Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, calcio, libri di storia e palestra, la mia vera fissa, mi appassiono alla politica nostrana.

Grazie ad Andrea Mellacina per l’aiuto fornito.

Considerazioni sul (non) voto di domenica.

Non c’è dubbio che il referendum catalano di domenica sia da considerare legalmente carta straccia e che il modo in cui il governo centrale ha reagito sia stato ignobile; non c’è dubbio che da entrambe le parti politiche si sia avuta una dimostrazione di grande inettitudine, da un lato promuovendo qualcosa di improponibile, dall’altro scegliendo l’uso della forza anziché della politica.

Il popolo ha risposto con una partecipazione non altissima (42% dei Catalani aventi diritto) ma viziata dalla presenza delle forze dell’ordine avverse e dalla chiusura di determinate scuole (circa 319) che non avevano modo di fare seggio. Quindi adesso è inutile discutere sui risultati, visto che i dati estrapolabili non hanno alcuna valenza, tanto quanto è inutile schierarsi a spada tratta in difesa degli uni o degli altri. Ciò che possiamo fare è cercare di trarre da tutto questo una serie di prospettive e riflessioni.

Guerra Civile.

Domenica si è assistito ad una guerriglia urbana. Si è avuta la sensazione di partecipare a qualcosa di eclatante: gente picchiata, cariche, sangue. Non abbiamo i mezzi per dire chi oggettivamente avesse più ragione o meno, anche perché quando si arriva a tale uso della forza il giusto ed il torto si disperdono tra la folla (sì, tecnicamente le scuole dovevano rimanere chiuse, ma si poteva lasciar correre). Fatto sta che quello di domenica non è stato un semplice mantenimento dell’ordine pubblico, ma una contrapposizione tra autorità e popolazione sulla base di motivi politici . Qualcosa si è rotto in Spagna, forse in maniera irreparabile. C’è da chiedersi se a seguito di questi fattacci Madrid e Barcellona si siano allontanate ancor di più, e la risposta pare scontata: .

Costituzione e attriti Madrid-Barcellona.

Non possiamo constatare se i Catalani veramente vogliano staccarsi dal centro, almeno non sulla base dei dati ottenuti domenica. Ma poniamo che esista effettivamente questa volontà generale, magari acuita dai fatti recenti (cosa anche sensata). Se così fosse, giuridicamente la volontà popolare incontrerebbe un grande ostacolo, perché la costituzione Spagnola sancisce senza mezzi termini l’unità nazionale come imprescindibile. Si tratta di uno di quegli assunti intoccabili, perché basilari per l’ordine costituzionale:

Articolo 2: La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime.

Il Re Juan Carlos di Borbone firma la costituzione del 1978

Ovviamente la Costituzione tutela le realtà locali, e lo fa promuovendo un decentramento politico ed amministrativo estremamente marcato. Se dovessimo dare una definizione, potremmo dire che la Spagna è uno stato regionale con aspetti che richiamano il federalismo. Le “Comunità Autonome” spagnole, che possono avere due gradi diversi di autonomia, uno più mitigato ed uno più profondo (vedi la Catalogna), sono dotate di un proprio governo, di un parlamento e di una propria autorità giuridica. La possibilità di esercitare autonomamente i poteri è sempre stata consistente, pur entro certi limiti, ed è cresciuta esponenzialmente nel corso del tempo, con nuove garanzie concesse via via dal centro alla Catalogna in particolar modo. Questo non ha mai ricucito una differenza storico/culturale marcata, ma ha sempre saziato coloro che avevano fame di maggiore autonomia. Con la logica del compromesso Barcellona è diventata progressivamente più autonoma, ma oggi questo processo sembra essersi interrotto.

Il reale problema della Catalogna.

La situazione è cominciata ad aggravarsi con la crisi del 2008, quando la pressione fiscale del centro ha cominciato a farsi sentire, scatenando il malcontento di Barcellona. Come se non bastasse la Catalogna ha trovato da allora molte porte chiuse in faccia; fra tutte, si ricorda che nel 2010 la Corte Costituzionale ha annullato il nuovo Statuto della Comunità Autonoma redatto da Barcellona, mentre nel 2012 il Governo centrale ha respinto le richieste di maggiore autonomia fiscale. È da qui che si è cominciata a cucire una trama diversa dal solito, culminata nella violenza dei giorni scorsi. Il reale problema è stato che la Catalogna, non potendo raggiungere ulteriori gradi di autonomia secondo i mezzi sanciti dalla costituzione, ha cominciato a richiedere la totale indipendenza.

La volontà popolare può essere ritenuta incostituzionale?

A questo punto verrebbe da chiedersi se non si sia arrivati ad un intoppo logico. Sempre posto per ipotesi che la maggioranza catalana desideri staccarsi dal centro, come si deve porre un regime costituzionale liberal-democratico, quale è la Spagna, nei confronti di una volontà popolare di fatto incostituzionale? Il fatto che l’esercizio del referendum fosse illegittimo è un conto, ma la volontà autodeterminativa della popolazione può dirsi davvero illegittima?

Facciamo chiarezza. Questo punto è estremamente delicato, poiché per quanto la sovranità popolare sia riconosciuta dalla costituzione spagnola, bisogna interrogarsi se la volontà dei Catalani possa considerarsi “volontà popolare”. Il popolo sovrano è infatti il popolo spagnolo. Può una presunta maggioranza catalana ergersi al di sopra della costituzione di tutti gli Spagnoli? Può agire attraverso azioni contrarie alla costituzione di tutti cittadini, con conseguenze che ricadrebbero non solo sui Catalani, ma su tutta la popolazione?

Il limite di una costituzione liberal-democratica?

La Costituzione spagnola giustamente pone dei limiti al decentramento cercando di tutelare il principio dell’unità nazionale. Viene però da chiedersi se non stia venendo a galla un limite di una Costituzione che forse non sta riuscendo a tenere il passo delle esigenze di una realtà sociale effettivamente particolare, caratterizzata da precisi confini, da una propria storia, cultura, lingua, tradizioni. C’è da capire che il primario interesse della Costituzione è che la Spagna non si trasformi da Stato regionale a Federazione a tutti gli effetti, per poi sfaldarsi ancora di più.

La parola alla politica.

La palla adesso è del tutto in mano alla politica. Si saprà trovare, come è sempre stato fatto, una soluzione grazie alla logica del compromesso? Le indiscrezioni non lasciano trapelare ottimismo. Il Presidente della Catalogna Carles Puigdemont aveva già dichiarato lunedì mattina che il risultato sarebbe stato fatto valere di fronte al Governo centrale. Lo ha ribadito pure ieri sera ai microfoni della BBC: “dichiareremo l’indipendenza della Spagna nel giro di pochi giorni”. Queste forti parole sono arrivate in concomitanza con le dichiarazioni di Re Felipe, che in serata ha voluto sottolineare l’illegalità delle mosse catalane: “Hanno violato i principi democratici dello stato di diritto,[…] hanno voluto sprezzare l’unità della Spagna con una condotta irresponsabile”. Ha poi rimarcato l’intenzione spagnola: “È responsabilità dei poteri legittimi dello Stato garantire l’ordine costituzionale e l’autogoverno catalano. Usciremo da queste difficoltà e vivremo in pace e libertà”.

Alcuni esponenti della maggioranza parlamentare intanto invocano l’attuazione dell’articolo 155 della Costituzione:

Articolo 155: [Comma 1] Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi.

Puigdemont (a sinistra) stringe la mano all’attuale premier Rajoy.


Porsi così non fa altro che infiammare di più gli animi. E infiammare di più gli animi significa portare quei Catalani ancora convinti di voler rimanere spagnoli a pensare il contrario. Siamo di fronte ad un impasse. La responsabilità del macello di questi giorni comunque non è certo della costituzione spagnola, quanto della politica che ha giocato tutte le possibili carte sbagliate del mazzo.

Se la situazione non verrà gestita bene non è escluso che si arrivi a parlare seriamente di secessione, e se secessione dev’essere, di sicuro non si concretizzerà grazie a strumenti costituzionali, ma per mano di una piccola rivoluzione interna che aprirà le porte alla costituente della Catalogna.

L’interrogativo alla luce di tutto ciò rimane: è sensato che una costituzione liberal-democratica come questa, coscia della realtà particolare della Catalogna, non ponga almeno in extrema ratio ulteriori misure di decentramento ed autonomia? A ciò contrapponiamo un altro interrogativo: alla luce dell’incredibile autonomia già raggiunta da Barcellona, e pensando ai possibili risvolti economico/politici, ha senso chiedere l’indipendenza? Probabilmente no.

 

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