Nato fra i colli del Casentino, si trasferisce da fuorisede a Forlì per frequentare Scienze Internazionali e Diplomatiche. Amante della storia e della politica, non nasconde un’evidente passione per le serie TV e il cinema. Teinomane seriale.

LA STAGIONE DEI DOLORI

È a scissione ormai compiuta che scrivo – a malincuore – questo articolo. Il Partito Democratico è ormai diviso adesso in un’anima di sinistra antirenziana, il Movimento Democratico e Progressista, e il Partito Democratico stesso, al cui interno si consuma ora la lotta per il seggio vacante di segretario.

ART. 1 – MOVIMENTO DEMOCRATICO E PROGRESSISTA

Il Movimento Democratico e Progressista nasce il 28 febbraio 2017 dalla costola sinistra del Partito Democratico, in una scissione particolarmente sentita, sia dall’elettorato di sinistra che dalla politica italiana. Dopo aver richiesto una fase congressuale che portasse alla messa in discussione delle idee del PD, la minoranza formata da Rossi e Speranza, a cui si aggregano, last but not least, anche Bersani e D’Alema, fonda il proprio partito, o meglio, movimento, con la speranza di rappresentare le idee storiche di una sinistra orientata al benessere dei lavoratori e ideologicamente socialista.

Le idee del nuovo movimento raccolgono quindi quelle che erano le proposte degli ex Democratici di Sinistra, primo partito a fondare il Partito Democratico nel 2007, con idee legate alla socialdemocrazia e al socialismo democratico, che si staccano fortemente dal liberismo sfrenato e centrista dell’ex premier fiorentino; mentre la sua rappresentanza in Parlamento è composta da una serie di parlamentari e politici provenienti da vari partiti della galassia di sinistra, tra cui citiamo Arturo Scotto, ex candidato alla segreteria di Sinistra Italiana, e ora leader del gruppo di scissionisti di SI e passati ai Democratici e Progressisti. Con dodici senatori e trentotto deputati, i parlamentari del MDP dovrebbero sostenere il governo Gentiloni fino alla fine del suo mandato nel 2018.

Una prima sfida al Partito Democratico, per il momento privo della guida di Renzi, sembra però essere stata lanciata per quanto riguarda il referendum della CGIL; Bersani ha infatti dichiarato la posizione del movimento, che sembra proprio essere contraria ai voucher, e quindi pronta a sostenere il Sì al referendum (la cui data non è ancora stata fissata).

L’ASSENZA DEL DIALOGO

Questa nuova formazione nella galassia di sinistra del Parlamento italiano rappresenta un fallimento per il progetto originario del Partito Democratico. Nato come casa per l’anima democristiana e quella diessina, il PD avrebbe dovuto tenere assieme le idee del centrosinistra, e rappresentare un porto sicuro per l’elettore di sinistra o di centro che non riusciva ad identificarsi con altre formazioni.

Il dialogo era ciò che doveva contraddistinguere il Partito Democratico. Il dialogo fra due anime, che, anche se di origine profondamente diversa, avrebbero dovuto unirsi per cercare una soluzione ai problemi di cui l’Italia era ed è ancora afflitta, nel rispetto delle tradizioni e dei valori occidentali della socialdemocrazia.

Che cosa è successo? Di chi è la colpa?

Un po’ per arroganza e un po’ per orgoglio, il dialogo non c’è stato. Nessuna delle due fazioni è stata in grado di tamponare la ferita, né tantomeno di risanarla, ed è qui che possiamo distinguere una spaccatura fondamentale per capire le dinamiche della scissione: non vi è stato un tentativo, né da Speranza, che tuttora viene additato come capo politico del nuovo movimento, né da Renzi, che si è rifugiato dietro allo Statuto del Partito Democratico, inseguendo la rielezione.

UNA NUOVA SPERANZA?

Con la spaccatura del partito di governo, sembra non esserci quindi una speranza per la sinistra italiana, che si trova davanti ad una sfida. Il ritorno ad un proporzionale senza ballottaggio, ed eventualmente al mattarellum, avrebbero come effetto un revival dei primi anni della Seconda Repubblica: con questa legge elettorale, infatti, si renderebbe possibile la creazione di un sistema bipolare, o addirittura, tripolare, di coalizioni e schieramenti. Nonostante non ci siano state evidenti prese di posizione in tal senso, sia Fratelli d’Italia che Lega Nord viaggiano sullo stesso binario, assieme anche al Movimento Nazionale per la Sovranità di Alemanno, che pure ha suggerito una coalizione in vista del proporzionale del polo sovranista.

Il Movimento 5 Stelle rimane tuttora un’incognita: capace di trarre a sé quasi il 30%, secondo il sondaggio di La7, il non-partito ha sempre dichiarato attraverso i suoi portavoce di non voler coalizzarsi con nessuno, per questo viene classificato come terzo (non di certo in ordine di voti) polo; è altresì possibile un cambio di rotta durante la campagna elettorale, che potrebbe portare all’unione fra i 5 Stelle ed il resto del Polo sovranista, alleanza già pronosticata dopo la sconfitta di Renzi al referendum. A questo punto dovrebbe intervenire l’unione della sinistra: nel 1996, quando Prodi vinse le politiche, la coalizione di sinistra era unita solamente da un forte antiberlusconismo, adesso da cosa dovrebbe essere unita? Da niente.

Secondo alcuni sondaggi di Termometro Politico, l’ex Primo Ministro avrebbe un margine di vantaggio piuttosto alto rispetto agli altri contendenti per la carica di segretario; ma anche se vincesse alle politiche non potrebbe mantenere un governo per molto tempo: una scissione così fresca nella mente degli elettori e dei deputati MDP, generata oltretutto dalle ostilità per Renzi, non può portare ad una coalizione fra le due anime, ormai divise. Inoltre, la vittoria di Renzi, porterebbe quasi sicuramente alla perdita di una notevole fetta dei voti dei delusi dalle primarie, che, anziché portare voti al “Partito di Renzi”, potrebbero preferire il Movimento di Rossi e Speranza.

Una strategia quindi di fronte popolare (riprendendo una formula utilizzata per la Terza Internazionale, che indica la coalizzazione dei partiti di sinistra per fare, appunto, fronte comune alla minaccia fascista) non potrebbe di certo funzionare con Renzi come candidato premier: osteggiato da gran parte degli altri partiti della sinistra, non verrebbe riconosciuto come leader di una coalizione contro l’avanzata dei partiti di destra. Ed è qua che possiamo invece pensare ad Andrea Orlando, attuale Ministro della Giustizia ed esponente dei Giovani Turchi, come possibile candidato alla Presidenza del Consiglio.

Ex militante del Partito Comunista Italiano, della cui organizzazione giovanile diventa segretario provinciale di La Spezia, Andrea Orlando ha un passato da amministratore, avendo occupato la carica di consigliere comunale – prima col PCI e poi con il PDS – e di assessore. Favorito sia da Napolitano che da Veltroni nei primi anni di vita del PD, viene prima eletto deputato per la circoscrizione Liguria, e successivamente nominato Ministro dell’Ambiente per il governo Letta, e Ministro della Giustizia sotto Renzi e Gentiloni.

Dopo aver ricevuto l’appoggio di Cuperlo e quello dell’area civatiana (Retedem) del PD, oltre che del resto della minoranza di sinistra, nella prima assemblea di MDP, sembra proprio che ci sia stato un endorsement, anche se a toni scherzosi, ad Orlando; a lui e alla sua impresa di rappresentare la sinistra diessina del PD, guarderebbero anche Sinistra Italiana e Campo Progressista, già a favore di MDP durante la scissione, per la loro ricerca di un’identità di sinistra. Orlando potrebbe rivelarsi quindi un possibile leader in grado di risanare la frattura con il Movimento Democratico e Progressista, capace inoltre di fare fronte comune con le altre formazioni della galassia socialdemocratica, come Sinistra Italiana e Campo Progressista di Pisapia.

 

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