Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, calcio, libri di storia e palestra, la mia vera fissa, mi appassiono alla politica nostrana.

Ogni giorno ormai assistiamo ad una continua lamentela da parte dell’opinione pubblica nei confronti di qualsivoglia argomento, generando solo confusione e mai vera riflessione. Certo, ci sono lamentele insensate e lamentele che trovano invece terreno fertile laddove l’informazione non si sia mai occupata a fondo di alcune tematiche, ed ecco che le questioni si infiammano, specie se si toccano corde sensibili dell’etica umana.

Rientra fra queste la critica spesso mossa alla sostanziosa spesa militare, specialmente in questi anni dove i fondi statali per altri utili servizi invece scarseggiano, e non parlo dell’Italia ma di tutto il mondo occidentale. È innegabile che spesso i giornali amino riportare le spese militari come dato significativo seppur senza le dovute precisazioni. Così, un particolare investimento in campo militare finisce per diventare il capriccio del politico di turno che gioca a far la guerra. Noi cerchiamo sempre di distinguerci: dietro un argomento trattato fin troppo sinteticamente, in quest’era di tweet da pochi caratteri e notizie flash sui social, riteniamo di poter sempre interrogarci su delle spiegazioni ignorate.

Cercheremo di rendere il più chiaro possibile il tema della spesa spesa militare facendo però una doverosa considerazione iniziale. Questo articolo non punta ad esaltare la guerra, nessuno della redazione vorrebbe mai farlo, il nostro discorso verterà semplicemente sulle spese e sui corpi delle Forze Armate. Crediamo fermamente che sia necessario porre tutto l’impegno possibile per evitare un conflitto, qualunque sia il motivo degli attriti, operando attraverso la diplomazia.

Andiamo in ordine. Le spese insensate esistono in tutti i campi della politica, così come negli altri settori, si sa come va il mondo, quindi non si vuole santificare l’azione dello Stato ma non si può nemmeno fare di tutta l’erba un fascio. Quando parliamo di spese militari parliamo di tutti quei costi che derivano dalla gestione delle Forze Armate, che, per chi non lo sapesse, in Italia sono composte da Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare e Carabinieri. Il primo mito da sfatare è l’equazione abusata secondo cui l’Italia, ripudiando la guerra (celeberrimo articolo 11 della nostra Costituzione), debba di conseguenza rinunciare a spendere risorse in ambito militare. È vero, la nostra carta fondamentale prevede che non si ricerchi il conflitto, ma di certo non vieta la spesa militare, né tantomeno vuole negare la guerra stessa; d’altronde in Costituzione sta scritto anche che il nostro Presidente della Repubblica sia capo delle Forze Armate, e che lo “stato di guerra” sia un’eventualità più che reale, da ratificare con un voto a camere congiunte.

Citando Benedetto Croce, noto filosofo, parlando di politica bisognerebbe avere l’approccio “amorale” che contraddistinse Machiavelli: non una politica immorale, bensì slegata dalla morale. In questo senso sarebbe bello non aver bisogno di spese militari, ma sarebbe anche irreale. Negarne in toto la necessità significa negare a priori la guerra stessa, e sappiamo che essa invece esista, fa parte del mondo; negare le spese militari significa negare la realtà. Il nostro sacrosanto impegno deve essere invece quello di rifiutare il confronto diretto, evitare di innescare un conflitto, fare in modo di non esserne mai artefici o collusi. E spesso noi, come paesi “evoluti”, non lo facciamo, ma questo è un altro paio di maniche.

Cerchiamo piuttosto ora di entrare nel merito e capire perché la spesa militare possa anche crescere, senza dover necessariamente parlare di guerra, facendo una piccola premessa.

Premessa: lo Stato ed il compito della difesa

Ripartiamo da zero. Cos’è lo Stato? Ci sono tante possibili definizioni, ma tutte concordano su un punto del quale dobbiamo essere perfettamente consapevoli: lo Stato è per antonomasia il soggetto che detiene il monopolio legittimo della forza e la esercita in prima istanza per difendere il suolo nazionale e per mantenere l’ordine interno. Questa caratteristica sta alla base di uno Stato, che poi certo può evolversi e caratterizzarsi di tante altre peculiarità, si veda ad esempio il cosiddetto Stato Sociale, tuttavia le sue radici poggiano lì. Chiaramente ciò non significa che le spese debbano necessariamente crescere, anzi, ma Stato e Difesa, nella nostra concezione, sono ancora elementi inscindibili fra loro.

La spesa militare cresce o no?

È sempre bene esser chiari: che la spesa militare cresca probabilmente è solo un luogo comune, lo dimostrano i dati qui riportati in cui è ben specificato, secondo fonti NATO e governative, che le spese viste nella loro totalità in realtà siano via-via diminuite almeno nel corso degli ultimi dieci anni. Un trend al risparmio, dunque, che smentirebbe le dicerie, che tuttavia si prevede risalire dal 2017. In realtà ciò su cui si dibatte sono poi costi addizionali straordinari, che fanno gridare certi giornali, anche molto blasonati, allo scandalo. Cercando in rete però ecco che ognuno propone il calcolo che vuole, così si passa dal denunciare 1.8 milioni spesi al giorno per questioni militari, poi 48, fino a contarne 80, tanto per non farsi mancar nulla. Ma in realtà la cosa che più scandalizza sono gli investimenti in nuovi strumenti e tecnologie, su cui si scrivono titoloni, che finiscono per risultare inutili ed irreali ai cittadini poichè manca un sistema di riferimento con cui confrontarsi. Si parla di miliardi e miliardi investiti in questo o quel progetto, senza porre attenzione al fatto che si tratta di piani decennali (come minimo) che permettono allo Stato di dilazionare nel tempo una spesa molto più “umana”. Quindi, andando avanti cercheremo di capire se davvero serva una spesa cosi costante ed alta, e quali siano i presupposti per cui dal 2017 in poi pare che la spesa militare debba tornare a salire, ma senza dimenticare che ufficialmente i numeri fin qui non siano così catastrofici.

La difesa che cambia

Oggi non abbiamo semplicemente a che fare con una spesa militare nazionale, ma con qualcosa in continua evoluzione. Ne è prova il fatto che negli ultimi anni la prospettiva si stia via-via spostando da una logica nazionale ad una continentale, la difesa dei confini diventa un concetto estremamente più ampio. Così si crea la necessità funzionale di stare al passo degli altri paesi europei per garantire una certa omogeneità di armamenti e un’avanguardia d’attrezzature non indifferenti, specie per quanto riguarda il territorio italiano, crocevia geopolitico. In virtù di un possibile trend crescente delle spese europee è più che capibile che tale andamento sia seguito pure dal nostro paese.

I costi-opportunità di una vera difesa europea

Si è parlato fin qui delle spese militari che devono ormai tenere il passo del continente, ma una precisazione da fare è che non esista tutt’oggi una vera e propria difesa dell’Unione. L’opinione è abbastanza unanime, il risparmio e l’efficienza che ne deriverebbero non sarebbero di poco conto. Ultimamente si è cercato di rilanciare l’argomento, ma sembrano essere ben altri i grattacapi per i leader europei, a torto o ragione. Fatto sta che questo progetto ha radici lontane, negli anni ’50, quando il piano CED (Comunità Europea di Difesa) portato avanti fra tutti dal nostro De Gasperi e Pleven, primo ministro francese, fallì in seguito ad un ripensamento degli stessi Francesi.

Pleven e De Gasperi, ideatori del CED
Il ruolo dell’Italia nel mondo

Una considerazione da sottolineare è il peso dell’Italia sullo scacchiere europeo e mondiale, perché è innegabile che questo aspetto possa riflettersi sull’entità delle spese militari. L’Italia è la terza economia dell’UE (ovvero l’area più ricca del globo), l’ottava potenza economica mondiale, dati del Pil alla mano, e partecipa al G7, ovvero il vertice dei ministri dell’economia dei sette stati sviluppati con la ricchezza netta più alta; politicamente pesiamo e potremmo pesare più di quanto noi cittadini immaginiamo, siamo infatti membri del G8, fra le altre cose, e non è roba da poco. Essere, sulla carta, fra i paesi potenzialmente più influenti al mondo è qualcosa che non va dato per scontato e che fra pochi anni, se non ci tuteliamo in tal senso, non avrà più motivo d’esistere. La nostra spesa militare non può che legarsi anche a questa considerazione, perché essere importanti comporta onori, oneri ed anche pericoli, ed avere un peso sulla scena internazionale significa di per sé possedere anche un comparto militare all’avanguardia. Al di là di questo, paesi sicuramente paragonabili al nostro per importanza, come possono essere la Francia, hanno sviluppato un armamentario molto pesante e ricco di armi nucleari, tanto dirne una, cosa che noi per il momento ci siamo concessi solo in piccolissima parte. Questo non tanto per incitare una competizione che anzi mi auguro non esserci, ma perché quando si parla è sempre bene avere un punto di vista comparato, altrimenti si rimane chiusi nel nostro piccolo, cosa che non fa mai bene.

I patti irrinunciabili

L’Italia risulta essere un attore in prima linea non solo per l’importanza ed il prestigio economico, politico e geopolitico, ma anche per degli impegni vincolanti che, volenti o nolenti, vanno rispettati. Mi riferisco prevalentemente all’Organizzazione del Trattato Atlantico che tutt’oggi rimane in vigore. Ciò che conosciamo come NATO è un organo composto da 28 stati (12 fondatori, fra cui il nostro) venuto alla luce nel 1949 a seguito degli sviluppi del secondo dopoguerra. L’adesione alla Nato, che la si consideri una cosa giusta o meno, prevede chiaramente la disponibilità delle truppe militari dei paesi membri per lo svolgimento di missioni congiunte; senza volersi addentrare più di tanto nel funzionamento dell’organo, si capisce benissimo come chiunque decida di parteciparvi è sottoposto a dei vincoli di natura militare che comportano delle spese.

Congresso dei paesi membri della NATO
La prospettiva mondiale della corsa agli armamenti

Restiamo sempre sulla scena internazionale per affrontare un ulteriore concetto vitale: la nuova corsa agli armamenti di Stati Uniti, Cina e altre grandi potenze, cosa che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni grazie alla stampa. Pensiamo davvero di potercene dire fuori? In che modo, considerati gli impegni presi di cui sopra, pensiamo di reagire alla corsa alle armi, forse abbandonandole? Avremmo davvero il coraggio di ridurre le nostre difese in un periodo simile? Probabilmente la risposta data di getto sarebbe un secco “NO!”, ma senza escludere anche un ingenuo “Ma a me che me ne importa di cosa fanno gli altri???”. Per capire perché dobbiamo preoccuparcene, rimando a quanto detto in precedenza.

L’attività umanitaria e quella di peacekeeping

Un aspetto che spesso ignoriamo rispetto alle Forze Armate è il loro ruolo nei momenti di emergenze eccezionali che comportano la necessità di tempestivo intervento. Un esempio su tutti è quello del terremoto in Haiti del 2010, quando la magnifica portaerei Cavour fu inviata in aiuto dell’isola disastrata dal sisma. Un investimento che era stato molto discusso, quello nella Cavour, che frattanto raggiungendo Haiti solcava l’Atlantico a velocità mai conosciute prima d’allora. Gli interventi umanitari delle Forze Armate sono un aspetto da non trascurare, ne citiamo uno, ma ci sarebbe tanto di cui parlare.
Rispetto agli interventi di peacekeeping invece la questione si fa più complessa. Si definisce con questa espressione tutto quell’insieme di azioni che, seppur militari, l’ONU dichiara come missioni volte al mantenimento della pace e della stabilità. La partecipazione dei paesi dell’Unione Europea è stata espressamente formalizzata per la prima volta dal trattato di Amsterdam del 1997, ed ogni paese singolarmente dispone di legami precisi nei confronti delle Nazioni Unite su questo frangente. L’aspetto militare non è l’unico ad interessare l’attività di peacekeeping, visto che il carattere delle missioni muta di volta in volta, ma l’utilizzo di personale militare è comunque quasi sempre contemplato; ci si riferisce soprattutto a quegli interventi che hanno come fine ultimo il garantire la stabilità di un paese in difficoltà interna o appena liberatosi da un conflitto, distinguendo quindi il peacekeeping dal peacebuilding e peacemaking, quando invece si interviene in modo molto più massiccio per porre fine a conflitti in corso.

Le Forze Armate di cui non ci accorgiamo in Italia

Guardando all’aspetto puramente nazionale, finora ci siamo soffermati sull’argomento delle guerre e dei conflitti quando in realtà avere un buon comparto militare porta benefici che vanno ben oltre tutto questo. Pensiamo semplicemente al periodo che stiamo vivendo: l’esercito risulta fondamentale per sopperire alle mancanze di sicurezza delle grandi città (operazione Strade Sicure) in un periodo caratterizzato dal dilagare degli attentati sul suolo europeo. Ci auguriamo chiaramente che il nostro modello continui a dare i frutti che già sta sviluppando, ovvero la totale assenza di serie minacce sul nostro territorio, per ora tutte sventate grazie ad un gran lavoro di collaborazione fra le forze dell’ordine. Pensiamo ancora al ruolo ricoperto dall’Esercito -a fianco della Protezione Civile– nelle operazioni post terremoti e valanghe: senza la sua efficacia non sappiamo quanto peggiori potrebbero essere stati gli esiti di simili tragedie. Oltre a questo si può ricordare l’attività della Marina Militare nel gestire l’emergenza migranti presso le coste, e ancora il ruolo dell’Aeronautica in casi di eccezionale emergenza sanitaria, oppure il compito di tutela ambientale in capo alla Guardia Costiera… Tutti elementi irrinunciabili, tutti elementi che hanno un loro costo e che spesso dimentichiamo. Su questo ci sarebbe da riflettere molto, perché è oggettivo che problemi come questi, a cui il comparto militare deve ovviare, siano dilaganti, non certo in diminuzione. Ecco, in parte si può riuscire a comprendere meglio come le spese militari talvolta possano lievitare.

Membri dell’Esercito al lavoro ad Amatrice
Spese militari come investimento nell’eccellenza

Detta così è un po’ un pugno nello stomaco, sempre se restiamo troppo vincolati al discorso morale, tuttavia il settore militare è in certi frangenti una vera eccellenza italiana, parlando dal punto di vista tecnico ed economico. Non può che venire in mente il settore dell’alta tecnologia, trainato da aziende come Selex Sistemi Integrati e Oto Melara, oppure la cantieristica navale, con Fincantieri e Leonardo in prima linea. Non si può negare che si tratti di fiori all’occhiello, industrialmente e tecnologicamente parlando. Facendo un discorso meramente economico, accantonare l’impulso a tali attività risulterebbe sconveniente, per usare un eufemismo.

Le Forze Armate come gruppo di interesse

Le Forze Armate, in particolar modo l’Esercito, potrebbero anche essere definite come un gruppo d’interesse che riesce ad effettuare una certa pressione sulla politica in vista del possibile stanziamento di fondi. È chiaro che esista un legame forte fra le alte cariche militari e la politica, ma talvolta non ci si rende conto che, pur essendo una cosa scontata, non è detto che la gestione dei rapporti che ne derivano sia poca cosa. Dialogare con l’arma comporta sempre e comunque dei rischi, anche se minimi, e fra l’altro non occorre andare tanto indietro nel tempo per registrare tentativi di colpo di stato da parte di esponenti delle forze armate (se ne ha traccia ad esempio negli anni ’60 e ‘70, sembra tanto tempo fa, ma era l’altro ieri). Insomma, la pressione esercitata da un gruppo di interesse caratterizzato dal monopolio delle armi non è da considerare come insignificante, e si capisce bene che ciò che esso voglia ottenere possa essere raggiunto facilmente. È giusto? Certo che no, ma funziona anche così.

Conclusioni

Nessuno vuole dire che tutto vada bene così, l’intento di questo articolo è stato piuttosto quello di rendere il più fruibile possibile un argomento che nonostante ciò continua a risultare estremamente complesso, poco perspicuo. C’è bisogno di cambiamenti, come dappertutto, ma non per questo va tutto rinnegato. Non si può rifarsela sempre col “governo cattivo” che non fa le cose che si ritengono essere più utili, o coi politici incapaci che rubano: certi argomenti sono immensi. Noi italiani dovremmo avere maggiore conoscenza di un tema che ci riguarda da vicino più di quanto si creda e, per quanto possibile, andarne anche un po’ fieri.
L’Italia ripudia la guerra, ma mai le Forze Armate.

 

Stefano Ciapini

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