Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, calcio, libri di storia e palestra, la mia vera fissa, mi appassiono alla politica nostrana.

Si può analizzare ciò che sta accadendo al panorama politico italiano in tanti modi, ma ci si sofferma sempre troppo poco su una visione d’insieme. Si parla delle percentuali del M5S, si parla di quanto cali o avanzi il PD a seguito della scissione, si parla delle mosse di Salvini e di Berlusconi, come se tutti questi fossero interpreti singoli di una loro avventura personale, e non calati in un contesto comune.

Nasce l’idea di analizzare più a fondo il panorama con un occhio vigile alle macro dinamiche partitiche che spesso dimentichiamo: i politici agiscono rispondendo al cambiamento del sistema. Esso sta mutando in una precisa direzione, del tutto contraria alla strada che si voleva intraprendere grazie alle riforme costituzionali. Questo discorso verrà ripreso meglio in seguito, ma intanto possiamo fermarci a dire che gli Italiani stessi abbiano scelto, col voto, non solo quello del 4 dicembre, una logica ben precisa che “vizia” l’assetto del sistema partitico. Ne risente anche la meccanica elettorale, che gioca un ruolo molto importante per i partiti.

È in questo quadro che vanno analizzati i cambiamenti del sistema partitico in atto, chiarendo come essi siano fra loro accomunati e da cosa siano scaturiti. Centrosinistra e centrodestra mutano, ma come? Vi è una logica comune? Si può trovare una convergenza di intenti?

Il PD, se ne è parlato ampiamente, si sta affiancando di nuovi corpi a sinistra, mentre è fresca la notizia che Alfano, una volta sciolto NCD, confluirà in un elemento nuovo della destra con l’intento di “dare una casa ai moderati italiani. Chi sono i moderati italiani? Milioni e milioni di italiani che non vogliono allearsi con Salvini e non vogliono neanche, perché non sono di sinistra, allearsi con il Partito democratico”.
Si tratta forse di una novità? Sicuramente scissioni e nascita di nuovi partiti in sé e per sé sono due fattori sempre esistiti, ma se letti appunto nell’ottica di ciò che sta accadendo al panorama istituzionale ed elettorale ecco che forse si scorge qualcosa di nuovo.

Scotto, Rossi e Speranza, i nuovi volti della sinistra ex PD.

Se del centrosinistra si è già parlato molto, due parole vanno ancora spese per il nuovo centrodestra alfaniano, che si professa liberal-conservatore; non è che non siano mai esistiti partiti del genere, lo stesso Forza Italia in teoria era qualcosa del genere sotto certi aspetti, la differenza sta nel fatto che se un tempo le condizioni esterne ponevano la necessità alla destra di riunirsi sotto l’ala della Casa della Libertà, oggi questa meccanica potrebbe non ripetersi e i “moderati italiani” potrebbero vivere di luce propria. (per approfondire, ecco il nostro articolo sulla storia della destra italiana)

Cerchiamo allora di capire come mai si stiano facendo tutte queste supposizioni sul nuovo processo partitico italiano. “Nuovo”? Beh, inutile nasconderlo: siamo di fronte ad una retorica sì rinnovata, ma che vuole agganciarsi a stilemi che sembravano lasciati al passato. Si ritorna a parlare di centrosinistra, sinistra e  centrodestra liberale in maniera diversa dal solito. Il partito di sinistra che tira verso di sé il grande partito di maggioranza, il corpo di centrodestra che invece crea un ambiente liberal-conservatore senza sfociare in xenofobia e razzismo, oggi unici sinonimi di una destra alla frutta: personalmente non posso che richiamare alla memoria una logica appartenente al ventesimo secolo. Chiaramente bisogna andar molto piano coi paragoni, visto che oggi almeno il 26% dell’elettorato è appannaggio di un partito dalle caratteristiche nuovissime come il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, la realtà sociale è cambiata.
Comunque, ecco i motivi per cui si sostiene un cambio di passo del sistema partitico.

1. Il nuovo assetto istituzionale
Agganciandoci a ciò che si accennava sopra, dobbiamo fare riferimento a come l’elettorato si sia pronunciato in occasione del referendum costituzionale: si è avuta una totale bocciatura nei confronti del cammino istituzionale italiano; attenzione, questo potrà anche sembrare un giudizio di valore, ma la considerazione è puramente politologica, dato che oggettivamente si stava andando verso un assetto istituzionale definibile come competitivo, cercando di tirare le fila di un discorso iniziato nel 1993. Chiaramente l’effetto che si ottiene è una chiara inversione di tendenza, da quelli che erano i due grandi poli di centrodestra e centrosinistra sarebbe fisiologico tornare ad una moltitudine di partiti dalle caratteristiche peculiari. Si potrà dire che si siano già vissuti episodi del genere, ad esempio col vecchio referendum costituzionale di Berlusconi, senza poi aver avuto un’effettiva inversione di tendenza, ma era qualcosa di diverso, più particolare, poiché non solo si ratificava la logica istituzionale competitiva ma si introduceva il premierato; non addentriamoci però troppo oltre. Insomma, probabilmente ci troviamo davanti ad una svolta molto più significativa di quello che si pensi. Non si può però concludere questo ragionamento senza tirare in ballo il sistema elettorale, che approfondiremo nel prossimo punto.

2. Le nuove meccaniche elettorali
Bisogna dare la doverosa attenzione alla logica elettorale che viene a crearsi. Il fatto che ci troviamo di fronte ad un piccolo “terremoto” politico non è dato solo dall’inversione di rotta di cui sopra, ma anche dal simultaneo cambio di passo nei confronti della meccanica di voto. La recente pronuncia della Corte Costituzionale ha dato una grande mazzata alla meccanica maggioritaria che si voleva introdurre con l’Italicum. Salvo recuperi in extremis del vecchio Mattarellum si dovrebbe andare a votare con uno stranissimo proporzionale rimaneggiato tremila volte.
Di fronte ad una legge elettorale di stampo maggioritario, quella che non avremo, gli elettori sono portati a votare per una fazione che reputano vincitrice per non “sprecare” il proprio voto (di fatto col maggioritario non viene data voce all’elettorato di minoranza); tutto questo si perde col proporzionale, e dunque si perde anche la necessità dei partiti di porsi nell’assetto delle grandi coalizioni: risulterà più conveniente e in linea con la logica elettorale presentarsi come elementi unici con caratteristiche peculiari. Insomma, si dovrà probabilmente dire addio (o arrivederci) ai grandi agglomerati simili al vecchio Ulivo o CDL.

3. La storia elettorale dei partiti italiani
Scavare nel passato fa sempre bene, a volte ci scordiamo anche di quello più recente e ciò che potrebbe essere compreso volgendosi un attimo a guardare indietro diviene incomprensibile. Ecco, di come la logica elettorale possa influenzare i partiti se ne è già parlato, ma alla luce di questo dobbiamo aggiungere un fatto non solo elettorale ma anche sociale. Nel corso della Prima Repubblica risultava infatti più incline alla società italiana la proposta di partiti in offerte differenziate piuttosto che in una grande offerta unica. Una politica sfusa preferita al formato famiglia, questo non solo a causa della meccanica di voto, come si è già sottolineato, ma anche al sentire interno degli Italiani, che non vedevano di buon occhio le convergenze. Un partito socialista unito, per esempio, raccoglieva molti meno voti rispetto alle varie anime presentate singolarmente. Certamente la realtà sociale italiana è molto cambiata, ma quella del Bel Paese rimane comunque una popolazione vecchia e di sicuro non si farà fatica a trovare elettori nostalgici di certi antichi stilemi: una logica simile potrebbe essere in piccola parte sopravvissuta.

4. La nuova partecipazione, la “Reconquista” dei delusi
Col rischio di risultare monotematici bisogna riprendere ancora una volta il discorso referendum. Esso è stato un crocevia non solo per Renzi o altri personaggi di spicco, ma anche per la partecipazione elettorale. In occasione di una votazione referendaria svolta in una sola giornata non si sarebbe mai immaginato di poter raggiungere il 68% di affluenza, con le regioni del nord a superare il 75%. A cosa tutto questo sia dovuto non ci è dato saperlo, o meglio, per saperlo occorrerebbero ben altri studi, tuttavia ci possiamo benissimo immaginare la reazione della politica a questo dato eccezionale. Di fronte a nuovi potenziali elettori i politicanti non avranno potuto far altro che sfregarsi le mani: tanti voti da accaparrarsi! L’occasione è ghiotta per far sì che tutti quei delusi non votanti, tornando alle urne dopo svariati anni, anziché confluire tra le fila dei già tanti delusi grillini, trovino “nuovi” partiti dall’identità ben definita a cui dare un voto. Ovviamente questo si sposa molto bene con quanto espresso nei precedenti punti.

5. Fare marcia indietro per rimediare al rifiuto della politica
Complice una logica maggioritaria mai sbocciata del tutto, le varie anime politiche italiane si sono via-via affievolite, per poi morire e lasciare spazio ad elementi nuovi ed omnicomprensivi. Alla luce di questo gli Italiani hanno sviluppato una disaffezione per ciò che si era venuto a creare, affidandosi non alle idee ma all’uomo forte, a Berlusconi, plasmato dalla sua stessa televisione. Poi c’è stato il Movimento 5 stelle, la realtà nuova nata in rete, su un blog. FI e M5S, seppur molto diverse, sono entrambe due risposte ad una perdita di significato della politica “classica”, quella dei vecchi partiti di massa dislocati sul territorio, portatori di idee, identità ed ideologie. Quei partiti che, restando attinenti al nostro tema, cercavano di tenersi il più possibile fedeli –sulla carta– alle proprie idee molto particolari. Gli Italiani non hanno rifiutato il vecchio perché già c’era qualcosa di nuovo, di migliore, bensì perché il vecchio non aveva saputo tenere il passo dei tempi, rinnovarsi, curarsi, ha solo saputo presentarsi in un grande calderone ed ecco che il nuovo è riuscito a prendere vita e farsi strada. Ha vinto il dire che la destra e la sinistra non esistano più, piuttosto che il puntare a nuove idee, ha vinto la logica del rifiuto sulla logica del rinnovamento.

La strategia odierna, visto il ritorno a certe meccaniche elettorali ed istituzionali di cui sopra, potrebbe riassumersi in: perché non proporre qualcosa che faccia riemergere ciò che un tempo era stato abbandonato? Perché non stimolare un ritorno a quell’identità politica di cui gli Italiani sembrano essersi scordati? In questo senso dobbiamo tenere ben presenti le parole di Alfano, che potrebbero benissimo ritrarre questa interpretazione.

Per quanto possa risultare anacronistico, significherebbe fare un passo indietro e tentare di mettere una toppa laddove si era cercato di innovare senza successo, causando disaffezione alla politica. Un cambio di rotta della serie “o la va o la spacca”, che potrà definitivamente sancire la fine di una politica che dovrà puntare a rinnovarsi oppure che darà linfa “nuova” al nostro sistema partitico. E non si prendano queste mie ultime parole come un’esaltazione della vecchia logica politica italiana, ho solo voluto lasciare da parte, per ora, le considerazioni sugli “inciuci”, sui sotterfugi, sugli accordi fedifraghi che verrebbero a ricrearsi. Parliamo di una rinascita, parliamo di tornare a tessere una tela mai dimenticata.

Stefano Ciapini

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