Studente romano di scienze politiche, appassionato di economia, serie TV, politica, soprattutto statunitense, e scrittura.
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Neil Gorsuch

Alle 12.30 circa di Giovedì 6 Aprile (18.30 ora italiana), il Senato statunitense ha deciso di utilizzare la cosiddetta “nuclear option” per quanto riguarda la nomina di Neal Gorsuch a giudice della Corte Suprema. Si tratta, come vedremo più tardi, di una decisione che cambierà in modo decisamente significativo il meccanismo dietro alla scelta di un candidato alla Corte Suprema. La conseguenza più evidente sarà sicuramente una polarizzazione sempre maggiore.

La questione Gorsuch è sulle prime pagine dei giornali da settimane, visto che è apparso chiaro sin da subito che avrebbe avuto vita durissima in Senato. Inizialmente, ciò potrebbe sembrare strano, visto che il quarantanovenne giudice del Colorado sembra essere uno dei candidati perfetti per rimpiazzare Antonin Scalia, primo giudice Italo-Americano alla Corte Suprema, come mostrato anche da Nate Silver di FiveThirtyEight.

 

Con Gorsuch, dunque, l’equilibrio della Corte rimarrebbe più o meno invariato, con una maggioranza soltanto teorica di conservatori, visto che Anthony Kennedy si è recentemente schierato dalla parte dei quattro giudici liberal su diverse questioni.

GLI ALTRI CANDIDATI

Ad onor del vero, un altro grafico di FiveThirtyEight mostra altri due giudici rimasti in corsa fino all’ultimo, Billy Pryor e Thomas Hardiman, più a sinistra di Gorsuch. Mentre Hardiman era considerato un potenziale nuovo Anthony Kennedy (giudice nominato da Reagan, ma che ultimamente ha appoggiato i suoi colleghi più liberal in varie questioni molto importanti), e per questo non è stato scelto, Pryor merita un discorso più articolato. Il giudice dell’Alabama, infatti, è stata una delle nomine più controverse di George W. Bush e, in generale, è una figura difficile da inquadrare in un semplice grafico o political compass. I suoi detrattori di sinistra, infatti, lo ritengono di estrema destra citando, ad esempio, una sua dichiarazione sulla sentenza Roe vs. Wade “La peggior abominazione della legge Costituzionale nella nostra storia”. Allo stesso tempo, però, Pryor è un Giudice che sembra mettere la legge davanti alle sue opinioni personali, come dimostra il caso Glenn v. Bumbry, nel quale tutti e tre i giudici (tra cui lo stesso Pryor) hanno sentenziato la violazione della Equal Protection Clause da parte degli ufficiali della Georgia nei confronti di un impiegato transgender licenziato per questo motivo. Questa sentenza è, dunque, il motivo per cui il conservatore Judicial Action Group ha fatto campagna contro di lui, che viene definito da molti conservatori “il liberal Bill Pryor”. La scelta dell’amministrazione di non nominare un giudice così controverso, e che avrebbe scontentato tutti, appare dunque più che sensata, e la candidatura di Gorsuch sembra sempre più logica: conservatore come Scalia, uno dei giudici più rispettati della Corte, simile a Scalia anche nel modo di interpretare la Costituzione.

LA QUESTIONE GARLAND

Merrick Garland

In uno scenario politico normale, probabilmente la candidatura di Gorsuch verrebbe approvata. Lo scenario politico attuale, però, è tutt’altro che normale negli Stati Uniti, e la colpa non è esclusivamente di Donald Trump anzi, in questo caso, lo è in minima parte. Infatti, questa questione risale a ben prima della Presidenza Trump, e ha due protagonisti principali: Mitch McConnell e, indirettamente, Merrick Garland. Il primo, infatti, è Stato il Leader della Minoranza al Senato sin dal 2007 e, dopo aver ottenuto la Maggioranza nelle midterm elections del 2014, ha assunto la Carica di leader della Maggioranza; il secondo, invece, è Chief Judge della Corte d’Appello del Distretto della Columbia, nonché candidato scelto, il 16 marzo 2016,  da Barack Obama per sostituire il sopracitato Scalia.

Come visto anche di recente, moltissime nomine devono essere prima ascoltate da una Commissione del Senato, e poi ricevere l’approvazione da parte del Senato stesso. McConnell, però, ha deciso di non concedere a Garland neanche un’audizione al Senato, usando come motivazione un discorso di Joe Biden del 1992, ribattezzato dal Leader della Maggioranza “Biden Rule” (ma che regola non è affatto), nel quale il quarantasettesimo Vicepresidente degli USA consigliò a George H.W. Bush di non nominare un candidato fino a novembre, quando ci sarebbero state le elezioni (vinte poi da Bill Clinton, ndr). Dopo essere venuto a conoscenza dell’utilizzo del suo intervento come fondamento per la mancata audizione di Garland, Biden ha sostenuto che quel discorso fosse strettamente legato al fatto che il giudice scelto da Bush sr, Clarence Thomas, fosse tutt’altro che un moderato. Nonostante non pare vi sia traccia di questa distinzione, ciò che conta è che un discorso di ventiquattro anni fa di un membro del Congresso non è un fondamento solido, né una motivazione sufficiente.

I Democratici hanno ritenuto il trattamento riservato a Garland un colpo basso da parte del GOP e, per questo motivo, hanno deciso di riservare lo stesso trattamento a Gorsuch,  cercando di prolungare il più possibile le sue audizioni e la discussione in Senato. Emblematico, in questo senso, è il Senatore  dell’Oregon Jeff Merkley, che ha parlato ininterrottamente per quindici ore. Questi stratagemmi (assolutamente leciti, sia chiaro, così come il seppur discutibile rifiuto di McConnell), però, non possono bloccare una nomination per molto tempo, essendo attuati dal partito in minoranza. Per questo motivo, i Democratici hanno deciso di praticare un’altra forma di ostruzionismo, detta filibuster.

IL FILIBUSTER

Prima di andare avanti, è necessario parlare un attimo di una cosa: stando alle dichiarazioni di vari esponenti politici e/o ad alcuni articoli pubblicati da vari mezzi di informazione, si potrebbe pensare (soprattutto se si è, comprensibilmente, non così esperti delle dinamiche congressuali statunitensi) che siano necessari 60 voti per approvare la nomina di un candidato alla Corte Suprema. Per fare un esempio, Chuck Schumer ha detto, alcuni giorni fa: “To my Republican friends who think that if Judge Gorsuch fails to reach 60 votes, we ought to change the rules, I say: If this nominee cannot earn 60 votes, a bar met by each of President Obama’s nominees, and President Bush’s last two nominees, the answer isn’t to change the rules, it’s to change the nominee.

Un altro senatore Democratico, Chris Murphy, ha dichiarato: “ I trust that if moving this nomination forward does not receive the support of at least 60 Senators, a threshold which the confirmation of every current Supreme Court Justice cleared, President Trump will then nominate someone less extreme, who can garner bipartisan support in the Senate”.

Entrambe le dichiarazioni, seppur non sbagliate, rappresentano una semplificazione forse eccessiva di una questione tutt’altro che facile, e ciò può causare confusione.

I 60 voti, infatti, non sono necessari per approvare un candidato alla Corte Suprema, ma sono necessari per porre fine alla pratica del filibuster tramite cloture vote, detto anche “ghigliottina”. A questo punto, si potrebbe pensare che le due cose si equivalgano, cioè che chi è a favorevole della fine del filibuster, voterà poi per la nomina. In realtà, la storia ci ha mostrato come ciò non sia vero. Prima di Gorsuch, il filibuster era stato utilizzato per l’ultima volta nel 2006, quando George W. Bush propose Samuel Alito. All’epoca, 72 senatori votare a favore del cloture vote, ma soltanto 58 votarono poi per confermare la nomina di Alito.

Abe Fortas ride assieme a Lyndon Johnson

Analizzando la frase di Murphy, si può notare come egli sostenga che i 60 voti siano una soglia che ogni attuale membro della Corte Suprema ha superato. Ciò è sbagliato perché, come abbiamo appena visto, Alito ricevette solo 58 “Yay”, ma non è l’unico; nel 1992, infatti, Clarence Thomas fu confermato con un margine ancora più risicato, 52-48. Per la sua nomina, inoltre, non fu neanche tentato alcun filibuster, nonostante le pesanti accuse di molestie sessuali nei suoi confronti e una sua ideologia fortemente conservatrice (è ancora oggi, e di gran lunga, il Giudice più conservatore della Corte).

All’inizio dell’articolo si era parlato dell’attivazione della nuclear option.  Essa è diretta conseguenza del fallimento, per ben due volte, del cloture vote. Il primo voto ha visto 44 senatori opporsi (ne bastano 40), mentre il secondo (i repubblicani avevano il diritto di chiederlo)ha visto il no di un ulteriore senatore, Mitch McConnell. Il motivo di questa scelta è presto detto: in questo modo, McConnell avrebbe potuto riproporlo di nuovo.

Si tratta, in teoria, del secondo tentativo riuscito di filibuster a una nomina della Corte Suprema. Un numero così basso è dovuto al fatto che esso sia una pratica usato molto meno di quanto si pensi in questi giorni. Nel corso della storia sono stati nominati 154 giudici alla Corte Suprema. Di questi, soltanto tre (4 con Gorsuch, che però non è ancora giudice) hanno avuto bisogno del cloture vote. Il primo fu Abe Fortas nel 1968, nominato dal Presidente Johnson. In quel caso, le controversie riguardavano le sue posizioni molto liberali, una questione relativa a un compenso di 15000 dollari e un suo ruolo di ufficioso consigliere di Johnson. Il filibuster fallì, ma Fortas decise di rinunciare alla nomina prima di essere confermato. Per questo motivo, è consuetudine considerare quello nei confronti di Fortas un ostruzionismo riuscito (tra l’altro, grazie ad uno sforzo bipartisan).

Il secondo giudice è stato William Rehnquist, che si trovò in questa situazione per ben due volte, nel 1971, quando Nixon lo nominò associato alla Corte Suprema, e nel 1986, quando Reagan lo scelse per diventare Giudice della Corte. In quel caso, la sua nomina era data praticamente per scontata, ma Ted Kennedy fece di tutto per opporsi. I suoi sforzi furono vanificati da un cloture vote di 65-33 (anche in questo caso bipartisan).

Il terzo caso, come detto in precedenza, è quello di Samuel Alito.

LA NUCLEAR OPTION

Gorsuch è, dunque,  il primo candidato ad aver fallito il cloture vote (Forman lo passò, ma poi si dimise) e, di qui, la scelta del GOP di usare la sopracitata nuclear option. Ma di cosa si tratta, nello specifico?

La nuclear option è una procedura parlamentare che permette al Senato di approvare una nomina con la maggioranza semplice (51 voti) invece che con la supermaggioranza (60 voti). Fu introdotta nel 1917 ed è stata largamente usata negli ultimi trent’anni. Ad esempio, Bill Clinton la usò per nominare il giudice William Paez (bloccata per quattro anni dal Senato a maggioranza repubblicana), e Bush la usò, nel suo secondo mandato, per 7 giudici la cui conferma era stata negata da un filibuster democratico (poco usato per la Corte Suprema, più frequente per altre nomine).

Un cambiamento radicale è avvenuto il 21 novembre 2013, quando il leader della Maggioranza Henry Reid propose la rimozione della pratica del filibuster per le nomine di tutti i rami esecutivi e giudiziari, tranne che per quelle della Corte Suprema. Questa proposta fu approvata 52 a 48. La scelta di Reid era motivata dall’uso, a suo modo di vedere eccessivo, dell’ostruzionismo da parte del GOP, che bloccava quasi tutte le nomine di Obama. Questo problema era stato denunciato già da Bill Clinton (40 Giudici delle Corti d’Appello mai nominati) che da Bush (in questo caso solo 10 su 214). Al di là dei numeri, o di quale partito sia più responsabile dell’altro (dati alla mano, i repubblicani, ma anche i democratici non sono esenti da colpe), il problema di fondo è la polarizzazione che sta vivendo la politica americana. Questa polarizzazione, la volontà di arroccarsi sulle proprie posizioni e non cercare il confronto, l’accordo bipartisan hanno causato ostruzionismo immotivato, rifiuti, vendette e, di conseguenza, nuclear option. L’assenza del filibuster per qualunque nomina porta il Partito con la maggioranza al Senato a poter presentare il candidato desiderato, senza doversi preoccupare di cosa pensi l’altro fronte.

CONSEGUENZE

La nuclear option sulla Corte Suprema, dunque, è  soltanto la ciliegina sulla torta. Il GOP sarà libero di nominare Gorsuch, che è un candidato comunque lontano dal conservatorismo di un Clarence Thomas, ma cosa accadrà con le prossime nomination? Ruth Bader Ginsburg ha 84 anni, Anthony Kennedy 81, Stephen Breyer 79. Considerano che Scalia è morto all’età di 79 anni, non è improbabile che almeno uno di questi tre Giudici possa doversi ritirare durante l’amministrazione Trump. Il 45° Presidente potrebbe dunque scegliere un candidato più conservatore, dovendo convincere esclusivamente i membri del suo Partito (la maggioranza risicata gli pone comunque un freno, perché una nomina troppo estrema potrebbe non piacere ai moderati o ai dissidenti, come Rand Paul, McCain…). La questione, però, potrebbe rivoltarsi facilmente contro i repubblicani. Se non si ritireranno durante questa legislatura, è certo che almeno un paio lo faranno nella prossima (anche Samuel Alito supererà i 70 anni). Un eventuale Governo democratico, forte della spinta progressista che sta avendo al suo interno, potrebbe nominare un paio di giudici molto liberal (al quale si potrebbero opporre pochi candidati, come Manchin III, che rappresenta un’ala molto minoritaria e poco influente, a differenza dei McCain, dei Graham e dei Paul), dando dunque un’impronta ben precisa alla Corte.

Ovviamente, non è detto che si realizzi questo scenario, e potrebbe accadere che l’abolizione del filibuster si riveli favorevole al GOP nel prossimo futuro. La questione, però, è relativa al lungo periodo, visto che un’eccessiva polarizzazione, come detto prima, porterà i due partiti a fossilizzarsi  sulle proprie posizioni. Se ciò è già molto rischioso per quanto riguarda le nomine nei vari settori del Governo e della magistratura, potrebbe essere molto peggio se applicato al settore legislativo. L’ultimo filibuster esistente, infatti, è quello sulle proposte di legge. Al momento, Mitch McConnell ha detto che il filibuster legislativo è fondamentale, soprattutto su materie come il sistema sanitario e la riforma delle tasse. Come al solito, però, la preoccupazione è relativa al futuro. Cosa impedirà al 46°, 47° o 48° Presidente di eliminare anche l’ultima super maggioranza richiesta? Le conseguenze potrebbero essere gravi: in un ipotetico governo Dem seguito da uno Repubblicano, potrebbero essere emanate leggi quasi opposte tra loro, causando un’instabilità molto seria. Il compromesso e l’unione bipartisan è un aspetto fondamentale della politica, soprattutto in un sistema bipartitico. È stato ridotto all’osso, e proprio per questo bisogna lottare con ancora più forza per preservarlo.