Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, tecnologia e libri mi appassiono alla politica nostrana.

A costo di cadere in una riflessione inflazionata, occorre spendere qualche parola per analizzare il percorso che ci si aspetta dalle forze politiche in questo 2019. Quest’anno sarà un crocevia per tutte le realtà partitiche dell’arco costituzionale, assisteremo a delle evoluzioni che avranno un’incidenza importante per il futuro panorama politico italiano, qualsiasi sia il loro esito. C’è da dire che molto potenziale rimane in mano alle forze di governo: a seconda di come esse giocheranno le proprie carte anche le opposizioni avranno in mano più o meno margine di manovra.

Il primo partito

La Lega è il primo partito italiano. O meglio, lo è secondo i sondaggi. Anzi, parrebbe essere anche il primo partito europeo, sempre secondo rilevazioni recentissime. Il partito di Salvini però non può in alcun modo definirsi tale, visto che secondo gli ultimi dati ufficiali, quelli delle elezioni di marzo 2018, la Lega è la terza forza del paese, dietro anche al Partito Democratico. Ciò di cui il Ministro dell’Interno avrebbe bisogno come il pane sarebbe una nuova tornata elettorale atta a ratificare lo strapotere leghista, ma persino una caduta del governo farebbe rimanere quest’eventualità remota. Se Salvini decidesse di sciogliere il patto col M5s l’esito non sarebbe felice per la Lega, visto che prima di arrivare ad elezioni anticipate il Capo dello Stato vaglierebbe qualsiasi altra possibilità (del resto non si tratta di faziosità, è questo il suo compito).
Ma Matteo non deve disperare, anzi ha di che rallegrarsi. Il 2019 è portatore di un appuntamento estremamente goloso, e come sappiamo il nostro Ministro dell’Interno in quanto a golosità se ne intende. Non ci troviamo di fronte a pane e Nutella ma ad un piatto ben più ricco (per quanto meno gustoso): le elezioni del Parlamento Europeo. La Lega in questa sede avrà sicuramente modo di ratificare un favore popolare elevatissimo. Questo, a dirla tutta, lo sapevamo già. Ma cosa succederà dopo? Cosa accadrà a seguito della schiacciante vittoria di Salvini in sede europea? Lo stesso esito che abbiamo osservato col Partito Democratico nel 2014, dirà qualcuno. Effettivamente il Pd alle scorse elezioni europee si è accaparrato il 40%, storico bottino renziano, per poi cadere sotto i colpi di un consenso popolare sempre più basso. Dalle stelle alle stalle. Con la Lega non è detto che vada così, dato che lo scenario post-europee è caratterizzato da direttrici ben diverse, elencate di seguito all’immagine:

  1. Un patto di governo che, se tutto va secondo previsioni, vedrà ribaltati tutti gli equilibri e avrà poco senso di esistere. Non è da escludere che il clima interno alla coalizione possa farsi rovente.
  2. Un equilibrio istituzionale traballante, in particolar modo nei rapporti tra alcuni ministeri e la Presidenza della Repubblica.
  3. Una situazione politica dove la Lega rivendicherà ciò che gli spetta.
    La differenza col Pd del 2014 è presto detta: alle elezioni politiche 2013 i democratici si erano accaparrati un esagerato numero di seggi alla Camera per via di un generosissimo premio di maggioranza (poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta). Renzi, subentrato successivamente alla guida del Pd, aveva bisogno di dimostrare che il proprio elevato peso parlamentare era giustificato dal favore popolare in costante crescita, e l’occasione si è presentata alle europee 2014. Salvini ha invece bisogno di un dato incontrovertibile per reclamare che il proprio peso parlamentare è troppo poco.

Alla luce di queste tre direttrici si può dire che – in caso di vittoria schiacciante alle europee come da pronostico – sarebbe molto più facile un rimpasto nell’esecutivo (sarà fantapolitica pensare ad un nuovo patto gialloverde a guida Salvini?) o anche un ritorno alle urne. Sarebbe molto più difficile infatti far fronte a crisi di governo creando nuove maggioranze che vedano la Lega ancora al 17% virtuale quando gli Italiani ne hanno appena decretato una forza doppia. Mattarella avrebbe da prendere insomma una decisione difficile.
o

Quale sarà il destino del governo Conte a seguito delle europee?

Il secondo partito

Fare un’analisi di tale portata per il MoVimento 5 Stelle è molto più difficile, perché le traiettorie seguite dai sondaggi non evidenziano un trend nitido come quello della Lega. È possibile solamente ribadire che ad oggi il mattatore della scena di governo l’ha fatta Salvini anziché Di Maio, e questo nel lungo periodo potrebbe portare ad esiti negativi. I numerosi casi di grillini pentiti che mostrano sempre più titubanza nei confronti dell’operato del governo sono indice proprio di quanto detto poc’anzi in merito alle performance politiche di Luigi Di Maio; gli episodi di “epurazione” dei parlamentari indicano ulteriormente un cammino non certo brillante. Per il MoVimento le europee saranno fondamentali ma non certo per sancire una nuova superiorità nel sistema politico italiano. Molto probabilmente le elezioni del 2019 serviranno da test per la tenuta del partito e per capire se effettivamente esisterà la possibilità di contendere ancora lo scettro alla Lega. Ed ecco che qui entrano in gioco i partiti “minori”.

Il Senatore De Falco, di recente espulso dal MoVimento 5 Stelle, di fianco a Luigi Di Maio.

L’erosione del consenso

Una partita cruciale sarà giocata dal Partito Democratico, che se non fosse per il Congresso prossimo venturo avrebbe ben poche frecce da scoccare nella propria faretra, come ormai ci ha abituati da lungo tempo. A seconda della marcia ingranata dal nuovo segretario e della ventata di novità generata, il Partito Democratico potrà scardinare il consenso della maggioranza o meno. Mi sento di affermare però che, sulla base di quanto sottolineato da alcune analisi, eventualmente a farne le spese non sarebbero tanto i bacini leghisti quanto quelli pentastellati. Cioè, a fronte di una porzione di elettori passati dal Pd al M5s in occasione delle elezioni 2018 e visto l’andamento non brillantissimo del MoVimento, è molto più verosimile ipotizzare che un versamento di elettori, se ci sarà, avverrà dalle fila grilline al Pd piuttosto che da quelle leghiste. Ovviamente questo è tutto fuorché sicuro. Anche il Partito Democratico, inoltre, troverà delle cogenti sfide in occasione delle amministrative: dalle ultime roccaforti rosse dovrà partire infatti una riscossa netta, altrimenti assisteremo alla capitolazione definitiva. In questo senso sarebbe lecito augurarsi, mettendosi nei panni degli amministratori di csx, un cambio di rotta nei confronti delle tante anime a sinistra che in questi anni hanno lasciato o sono state escluse dal Pd. I flussi elettorali relativi alle politiche 2018 lasciano intendere che questa mossa risulterebbe favorevole, ma non tutti i candidati alla segreteria nazionale sembrano avere tale intenzione, per questo gli obiettivi si legano fortemente tra loro in un gioco complicatissimo di sliding doors. Non ci sarà più altra occasione, vanno azzeccati tutti gli obiettivi del 2019 uno dopo l’altro per evitare situazioni davvero irreparabili.

Zingaretti e Martina, due dei principali candidati alla segreteria Pd

Conclusioni

Le sfide del 2019 non sono certo finite qui, e gli interpreti chiamati a superarsi non sono solo quelli citati, tuttavia per questo articolo è tutto. Sarebbe interessante in futuro riuscire ad analizzare anche le realtà più piccole del sistema partitico e, perché no, ipotizzare più nel dettaglio anche un futuro scenario relativo al Quirinale. Quindi non resta altro che salutarvi e darvi appuntamento al prossimo articolo!

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