrano, regalando delle sequenze indimenticabili. Sbalorditivo il lavoro che Ari Aster (regista del bellissimo Hereditary) compie nel suo Midsommar, in cui un gruppo di giovani vivrà un incubo alla luce del sole. Non poteva mancare lo straordinario, immenso, ritorno di Martin Scorsese, capace di continuare a stupire, di riflettere sul proprio percorso autoriale, attraverso un’opera in cui tempo e spazio si dilatano, perché, come direbbe Miguel De Cervantes, “la memoria è nemica mortale del nostro riposo”. Dopo il bellissimo Julieta, Pedro Almodóvar firma l’ennesimo capolavoro della sua carriera, mettendo (per fortuna) seriamente in crisi chi lo dava per finito. Il regista spagnolo torna a parlare di sé, dei suoi tormenti e delle sue inquietudini, lasciando spazio ad una potente dose di emotività. Noah Baumbach abbandona i toni da commedia e realizza un profondo dramma sulla crisi di una coppia sposata, supportato dalle grandissime interpretazioni di Scarlett Johansson e Adam Driver. Forse siamo di fronte al miglior film del regista statunitense, ormai uno dei più importanti autori sulla scena internazionale. Il ritorno di Woody Allen si commenta da sé, altri anni senza suoi film sul grande schermo non sarebbero stati sopportabili. Un film per e su New York, un film sui colori, sulle illusioni, sull’amore e tanto altro. 84 anni e non sentirli. Abbiamo sempre bisogno di te, Woody.

Dalla Corea del Sud arrivano invece Burning e Parasite, opere magnetiche capaci di mescolare relazioni umane, analisi sociale e discorso politico. Bong Joon-ho aveva già stregato tutti a Cannes, vincendo la palma d’oro. Chang-dong, partendo da un racconto di Murakami, dirige un capolavoro davvero imperdibile.

Famiglia, amore, ricordo, passato e separazione sono al centro di uno dei più sorprendenti film dell’anno (vincitore del Certain regard di Cannes), ovvero la vita invisibile di Eurídice Gusmão, la storia, raccontata in parallelo, di due sorelle che devono fare i conti con la società maschilista brasiliana degli anni 50’. Una storia fatta di dettagli, di vuoto e solitudine, di oggetti, di parole scritte e mai dette, di rimorso e desiderio, di angoscia e frustrazione. La stessa frustrazione che provano Marianne ed Héloïse, le protagoniste dell’ultimo film di Céline Sciamma, Ritratto della giovane in fiamme. La regista francese tratteggia uno straordinario quadro romantico, in cui l’analisi sull’emancipazione sessuale e politica si nasconde dietro un melodramma nel quale, a comunicare, è proprio il corpo umano, attraverso sguardi, sospiri e sussurri.

La Top Ten di Matteo Abrami

  1. The Irishman di Martin Scorsese
  2. C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino
  3. Parasite di Bong Joon-ho
  4. Midsommar di Ari Aster
  5. Storia di un matrimonio di Noah Baumbach
  6. Glass di M. Night Shyamalan
  7. Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen
  8. Suspiria di Luca Guadagnino
  9. I Figli del Fiume Giallo di Jia Zhangke
  10. Selfie di Agostino Ferrente

Di tutte le cose brutte -o quantomeno curiose– che si possono dire dei dodici mesi appena trascorsi, non si può certo accusare il 2019 di non essere stato buono dal punto di vista cinematografico. Un anno molto pieno, difficile da rinchiudere e fotografare in dieci film. Selfieè un bellissimo esperimento sul cinema e sulla provincia napoletana, inquadrata dalla fotocamera dello smartphone dei due sedicenni protagonisti, a partire dall’omicidio di un loro coetaneo da parte di un carabiniere. Dalla Cina arriva I Figli del Fiume Giallo, dove si parla di amore, di gangster e di women empowerment(in modo intelligente, però): cinema noir moderno e attuale. Le donne –o meglio, le streghe, mai così razionali ed autoriflessive- sono totalmente protagoniste anche della rilettura sociale che Guadagnino fa della fiaba horror di Argento. Spogliatosi dell’eredità di un predecessore così ingombrante, Suspiria riesce ad essere un lavoro autonomo, nuovo, riuscito. Al settimo posto: Woody Allen, New York, l’amore e le illusioni che combattono (e perdono) contro la realtà. Fotografia, ancora una volta magnifica, di Vittorio Storaro. Con Glass, che chiude la trilogia aperta con lo straordinario Unbreakable,M. Night Shyamalan completa il suo discorso sul cinema superomistico in un thriller denso di riflessioni sul mezzo e sulla narrazione. Da non sottovalutare.

Primo film Netflix della lista, Storia di un Matrimonio è forse il primo capolavoro di Baumbach, mai così bravo e calibrato in sceneggiatura. Tra Allen e Bergman, con una coppia di attori protagonisti da Oscar. Midsommar conferma il talento di Ari Aster, che, pur rifacendosi ad un immaginario più convenzionale (The Wicker Man) rispetto a Hereditary, confeziona un horror luminoso e libero dagli spazi angusti tipici del genere. Chiedere al sig. Hitchcock Alfred quanto tutto ciò sia difficile. Dalla Corea direttamente sul podio, Parasite è tra i lavori più chiacchierati dell’anno. Un thriller socio-politico, in cui la visione di Bong Joon-ho sul presente emerge ancora una volta in modo lampante. Non chiamatelo populista, grazie.

La gerarchia tra i primi due posti, all’interno di un gioco già complesso come quello della classifica, è stata difficile da stabilire. Alla fine, la medaglia d’argento è andata a Tarantino; non credo gli spiacerà eccessivamente. C’era una volta a… Hollywood è il punto di arrivo di un’evoluzione che va avanti da quasi trent’anni, in cui il regista-autore riversa quello che è il suo amore totale verso il cinema. Arte che, per Tarantino, può cambiare salvare vite, redimere morti e cambiare la storia. Capolavoro. Al primo posto, invece, un’epopea gangster di tre ore e mezza, il racconto di una vita che si incrocia, volente o nolente, con quello degli Stati Uniti. The Irishman è l’ultimo (ma non ultimo) lavoro di un regista cattolico che guarda alla vita interrogandosi sul percorso di un uomo, in questo caso Frank Sheeran, che ha scelto una strada che avrebbe potuto essere quella di Scorsese, come ha più volte ammesso lui stesso. De Niro, Al Pacino e specialmente un serafico Joe Pesci sono incredibili. Un film che sa di pietra miliare del genere, con il finale più bello ed intenso dell’anno.