Studente di Pieve di Cadore. Appassionato di politica da sempre, da un paio d'anni mi sono interessato anche a quella britannica, i libri e la cultura anglosassone sono la mia passione.

Il 23 giugno 2017 i cittadini del Regno Unito hanno votato per uscire dall’Unione Europea in un referendum senza precedenti. Già all’indomani del voto però si sono presentati numerosi problemi in seno al Regno Unito ed all’interno dell’Unione europea, in questo articolo analizzeremo i cinque maggiori problemi e le loro probabili soluzioni.

Agenzie europee nel Regno Unito

Attualmente nella capitale del Regno Unito, Londra, si trovano le sedi di due importanti agenzie europee: l’agenzia europea del farmaco (EMA) e l’autorità bancaria europea (EBA). Con l’uscita del Regno Unito dalle unione queste due agenzie dovranno lasciare la City con conseguente danno economico sulla città.

Naturalmente, visto anche il ritorno economico (l’EMA, per esempio, organizza ogni anno 500 incontri che coinvolgono circa 65mila persone e l’EBA conta 200 dipendenti), 23 nazioni – tra cui l’Italia con Milano per l’EMA – si sono candidate per ospitare l’una o l’altra agenzia (le agenzie non possono essere assegnate insieme). L’assegnazione delle agenzie avverrà a novembre dopo un voto al Consiglio europeo in cui ogni rappresentante di ogni paese indicherà la prima, la seconda e la terza città preferita tra le candidate, dopo il primo “round” di votazione le tre città con più voti passeranno al secondo turno e così via sino ad avere la città vincitrice.

Non mancano però le polemiche: il Governatore della Regione Lombardia ha parlato di un asse franco-tedesco per portare l’EMA a Lille e l’EBA a Francoforte ed il sindaco di Milano Sala si augura che non ci siano “accordi sottobanco”. Secondo fonti citate dal Financial Times altre polemiche potrebbero però aggiungersi alle già citate se una delle agenzie non venisse assegnata ad uno dei paesi dell’est europeo, rimaste fuori dall’iniziale assegnazione delle agenzie in quanto di più recente entrata nell’Unione. Una soluzione a questo impasse, sempre secondo il FT, potrebbe arrivare da un accordo tra la Germania e la Francia che si articola più o meno in questo modo: sostegno francese all’EBA a Francoforte e ad una città dell’est per l’EMA in cambio di sostegno per il progetto francese di aumentare i poteri dell’ESMA, l’autorità che controlla le borse con sede a Parigi.

Seggi del Parlamento Europeo spettanti al Regno Unito

Ad oggi, dei 751 membri del Europarlamento 73 spettano al Regno Unito. Cosa fare quindi di questi 73 seggi quando il Regno Unito lascerà l’Unione?

La soluzione più ovvia e semplice sarebbe ridistribuire questi seggi tra i 27 paesi rimanenti. Questa soluzione però porterebbe in campo dei problemi di tipo matematico. Secondo il Trattato di Lisbona, infatti, ad ogni paese spetta un numero di eurodeputati proporzionale al numero di abitanti. Questa regola non può però essere rispettata appieno, perché i paesi maggiori avrebbero un numero molto elevato di eurodeputati ed i paesi minori rischierebbero di non averne affatto. Per questo motivo nel calcolo della distribuzione degli eurodeputati entra in campo un correttore che rende il criterio inversamente proporzionale rendendo i paesi minori sovra-rappresentati – in questo modo la Germania ha un eurodeputato ogni 860mila abitanti circa e Malta ne ha uno ogni 75mila. Ridistribuire i seggi porterebbe quindi ad un aumento della dis-rappresentanza dei paesi. Un’altra soluzione sarebbe quella di eliminare i 73 seggi del Regno Unito, questa soluzione però porterebbe ad un ulteriore squilibrio nella rappresentazione dei paesi, sovra-rappresentando ulteriormente i paesi minori.

L’ultima soluzione proposta arriva da Gianni Pittella – PD, leader dei S&D – che propone di utilizzare quei 73 seggi per creare una circoscrizione europea unica in cui eleggere quei parlamentari, proposta che ha ricevuto anche il sostegno del Presidente della Repubblica francese Macron. Questi 73 eurodeputati diventerebbero però secondo alcuni – come dice Paulo Rangel dell’PPEsempre più distanti dai cittadini e sempre più burocrati, in un momento in cui l’Unione non ne ha bisogno.

Ora sta al Parlamento europeo trovare una soluzione al problema dei seggi e presentarla al Consiglio Europeo, che deciderà sul da farsi prima del 2019, ovvero prima dell’uscita del Regno Unito dall’Unione e prima delle prossime elezioni europee.

Cittadini dell’Unione nel Regno Unito

3.6 milioni di cittadini dei 27 paesi dell’UE vivono oggi nel Regno Unito, 600mila sono bambini o ragazzi. Cosa succederà a queste persone dopo la Brexit?

La questione della situazione dei cittadini UE nel Regno Unito dopo la Brexit è una delle più spinose comparse sino ad ora. Una prima idea di quello che potrebbe succedere arriva da un libro bianco di 22 pagine pubblicato dal Governo britannico – in cui si tratta anche della situazione dei britannici nell’Unione. Nel documento si esaminano tre casi: cittadini già residenti nel Regno Unito con almeno 5 anni di residenza, cittadini senza almeno 5 anni di residenza e cittadini che raggiungeranno il Regno Unito dopo la Brexit.

Nel primo caso il cittadino che ha vissuto nel Regno Unito per almeno 5 anni dovrà richiedere semplicemente all’Home Office (Ministero dell’Interno) di ricevere uno status di residenza – in inglese settled status – che verrà garantito a lui ed ai suoi familiari (coniuge, parenti in linea discendente con meno di 21 anni e/o dipendenti da lui, parenti in linea ascendente) qualora lo richiedessero. Il cittadino dopo 6 anni di residenza potrà richiedere la cittadinanza britannica.

Nel secondo caso il cittadino che al momento della Brexit non ha vissuto nel Regno Unito per almeno 5 anni dovrà richiedere all’Home Office un permesso di soggiorno permanente sino al raggiungimento del limite dei 5 anni, poi potrà richiedere il settled status. In quel caso le regole per familiari e cittadinanza sono le stesse che si applicano al caso precedente.

Il terzo ed ultimo caso – ovvero quello dei cittadini che raggiungeranno il Regno Unito dopo la Brexit – è più complesso e meno chiaro, in quanto il Governo non ha ancora proposto una soluzione ma ha riferito che verrà trovata entro il 2019, aggiungendo che gli studenti che si iscriveranno ad un corso di studi o proseguiranno il precedente nel 2018/2019 riceveranno un permesso di soggiorno per poter completare gli studi. Su questo terzo caso la polemica si è accesa però dopo la pubblicazione da parte del quotidiano Guardian di un documento segreto del Governo in cui si propone di dare un permesso di soggiorno solo ai cittadini meritevoli – per motivi di lavoro, studio ecc. – facendo quello che la Cancelliera tedesca Merkel ha definito cherry-picking (una selezione selettiva). Subito dopo la pubblicazione del documento è arrivata la smentita del Governo che ha parlato di “un documento vecchio”, nonostante sia datato agosto.

Norme dell’Unione inserite nell’ordinamento giuridico britannico

Circa 19.000 norme, leggi e direttive dell’Unione europea sono state recepite negli anni dal Regno Unito, per evitare un “buco normativo” il Governo ha proposto dinnanzi al Parlamento la Great Repeal Bill.

Nel Regno Unito vige un modello di ordinamento giuridico di common law in cui le leggi vengono approvate dal Parlamento e possono eventualmente venir abrogate dai giudici dell’Administrative Court (nel caso di norme di Ministri o di enti locali, non di leggi primarie).

Quello che la Great Repeal Bill intende fare è inglobare tutte le norme europee nell’ordinamento del Regno Unito e dare il permesso al Governo di emendare e/o modificare le leggi – limitatamente a quelle europee già citate. In questo modo nel 2019, con la Brexit, lo European Communities Act del 1972 verrà abrogato e sarà poi compito del Governo decidere quali norme mantenere e quali modificare. La GRB eliminerà poi le leggi europee quali fonti del diritto e farà in modo che le decisioni della Corte di Giustizia Europea abbiano lo stesso peso di quelle della Corte Suprema britannica. La Great Repeal Bill ha già avuto la sua prima approvazione, avvenuta l’11 settembre scorso alla Camera dei Comuni con 396 voti favorevoli e 290 contrari, passerà ora alla Camera dei Lord.

Irlanda del Nord

L’Irlanda del Nord (che confina con la Repubblica d’Irlanda) – insieme a Gibilterra (che confina con la Spagna) – è l’unico punto in cui il Regno Unito ha un confine terrestre. Cosa fare dunque in Irlanda del Nord dopo la Brexit, ovvero al termine della libera circolazione di merci e persone?

In Irlanda del Nord ogni decisione potrebbe essere rischiosa e potrebbe minare la pace trovata con il Good Friday Agreement (ne abbiamo parlato qui). Il Ministro per la Brexit David Davis ha proposto una “dogana digitale” in cui buona parte del lavoro sarà svolto da telecamere e le merci che potranno passare la frontiera dovranno essere pre-approvate. La proposta non è piaciuta però al Ministro degli Esteri irlandese che ha detto che “ogni soluzione elettronica non funzionerà” ed ha aggiunto che “credo che ogni barriera o confine nell’isola d’Irlanda potrebbe minare un pace guadagnata con fatica”. Un’altra soluzione, proposta da Sinn Fèin – partito presente in Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda – è quella di lasciare l’Irlanda del Nord nell’Unione europea dandole un status speciale, questa soluzione potrebbe però portare anche la Scozia a chiedere uno status speciale e potrebbe venir rifiutata dal Governo di Londra. Un’ultima soluzione sarebbe la riunificazione dell’Irlanda. Questa proposta dovrebbe essere approvata da un referendum sia in Irlanda del Nord che nella Repubblica d’Irlanda (secondo il Good Friday Agreement) e potrebbe non essere permessa dal Governo centrale.

Sarà ora il Governo britannico a dover trovare un accordo con i Governi della Repubblica d’Irlanda e dell’Irlanda del Nord per evitare di compromettere la situazione di pace venutasi a formare negli ultimi vent’anni.

 

 

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