Studente di Giurisprudenza all’Università di Modena e Reggio Emilia, scrittore presso il Prosperous Network, amante di storia, politica e scrittura.

Il 2017 si è aperto con l’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
Le reazioni dell’opinione pubblica sono state svariate e contrastanti, da chi esultava per la fine dell’era Obama a chi vaneggiava l’avvento di una dittatura fascista. Qualsiasi ipotesi fatalista e catastrofica, sebbene frutto di analisi piuttosto banali, è stata già scongiurata nel primo mese di governo.
Il responsabile è il sistema giudiziario americano, formidabile ramo del complesso sistema di pesi e contrappesi che regge la democrazia americana; nello specifico caso sull’ordine esecutivo firmato da Trump il 27 Gennaio denominato “Muslim Ban” (qua il testo completo)

In sintesi il decreto prevede la sospensione dell’entrata negli States da persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana, quali Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen, per motivazioni di sicurezza pubblica.

Venerdì 3 Febbraio il giudice federale di Seattle, James Robart (di nomina repubblicana) sospende l’applicazione del decreto governativo su tutto lo stato, sette giorni dopo la decisione viene confermata dalla corte d’appello.

Ultima ad esprimersi sarà la Corte Suprema americana e in caso anch’essa si esprima in linea con le decisioni delle corti inferiori il decreto di Trump non vedrà più la luce.

Pochi giorna fa il segretario alla Sicurezza nazionale John Kelly, intervenuto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha parlato di una nuova “versione più concisa e semplificata” del decreto.

Tutto ciò dovrebbe rincuorarci e frenare queste congetture molto fantasiose, o quantomeno fallaci, sul nuovo dittatore americano, che non è una minaccia per la democrazia americana, finché verrà conservata la divisione dei poteri.
Altro dettaglio importante è il fatto che il giudice federale sia di fede repubblicana, questo a dimostrazione della capacità di mettere da parte le ideologie e l’appartenenza ad un partito in nome del rispetto della Costituzione.

Vi è anche un precedente ancora più eclatante, nel 1974, in pieno scandalo Watergate, la Corte Suprema si espresse riguardo all’ammissibilità di prove come i nastri di registrazione delle conversazioni di Nixon nella sala ovale; l’accusa dimostrò la “sufficiente probabilità che ciascuno dei nastri contiene conversazioni rilevanti per i reati contestati nell’atto di accusa”

Per la decisione fu fondamentale l’opinione dello Chief Justice Burger, anch’egli repubblicano di ferro. Di seguito a tale sentenza, Nixon diede le dimissioni, e di fatto la giurisprudenza depose un presidente eletto.

Questi episodi dovrebbero rinnovare la nostra fiducia nella democrazia e nella divisione di poteri, pilastri delle democrazie occidentali.

Fin quando la giurisprudenza sarà libera, indipendente e apolitica lo stato di diritto sarà difeso dalle contingenze storiche e politiche.

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