Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, studente magistrale di Strategie della comunicazione Pubblica e Politica presso L'università di Firenze. Appassionato di politica, storia, sociologia, comunicazione e nuove tecnologie.


Nel corso dell’ultimo decennio, la questione che più ha alimentato fratture sociali, all’interno dell’opinione pubblica degli Stati Occidentali, è stata l’immigrazione. Dagli USA di Donald Trump all’Ungheria di Orbán, in tutti i Paesi democratici sono nati, e hanno prosperato, movimenti e leader la cui principale causa di lotta politica è stata la mobilitazione anti-immigrazione. Secondo la visione di questi schieramenti, le difficoltà economiche dovute alla crisi finanziaria, la sempre crescente disoccupazione e la dilagante insicurezza tra i cittadini, avevano (e hanno) come unica causa incriminante l’arrivo degli immigrati, i quali, secondo il loro punto di vista, rappresentano una minaccia tanto per la tenuta economica dei rispettivi paesi, quanto per l’integrità e la futura prosperità della cultura tradizionale nativa. Ma è davvero così? L’immigrazione rappresenta veramente una minaccia economica e culturale insostenibile per le nostre società?

Immigrazione e società
Secondo l’economista britannico, nonché fondatore di Open Political Economy Network (OPEN), Philippe Legrain, l’apertura verso gli immigrati, oltre che ad essere moralmente giusta, è anche economicamente e culturalmente arricchente. Per Legrain la libertà di movimento, all’interno di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, è uno dei principali diritti da difendere e promuovere, perché solo attraverso questo principio fondamentale l’individuo ha la reale possibilità di definirsi nel corso della sua vita, non solamente attraverso gli standard culturali del suo luogo di nascita, ma anche per le sue reali capacità e doti personali. Nell’ottica di un mondo sempre più aperto e multiculturale, secondo Legrain, l’immigrazione permette inoltre un arricchimento sociale e culturale per tutti i cittadini di un Paese: l’arrivo di persone da altri Stati, infatti, comporta la diffusione di una più ampia dieta gastronomica, induce ad una maggiore creatività nell’arte e nella musica e consente un allargamento delle relazioni sociali che stimola l’innovazione e la conoscenza del mondo. L’immigrazione, insomma, non comporta la sostituzione della cultura nativa con quella degli “stranieri”, bensì l’integrazione e l’arricchimento di entrambe.

Immigrazione ed Economia
Come già detto, una delle principali retoriche politiche dei Partiti anti-immigrazione, riguarda soprattutto il (presunto) danno economico che gli stranieri arrecherebbero al Paese in cui si spostano: “rubando posti di lavoro” ai residenti, alimentando la malavita e sottraendo soldi allo Stato per inviarli nei propri Paesi d’origine. La realtà delle cose, tuttavia, si discosta molto da queste percezioni: gli immigrati, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono occupati in posti di lavoro che non soddisfano più le esigenze dei lavoratori nativi. Lo dimostra il fatto che, in Italia, su 5 milioni di residenti stranieri, 3 milioni siano contribuenti il cui reddito medio, però, risulta inferiore a quello dei cittadini italiani (13 mila euro contro 20 mila euro, con un differenziale di circa 7 mila euro all’anno), sintomo di come la forza lavoro straniera sia occupata maggiormente in posti di lavoro meno retribuiti e, spesso, soggetti a sfruttamento. Nonostante questo divario, gli immigrati, oltre che a sopperire alla mancanza di lavoratori in determinati settori economici, ricevendo e spendendo il proprio stipendio, aiutano ed alimentano l’occupazione e la creazione di nuovi posti di lavoro.

Infine, quel che fanno i lavoratori immigrati con i propri risparmi, non dovrebbe essere di interesse pubblico: purché non siano usati per delinquere, chiunque è libero di gestire i propri guadagni nel modo che ritiene più opportuno, e se, per molti immigrati, questo significa inviare denaro alle proprie famiglie per mantenerle in altri paesi, sono liberissimi di farlo. Lo Stato in cui lavorano non ci perde economicamente e, anzi, questo permette anche al loro Paese d’origine, tipicamente più povero, di prosperare, pian piano, sempre di più.

Il Caso Italiano

Nel caso specifico dell’Italia, l’immigrazione, oltre che ad essere un beneficio sociale, culturale ed economico, è anche e soprattutto una necessità per la sostenibilità del nostro Sistema Pensionistico. Per chi non fosse a conoscenza dell’effettivo funzionamento del sistema previdenziale italiano, vi basti sapere che è un Sistema a Ripartizione: gli attuali lavoratori pagano un contributo che sostiene le pensioni degli attuali pensionati, nella speranza che, in futuro, nuovi lavoratori sostengano le loro. Il meccanismo è pensato per risultare a somma zero, ovvero, a tanti contributi versati dovrebbero corrispondere altrettante pensioni pagate, senza eccessi e senza sprechi. L’aspetto fondamentale di questo meccanismo è il bilancio Demografico: quando la fascia lavorativa, che va in media dai 16 anni ai 65 anni, è sufficientemente popolata, questo permettere ai lavoratori sia di sostenere le pensioni dei più anziani (in media dai 65 anni in su) sia di mantenere i più giovani (in media 16 anni in giù).

Fino agli anni ‘80-‘90, il Boom economico e demografico post Seconda Guerra Mondiale, ha permesso al sistema di funzionare, tuttavia oggi, a causa del progressivo allungamento delle aspettative di vita e di un calo demografico sempre più vertiginoso (in sostanza in Italia non si fanno più abbastanza figli), il Sistema Previdenziale italiano, nell’immediato futuro, non sarà più sostenibile (poiché pochi figli significa poca futura forza lavoro in rapporto, invece, ad un numero sempre crescente di anziani bisognosi di pensioni).

Su questa problematica si è soffermato più volte anche l’ex Presidente dell’INPS, Tito Boeri, il quale aveva affermato come gli immigrati fossero “fondamentali per il mantenimento del sistema previdenziale che, senza di loro, rischierebbe il collasso.” Questo per un semplice motivo: la stragrande maggioranza degli immigrati sono giovani, con età media di 33 anni, che, nell’architettura del Sistema Pensionistico, si configurano come un bonus positivo nella fascia dell’età lavorativa: in sostanza, la mancanza di nuova forza lavoro nativa viene compensata dall’arrivo di quella immigrata. Quest’ultima, inoltre,risulta ancora più vantaggiosa per il Sistema Previdenziale, poiché lavorerà, verserà i contributi (quindi contribuirà al pagamento delle pensioni) e, una volta invecchiata, nella maggioranza dei casi, tenderà a ritornare al proprio paese d’origine, di fatto rinunciando al diritto di avere a sua volta una pensione pagata dai nuovi lavoratorie, quindi, alleggerendo la fascia d’età dei pensionati futuri.

In conclusione, nonostante questo sia stato un decennio egemonizzato da una retorica esclusivamente anti-immigrazione, è più che mai conveniente oggi, alla luce della spaventosa crisi economica che abbiamo di fronte, dovuta alla Pandemia Covid-19, iniziare ad invertire questa tendenza alla demonizzazione di qualcosa che, invece, può portare enormi benefici alle nostre società. L’immigrazione deve essere “sfruttata” (lasciatemi passare il termine) a vantaggio dell’economie e del Welfare dei Paesi interessati, soprattutto in quelli in cui il calo demografico è ormai irreversibile e inarrestabile. Non è certo con i #portichiusi o con lo sfruttamento non regolamentato della forza lavoro straniera, che si trae il massimo beneficio economico, sociale e culturale dall’immigrazione.

Apertura, regolamentazione e lavoro: queste dovrebbero essere le tre parole chiave per la gestione di un fenomeno sociale che sarebbe impossibile, e stupido, bloccare ma che, invece, è assolutamente fruttuoso incentivare.

(Vi rimando a questo articolo del Sole 24 Ore per una lettura più dettagliata sulla questione: https://www.ilsole24ore.com/art/immigrati-rapporto-costi-benefici-e-positivo-l-italia-ecco-perche-AEltRrGF?refresh_ce=1 )