Studente di Relazioni Internazionali all’Alma Mater Studiorum di Bologna, fondatore e scrittore per il Prosperous Network, nel tempo libero divoro libri e serie TV.

Democrazia, dal greco antico: δῆμος, démos, “popolo” e κράτος, krátos, “potere” etimologicamente significa “governo del popolo“.

Nell’antica Grecia la democrazia si sostanziava nell’atto della riunione pubblica del popolo nel’agorà, dove per alzata di mano venivano prese direttamente le decisioni pubbliche.

Il fondamento della stessa è che si propone di dare a tutti la stessa voce in capitolo, secondo la regola uno vale uno concretizzata con l’atto dell’alzata di mano, che permette di decidere direttamente su temi di interesse pubblico.

Ma nell’antica Grecia la parola “democrazia” nacque come espressione dispregiativa del sistema di governo Ateniese.

Infatti kratos, più che il concetto di governo (designato da archìa) esprime quello di “forza materiale” e, quindi, “democrazia” sottintendeva, pressappoco, una “dittatura del popolo” o “della maggioranza”.

Secondo Aristotele la democrazia era il frutto di un ribaltamento del sistema aristocratico da parte dei poveri, un vero e proprio “dispotismo dei poveri” a discapito del “dispotismo dei ricchi“, il governo aristocratico.

Gli ateniesi sostenevano invece che nel concetto di democrazia fosse insito il principio di “isonomia” (ovvero eguaglianza delle leggi per tutti i cittadini) e “isegoria” (eguale diritto di ogni cittadino a prendere parola nell’assemblea). A questi principi di eguaglianza si legavano quelli di parresìa (libertà di parola) ed eleutherìa (libertà in genere). La democrazia ateniese si contraddistingue quindi per due peculiari caratteristiche: il sorteggio nelle cariche pubbliche e l’assemblea legislativa a democrazia diretta composta da tutti i cittadini.

Ma queste caratteristiche potevano trovare attuazione solo in piccole comunità come le polis greche.

Quando la Democrazia riemerge alla fine del 1700, la parola stessa è legata a significati diversi, alla democrazia degli antichi subentra la cosiddetta democrazia dei moderni, della quale parla Benjamin Constant.

Essa è il frutto di trasformazioni, rispetto al modello antico, di carattere antropologico, economico e sociale.

1) L’interesse del singolo si è spostato verso la sfera privata, mentre gli antichi dal punto di vista umano si sentivano pienamente realizzati partecipando alla vita pubblica; l’uomo moderno si sente più realizzato nella sua vita privata, dove può sviluppare i propri interessi.

2) Gli antichi che praticavano la politica a tempo pieno potevano usufruire di una realtà che adesso non esiste più: la schiavitù.

Non dovendo esercitare una professione per mantenersi, avevano il tempo per fare politica.

A causa del tempo, moneta inestimabile e virtù di pochi nei tempi che corrono, soltanto alcune categorie di persone possono permettersi di fare politica a tempo pieno, estromettendo così le persone comuni a causa del mutamento della struttura economica e sociale.

3) La terza ed ultima trasformazione riguarda le dimensioni della comunità politica, la polis erano composte massimo da 15000 persone, piccole società, come gli odierni comuni.

Quando dalla misura della polis si passa alla misura dello stato nazionale moderno, diventa pressoché impossibile chiedere a tutti i cittadini di fare politica. “In quale piazza riuniamo tutti gli italiani per prendere decisioni politiche?” Diventa tecnicamente impossibile riprodurre la democrazia degli antichi nelle condizioni politiche del mondo moderno.

Ed è così che nasce la democrazia rappresentativa.

Una forma di democrazia in cui il popolo non prende decisioni in prima persona sulle politiche che riguardano la cosa pubblica, ma elegge dei rappresentanti che decidono in sua vece.

Rappresentanti retribuiti che possono riunirsi nelle “piazze” moderne, come il Parlamento, per prendere decisioni per la comunità.

Diventa quindi necessario per fare politica un nuovo attore politico chiave: i partiti politici; per vincere un’elezione di massa serve una rete capillare dedicata stabilmente alla costruzione del consenso politico.

Ma di questo ne parleremo un’altra volta

di Matteo Manera

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