Studente di Giurisprudenza all’Università di Modena e Reggio Emilia, scrittore presso il Prosperous Network, amante di storia, politica e scrittura.

Il 10 dicembre del 1948, il mondo è appena uscito dalla più devastante guerra della storia dell’umanità, viene firmata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a Parigi, documento che in via teorica dovrebbe vincolare ogni membro delle Nazioni Unite. (testo completo qua)
Tale dichiarazione è frutto del travagliato e lunghissimo percorso di affermazione e riconoscimento della dignità, dei diritti e della libertà di ogni singolo individuo; corollario delle dottrine giunsnaturaliste e liberali, ma anche socialiste ed egalitarie.
Per noi occidentali questo documento ha un valore inestimabile, è impressa in questo la nostra secolare cultura e stabilito il nostro sistema valoriale, ma il problema è esattamente questo.

La presunzione eurocentrica ha di fatto stabilito che i nostri valori occidentali, frutto di secolari guerre e rivoluzioni culturali e politiche, vincolassero non solo il nostro continente, bensì tutto il mondo. Svariati infatti sono stati gli interventi militari delle Nazioni Unite in più parti del mondo, negli ultimi 50 anni, ogni qual volta è avvenuta una violazione dei diritti umani.

La domanda che dobbiamo porci noi occidentali è se veramente questi valori, prettamente europei, debbano inderogabilmente valere in tutto il mondo. Cosa stabilisce che sia proprio il nostro diritto ad essere il migliore e dunque da esportare? (e non sempre con le buone maniere)

Alla luce di ciò è doveroso, a mio parere, fare due considerazioni, la prima sulla territorialità del diritto, e la seconda sulla ratione del diritto.

Andiamo per gradi.

Per territorialità del diritto si intende che in un determinato luogo contraddistinto geograficamente si applica lo stesso diritto; in un’epoca di profondi cambiamenti, come la globalizzazione o i flussi migratori, stabilire e ribadire questo principio è fondamentale.

Il dovere che sicuramente non può essere messo in discussione da noi occidentali è quello di non dover rinunciare alla nostra tradizione storica e valoriale del diritto nelle nostre nazioni, il multiculturalismo non può in alcun modo inficiare il nostro complesso normativo, non possiamo sacrificare sull’altare dell’integrazione i diritti da noi conquistati e conformi alla nostra storia e natura.

Dunque, nelle nazioni occidentali il rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani deve essere un imperativo etico insormontabile, deve gravare su ogni cittadino, su ogni istituzione, su ogni autorità e amministrazione e su ogni individuo di cultura diversa che scelga pacificamente di vivere nella nostra società.

Per quanto riguarda la ratione del diritto si entra nel campo non di giustificare il nostro eurocentrismo, quanto nel comprendere come il nostro diritto si sia radicato in svariate parti del mondo, se questo debba continuare, e verificare in che modo sia stato concepito.
La ratione del diritto si divide in due momenti, il primo è quello della ratione auctoritatis, ovvero quando il diritto si afferma poiché portato dal popolo militarmente più forte, come fecero in Romani in Europa, Napoleone in Italia, inglesi e francesi nel resto del mondo.

Di seguito invece vediamo la ben più nobile auctoritate rationis ovvero la “seconda” fase dove il diritto viene autonomamente assorbito dal popolo occupato per via non dell’autorità delle armi bensì per l’autorevolezza della ragione intrinseca nel diritto. In parte questo processo è avvenuto, soprattuto nel diritto contrattuale e commerciale.

Nel corso dei decenni il diritto occidentale si è amalgamato con le tradizioni locali, in alcuni casi di più in altri meno, Ma il vero problema è che in moltissimi paesi i diritti umani non sono entrati con la stessa facilità. A fare una strenua resistenza sono per esempio i paesi islamici, tristemente noti per i loro diritto ai nostri occhi occidentali barbaro, in quanto a diritti umani e familiari. Ma non solo, ha fatto anche scalpore la parziale depenalizzazione del reato di violenza domestica, solo per la prima denuncia, in Russia. Bisogna colpevolizzare queste realtà? Bisogna sdegnarsi? Accusarle di inferiorità? Bisogna invaderle tenendo fortemente in mano la dichiarazione universale dei diritti umani che probabilmente per loro non vale nulla?

I diritti umani, familiari, coniugali, i rapporti di filiazione e testamentari, sono tutti situazioni fortemente legate alla cultura e alla tradizione di un determinato popolo, e di conseguenza difficili da scardinare.
Cosa resta da fare a noi occidentali per non scadere nella più becera presunzione, ma nemmeno assistere a palesi ingiustizie?
La mia personale risposta si limita la punto della territorialità. Possiamo anche criticare le scelte di paesi esteri sovrani, possiamo osteggiarli, sottoporli a embargo, ma di certo questo non cambierà la loro cultura; quello che possiamo fare è rafforzare il nostro diritto nazionale, perpetrare la nostra strada valoriale, continuare a combattere i numerosi abusi nei nostri territori, e non arretrare, mai, nemmeno di un centimetro , di fronte alle pretese di comunità che vogliono applicare il loro “barbaro” diritto nella nostra società.

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