Nata a Gubbio, ora studentessa di Scienze Politiche presso l'Università degli studi di Perugia. Amo la fotografia, i libri, la musica e la politica. Una ne faccio, cento ne penso.

La parola d’ordine nel centrosinistra, due giorni fa, è risuonata forte per tutta piazza Santi Apostoli di Roma: “Insieme!”.
Un inno all’unità della sinistra, che tuttavia appare stridente non appena si va ad analizzare il quadro della situazione.

Già, perché l’unità del centrosinistra è stata sancita, ma senza il PD di Matteo Renzi.

Il tanto atteso primo luglio ha portato una giornata all’insegna del dualismo: due i luoghi d’incontro, due le fazioni politiche, due modi opposti di intendere il centrosinistra che sarà in vista delle prossime elezioni politiche.

L’impressione di un vero e proprio “scontro a distanza” tra Matteo Renzi i suoi oppositori nella sinistra, a suon di slogan e attacchi più o meno indiretti, è stata accresciuta dalla quasi contemporaneità dei due eventi: in mattinata a Milano l’Assemblea nazionale dei circoli PD, alle 16:30 a Roma la manifestazione “Insieme”. Ma chi c’era ieri in piazza Santi Apostoli?

LA “NUOVA CASA” DELLA SINISTRA

Molti grandi nomi ieri nella piazza romana, luogo non scelto a caso. Proprio lì infatti, più di venti anni fa, è stato fondato ed insediato l’Ulivo, il grande partito di centrosinistra. È in questa piazza che Romano Prodi annunciò la vittoria della coalizione alle elezioni del 2006.

Un luogo positivo e simbolico, dunque, quello scelto dai leader della manifestazione: Giuliano Pisapia con il suo Campo Progressista e Pierluigi Bersani con il Movimento Democratici e Progressisti. Presenti anche Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e Possibile di Pippo Civati, oltre a Laura Boldrini, Massimo d’Alema e ad esponenti della sinistra dem quali Andrea Orlando, Nicola Zingaretti e Gianni Cuperlo.

Proprio il Ministro della Giustizia ha tentato di ricomporre la frattura col PD, dicendo che “il PD è nato per unire”, ma questa non sembra la strada privilegiata al momento, stando alle parole degli oratori.

Più morbido Pisapia, che incita ad un’unione “in discontinuità col passato”.

“Insieme è il titolo della giornata. Da soli non si va da nessuna parte e se vogliamo trovare insieme il modo per rendere giusta questa società non c’è altra strada di quella che stiamo percorrendo insieme, io sono terrorizzato perché l’altra strada, quella della divisione rischia di dare il nostro Paese alle destre, al populismi e alla demagogia, per questo ho grande bisogno di un immenso sforzo collettivo. Bisogna lavorare con chi ci sta vicino ma guardando lontano”.

“Dobbiamo cambiare, serve discontinuità con il passato”, ripete più volte Pisapia, a partire dai “diritti e dal lavoro”.

Decisamente più duro l’ex-segretario Bersani: “L’unica risposta” ai populismi “può venire da una sinistra di governo che alzi le sue bandiere e oggi in Italia questa sinistra può prendere solo la forma di un centrosinistra largo e plurale […] e il Pd – attacca – non è stato e non è nelle condizioni e nelle intenzioni di promuovere questo centrosinistra largo”, perché finora “ha pensato che il centrosinistra si riassume nel Pd e il Pd si riassume nel capo”.

E ancora: “Chiediamo netta discontinuità. Lo facciamo per rancore? Per nostalgia? Perché non abbiamo fatto il vaccino obbligatorio contro l’antirenzismo? Mettiamoci un po’ di misura, non è che tutto il mondo gira intorno alla Leopolda!”. Insomma, “a marzo abbiamo fatto la prima cosa bella, oggi la prima cosa insieme. E da oggi parte una casa comune per una nuova sinistra, per un nuovo centrosinistra”.

LA CHIUSURA DI RENZI

Una risposta contro gli ostacoli interni ed esterni al PD arriva da Milano, da Matteo Renzi.

“Cosa dico a Pisapia, Bersani? Nulla. Sono pronto a ragionare con tutti, ascoltiamo chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno”

Per il leader dem, “c’è un virus dell’autodistruzione della sinistra. Quando le cose vanno bene, come dopo le primarie, è partita immediatamente la polemica interna: mi attaccano? Ormai siamo abituati…”. Ma fuori dal PD, per Renzi, non ci sarebbe più “l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti”. Fuori dal Pd, “non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista, ma M5s o la Lega. Fuori non c’è la sinistra di lotta e di governo ma la sconfitta della sinistra”.

Insomma, una sorta di inno all’unità del centrosinistra anche questo ma assai più autoritario: o dentro al PD e in accordo con il segretario eletto dalle primarie, o fuori. Un modus operandi, quello di Matteo Renzi, che non ha favorito granchè l’unità del PD, che ha portato negli anni la fuoriuscita di alcuni esponenti del partito e, come ultima cosa, la scissione di marzo e la fondazione di MDP.

FRATTURA INSANABILE?

Ciò che preoccupa a seguito di queste dichiarazioni è la frattura insanabile della sinistra e l’approdo, nel peggiore dei casi, ad un quadripolarismo in vista delle elezioni di fine legislatura (Febbraio 2018 secondo Mattarella). Quello di ieri è solo l’inizio, e un’intesa tra le due parti è ancora possibile. Resta da vedere se i paletti messi da Pisapia saranno accolti da Renzi, tra gli altri l’opposizione al Jobs Act, ai bonus e ai voucher. Per ora, tuttavia, nessuno sembra voler fare un passo indietro, e i toni sembrano più quelli di uno scontro che di un dialogo unificante.

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