28 anni, laureato in Scienze Politiche Relazioni internazionali, attualmente studente/lavoratore di International Business Development e Global Management.

Il capitalismo così ipoteticamente inteso, viene definito come la bestia nera dei tempi moderni, la degenerazione della corsa al guadagno e il trionfo del superfluo.
Ma è veramente così orripilante?
Il sistema di produzione capitalistica (senza voler fare puntualizzazioni pignole) entra in funzione a pieno regime nei primi del ‘900, complice il sistema Fordista.
Più volte è stato contestato il fatto che il capitalismo abbia aggravato la situazione della classe povera a pannaggio dei soli possidenti dei mezzi di produzione, ma la realtà dei fatti è più complicata e meno scontata.

Molti paesi hanno usufruito del sistema capitalistico per aumentare il loro impatto economico nel mondo, specialmente post Seconda Guerra Mondiale dove il mondo intero era un cantiere in divenire pronto ad assorbire l’intero volume di produzione, dovuto alla ricostruzione.
I così definiti paesi industrializzati hanno fatto il bello e il cattivo tempo governando economicamente i paesi che ancora non possedevano i mezzi o le intenzioni di passare ad un modello capitalistico. La realtà dei fatti gli ha dato ragione finquando quegli stessi paesi arretrati non hanno iniziato ad avere un’apertura globale dei mercati ed hanno adottato un sistema semi-capitalistico alcuni (caso della Cina), e completamente capitalistico altri (caso dell’India che ha cambiato modalità produttive e di governance economica nei primi anni ’90).

Ad oggi la Cina è una potenza economica indiscussa e l’India cresce del 7,5% all’anno da diversi anni, avendo a disposizione una quantità di investimenti diretti da parte di moltissime multinazionali, ed una forza lavoro a basso costo che nel 2020 sarà della media di 29 anni, la nazione più giovane del pianeta.
Il capitalismo è uno strumento, il più grande forse, per creare ricchezza e lo ha dimostrato ampiamente con numeri e fatti nel corso del secolo breve. La maggior critica che si muove al capitalismo tuttavia riguarda la direzione degli introiti che vengono attributi a relativamente pochi individui, se considerato il numero di persone interessate internamente al ciclo produttivo. Ebbene, il capitalismo produce ricchezza, il problema sta nella distribuzione della suddetta, ma questo è un problema di avidità dell’essere umano che non ha, allo stato attuale, concepito un sistema alternativo che riesca a conciliare produzione e distribuzione equa.
Marx a lungo ha studiato e dibattuto (in maniera esaustiva, completa e soprattutto CORRETTA) sul sistema-capitalismo, proponendo un suo modello alternativo che tuttavia era impraticabile a livello economico poichè non riusciva a spiegare i prezzi in termini di mercato correlati all’equa distribuzione dei salari.

In definitiva, il capitalismo sistemico prima, e la globalizzazione dei mercati dopo, hanno fatto sì che fosse possibile lo sviluppo economico globale, con l’applicazione di alcuni principi economici di base.

Consiglio la visione di questo filmato della BBC: la storia di 200 paesi in soli quattro minuti, l’evoluzione dei sistemi economici in termini di sviluppo nel mondo.

Partiamo dall’assioma che ci troviamo in un regime di concorrenza imperfetta: in questa situazione la presenza di numerosissime aziende nel mercato offre una concorrenza per quanto riguarda i prodotti che non sono considerabili perfettamente sostituibili e POSSONO (ma non necessariamente) venirsi a creare situazioni di monopolio od oligopolio.
In questa situazione i governi e le entità sovranazionali come la WTO giocano un ruolo di primaria importanza nella regolazione dei mercati al fine di limitare situazioni di degenerazione, seppur lasciando un ampio margine di libertà al mercato. In questo contesto di base, la globalizzazione agisce fornendo una connessione tra i mercati, creandone uno di gran lunga più grande.
Si è notato nelle ultime decadi che le preferenze dei consumatori a livello generale hanno iniziato a convergere, seppur differenziate, a livello strettamente locale; ciò ha fatto sì che le aziende potessero sfruttare la produzione in maniera piena e poi frammentare la catena produttiva delocalizzandola parzialmente in paesi che forniscono un vantaggio comparativo.

Dicesi vantaggio comparativo un vantaggio a livello economico e/o di produzione da parte di un paese che può sfruttare per rimanere competitivi sul mercato; può essere associato sia ai vari elementi della produzione stessa, oppure a fattori esogeni che contribuiscono comunque a migliorarne l’output finale (per fare un esempio, la Cina ha il vantaggio comparativo ampiamente sfruttato della manodopera a basso costo).

Detto questo, in un mercato globale dove la competizione è spietata, le alternative per rimanere competitivi sono solo due: essere molto efficienti nello sviluppo di nuovi prodotti/miglioramento del prodotto core, oppure la riduzione del prezzo di vendita. In questa seconda ipotesi, per non incorrere in complicazioni come il Dumping (riduzione del prezzo di vendita di un bene a scopo predatorio per escludere dal mercato i concorrenti, ampiamente punito), è bene poter giustificare la riduzione e l’unica alternativa è quella di risparmiare sul costo di produzione. Per attuare ciò, la delocalizzazione dei livelli di produzione a scopo di riduzione dei costi è la via più diffusa per ottenere il risultato voluto.

Passiamo alle maggiori argomentazioni poste per quanto riguarda la globalizzazione e il capitalismo.

  • La globalizzazione delocalizza la produzione e quindi distrugge i posti di lavoro.

La globalizzazione fa sì che si produca parte di un prodotto in un paese dove la manodopera è a basso costo, questo comporta che lo stesso paio di jeans che prima si compravano a 120$ ora si possono comprare a 90$, con due conseguenze differenti: il consumatore ha più soldi in tasca da poter investire in altri beni di consumo, e genera posti di lavoro nel paese ricevente l’investimento. I lavoratori del paese ricevente hanno ora a disposizione dei salari che spenderanno in beni di consumo che potrebbero facilmente essere il risultato di produzioni del paese d’origine (considerato che i paesi che investono statisticamente sono quelli che hanno produzione differenziata di un paniere di beni particolarmente variegato), facendo rientrare parzialmente il denaro sotto forma di guadagni lordi e se si rende necessario, potrebbero generarsi altri posti di lavoro perchè richiesto un aumento della produzione per soddisfare la nuova domanda.

Un filmato della OECD ci fornisce supporto nella teoria.

La “perdita” dei posti di lavoro si ha solo nel lavoro non specializzato, di cui i paesi in via di sviluppo fanno vantaggio comparativo, la reale causa di eventuale disoccupazione (poichè perfino più incidente della delocalizzazione della produzione), è la tecnologia che ottimizza i costi. Quello che si è notato è la maggiore richiesta di lavori specializzati come responsabili marketing o di eguale alta formazione, inoltre la bilancia degli stipendi invece di essersi assottigliata, si è inspessita poichè questo genere di attività crea opportunità d’investimento e movimenti consistenti di denaro. Lo stato (soprattutto nei paesi cosìddetti industrializzati) dovrebbe essere quello che fornisce un supporto per colmare il gap culturale e rendere la popolazione locale nuovamente in grado di entrare nel mondo del lavoro sfruttando al meglio le potenzialità richieste dalle nuove posizioni richieste.

  • La globalizzazione sfrutta la mancanza di regolamentazione dello sfruttamento del lavoro e dell’inquinamento

La globalizzazione rende possibile lo slittamento della produzione in paesi che statisticamente sono poco regolamentati sotto entrambi i punti di vista. Nel brevissimo periodo, l’evidenza dei dati ha rilevato che sì, i suddetti paesi registrano un incremento significativo dei livelli di inquinamento e dello sfruttamento del lavoro.
E’ altrettanto vero però che gli stessi paesi nel breve-medio periodo impongono una regolamentazione delle emissioni poichè loro stessi aderendo a nuovi trattati internazionali di tipo economico, saranno spinti ad attuare politiche di contenimento.
C’è inoltre da dire che oltre alla normale integrazione delle politiche del lavoro, le aziende rispondono oggi a regole autoimposte per la limitazione dell’impatto negativo (Responsabilità Sociale d’Impresa), se non altro per la pubblicità che ne ricevono, considerato il fatto che i clienti in tempi moderni sono particolarmente sensibili a questo tipo di tematiche, oltre al fatto che il controllo ad opera dei consumatori stessi tramite i media, dà loro potere di minacciare il boicottaggio dei prodotti.

  • La globalizzazione riduce la sovranità nazionale in favore di enti sovranazionali quali EU, WTO, FMI, etc…

Anche questo in realtà non è un punto attendibile, gli enti sovranazionali sono creati dagli stati stessi in compartecipazione o nel qual caso gli stessi fanno esplicita richiesta per entrarvi poichè ne beneficiano in maniera diretta.
Senza scendere nei dettagli delle funzioni di ciascun ente, la partecipazione è volontaria, qualora lo stato non sentisse più la necessità di farne parte, può sempre presentare domanda per l’uscita dal suddetto. Per queste ragioni moltissimi paesi negli ultimi 30 anni hanno iniziato un percorso di graduale apertura dei mercati, riducendo anche i dazi sulle importazioni e usufruendo degli accordi internazionali.

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La povertà in termini assoluti è in realtà diminuita nel corso degli anni, contrariamente a quanto viene generalmente affermato.

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Questo tipo di processo è ciclico, i paesi che prima erano considerabili poveri adesso sono delle potenze o lo diventeranno, imponendosi sui precedenti detentori del primato che, impoveritisi, ora devono cercare di rimanere competitivi, fino ad eclissarsi e diventare a loro volta i paesi sfruttati o con eguale potere decisionale, cambiando l’asse del potere contrattuale nel corso degli anni fino a quando non si trovi un sistema altrettanto efficiente ma più equo.

Qui un filmato della World Trade Organization spiega visivamente quanto detto.

Riassumendo, il capitalismo è uno strumento con un grandissimo potenziale che però in molti casi è stato male utilizzato o non si sono prese le dovute precauzioni affinché si potessero arginare gli effetti collaterali. Ad oggi non si è ancora trovata una modalità alternativa che garantisca lo stesso grado di sviluppo con meno effetti degenerativi, ecco spiegata la nascita di diverse organizzazioni internazionali di mediazione economica che studiano cause, effetti e soluzioni per i problemi che si possono generare.
É compito dei governi collaborare con le suddette ed intervenire attivamente affinché le multinazionali garantiscano una maggiore responsabilità sociale d’impresa a prescindere dall’immagine percepita dai consumatori.

articolo di Alessandro Nicotra

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