La strada verso la versione definitiva della Legge di Bilancio 2020, che dev’essere approvata entro il 31 dicembre 2019, sembra ancora lunga e faticosa: in calendario ci sono 4550 emendamenti di cui 1770 presentati dai partiti della maggioranza (PD, Italia Viva, M5S, LeU). Nella lotteria delle proposte avanzate finora, tra una presunta tassa sulle merendine e un’odiata imposta sulla plastica, è spuntato anche un nuovo bonus famiglia.

La proposta per le famiglie

Il  provvedimento,  annunciato dal PD,  prevede un sussidio mensile di 240 euro per ogni figlio minorenne, che si ridurrebbe fino a un massimo di 80 euro per i figli di età compresa tra i 18 e i 26 anni non economicamente indipendenti. A causa dello sua complessità questa misura è stata però rimandata al 2021  e anche il finanziamento, in origine previsto già per il 2020, di una “Carta bimbi” da 400 euro mensili per il pagamento delle rette degli asili nido e di altre spese per l’infanzia potrebbe slittare. Il nuovo bonus così strutturato andrebbe a sostituire gli attuali bonus bebè e premio nascita, oltre alle detrazioni e gli assegni per le famiglie con tre o più figli.

L’obiettivo: frenare il calo demografico

Il nuovo piano si propone di aiutare le famiglie in un’Italia in cui il calo demografico sembra essere diventato una malattia cronica, che non dà nessun segno di miglioramento. I dati Istat del 2018 e l’ultimo aggiornamento del luglio 2019 confermano il trend negativo: circa 120mila nati in meno negli ultimi dieci anni e la condizione tecnica di “declino demografico”. Un crollo innescato dalla crisi del 2008 e riconducibile, secondo l’Istat, a una duplice causa: la diminuzione delle donne in età fertile e il basso tasso di fecondità (numero di figli per donna). Una donna italiana, infatti, ha in media 1,24 figli e la percentuale delle donne senza figli si stima raddoppiata negli ultimi venticinque anni. Le donne straniere, che hanno in media 1,98 figli, bilanciano il calo solo in piccola parte.

Problemi economici e cambiamenti sociali

Si fanno pochi figli e in età più avanzata. La crisi del 2008 e la condizione di precariato in cui vivono molti giovani (l’Italia ha un tasso di disoccupazione giovanile che si aggira intorno al 30%)  allungano i tempi, portano ad aspettare finché l’orologio biologico non scatta e così le donne italiane hanno il primo figlio quasi a 32 anni e gli uomini a 35. Inoltre, alle difficoltà materiali si sommano alcuni cambiamenti sociali, legati a una nuova figura della donna  non più considerata solo come madre. In altre parole, fare figli non è più una priorità. Non lo è perché richiede una stabilità che sembra una chimera e perché la realizzazione personale passa ormai anche da sentieri avulsi dalla genitorialità.

Fare qualcosa è possibile?

In un panorama così fosco, arrestare il calo demografico pare una mission impossible. Forse lo è davvero, ma tentare almeno di rallentarlo è d’obbligo, perché un paese che si avvia ad avere più pensionati che giovanissimi rischia di non sostenere il suo stesso peso. I bonus possono essere un aiuto, ma serve una seria e strutturale revisione dell’intero sistema. Altrimenti è come dare una tachipirina a un malato di broncopolmonite: gli dà momentaneamente sollievo, ma non lo guarisce. Dare più soldi alle famiglie è utile, ma più utile sarebbe garantire i nidi gratuiti in tutta Italia e più utile ancora agire sul precariato e sull’occupazione femminile, ferma al 49,8%. Servirebbe una riforma più coraggiosa, che vada anche a ricalcolare i congedi di maternità (5 mesi) e paternità (5 giorni, estesi a 7 per il 2020), il cui confronto risulta ad oggi ridicolo, ma per tutto questo servirebbe una sinistra forte che, tra scismi e sondaggite acuta, al momento non è pervenuta.