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Kyrie Irving: il bersaglio perfetto


Kyrie Irving è un giocatore straordinario. La pulizia e la rapidità dei suoi gesti fanno impazzire i difensori ed emozionare i fan. Anche gli sponsor sono sempre stati attratti dalle sue qualità, tanto che nel 2012, il suo anno da rookie in NBA, è diventato protagonista della saga pubblicitaria di Uncle Drew per una nota bibita, da cui verrà tratto anche un film.

Nel 2014 LeBron James torna ad indossare la casacca dei “suoi” Cleveland Cavs, dove trova un giovane Kyrie in rampa di lancio. Nella prima playoff run riescono a vincere la Eastern Conference ma, complici gli infortuni occorsi a Love ed allo stesso Irving, si devono arrendere in finale ai Golden State Warriors. L’anno dopo però i Cavs fanno la storia. Nelle NBA Finals, dove l’avversario sono nuovamente Curry e compagni, la franchigia dell’Ohio riesce a ribaltare il 3-1 nella serie, imponendosi 4-3. Il canestro della vittoria, arrivato dopo quasi 4 minuti in cui entrambe le squadre sono rimaste a secco, lo segna Kyrie così.

In questo canestro c’è tutto quello che si può desiderare: ultimo minuto di Gara 7, perfetta parità, 1vs1 contro l’avversario più forte, tripla che straccia la retina. Un trionfo di narrativa e un trionfo per i Cavs. Kyrie qui è al punto più alto della sua carriera, viene osannato da tutti, è spettacolare e vincente. Eppure, in questo ragazzo che a soli 24 anni ha già avuto tantissimo dalla vita, qualcosa si rompe. O forse si era già rotto, ma la luce abbagliante del suo talento ci ha impedito di rendercene conto.

“Non ce lo dicono”

La stagione successiva alla vittoria del titolo parte male già dalla Free Agency: Kevin Durant, secondo miglior giocatore del pianeta, si accasa proprio ai Golden State Warriors, formando quella che da molti viene definita la squadra migliore di sempre (con buona pace dei Bulls del secondo three-peat).

La svolta della stagione di Kyrie arriva però il 17 febbraio del 2017, quando registrando un podcast con due compagni di squadra, Richard Jefferson e Channing Frye, dichiara che la Terra è piatta, anche se qualcuno vuole farci credere il contrario. L’ironia dei media e dei social si abbatte su di lui; Adam Silver, Commissioner della NBA che come Irving ha studiato a Duke, dichiara che il giocatore dei Cavs “deve aver frequentato corsi diversi”.

L’immagine di quel canestro in Gara 7 inizia a sbiadirsi, il soprannome “Uncle Drew” viene man mano sostituito da “terrapiattista”.

La stagione termina esattamente come tutti si aspettano: Golden State domina il terzo capitolo delle finali contro i Cavs, Kevin Durant è l’MVP. Irving le gioca nonostante abbia problemi ad un ginocchio. Gara 5 di quella serie è l’ultima partita di Kyrie in maglia purple&gold: in estate chiede la trade e va ai Boston Celtics.

La stagione dei verdi inizia malissimo: nella gara inaugurale, giocata proprio contro i Cavs, dopo appena 5 minuti si fa male Gordon Hayward. L’esito degli esami è impietoso, stagione finita. Irving riesce comunque a caricarsi i Celtics sulle spalle e con l’aiuto di Jayson Tatum e Jaylen Brown li trascina al secondo posto della Eastern Conference. Ai playoff però Irving si fa male, costringendo i suoi giovani compagni a cavarsela da soli. Grazie ad una straordinaria coesione di gruppo e al brillante coach Brad Stevens, i Celtics arrivano ad un passo dal conquistare le NBA Finals, dovendosi arrendere a Gara 7 ancora contro LeBron James, autore di una prestazione leggendaria che lo ha visto rimanere in campo per tutti e 48 i minuti.
L’anno successivo Tatum, Brown ed i protagonisti di quella straordinaria run hanno acquisito un certo status, di cui Irving sembra non rendersi conto. La stagione non decolla e le frecciatine di Kyrie ai compagni sono sempre più velenose. I Celtics che l’anno prima avevano incantato tutti, si schiantano al secondo turno di playoff perdendo malamente contro i Milwaukee Bucks.

Oltre alla nomea di terrapiattista si aggiunge quindi quella non lusinghiera di spacca-spogliatoi, l’immagine di Irving somiglia sempre più a quella di un villain. Non è di poco conto il fatto che Kyrie in breve tempo si sia messo contro LeBron, “tradendolo” per andare nella franchigia rivale, ed i Celtics stessi: l’ammontare di tifosi ed interesse che queste due realtà generano è enorme e ha certamente influito nella ridefinizione mediatica del personaggio di Kyrie.

Brooklyn e la bolla di Orlando

La Free Agency 2019 si apre col botto: Kyrie Irving e Kevin Durant approdano ai Brooklyn Nets. I due sono poco amati ma certamente hanno tantissimo talento e generano molta curiosità. L’infortunio al tendine d’achille che KD si procura alle Finals 2019 lo costringe però a saltare tutta la stagione: è Kyrie quindi a doversi caricare nuovamente la squadra sulle spalle. Questa volta, complice un brutto infortunio, non riesce a trascinare i suoi verso la vetta.

Il 17 febbraio 2020 viene eletto vice-presidente della NBPA (associazione dei giocatori) e dovrà subito confrontarsi con una situazione spinosa: il Covid-19. La NBA dopo la positività di Rudy Gobert ed altri giocatori dei Jazz sospende la stagione ma pianifica una ripartenza sicura, non concludere l’annata porterebbe un danno economico rilevante.

Il 25 maggio però succede qualcosa di terribile: a Minneapolis, George Floyd viene ucciso da un agente di polizia, Derek Chauvin, che lo ha soffocato premendogli il ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi. La reazione del mondo NBA è di unanime condanna, molti giocatori sfilano nei cortei di protesta che si riversano nelle strade per fermare le ingiustizie sociali. Quando la NBA propone la sua soluzione per proseguire la stagione, ossia trasferirsi nella “bolla” di Orlando, Irving è l’unica voce fuori dal coro: vuole boicottare. Non c’è altro modo secondo lui per dare un segnale forte contro le ingiustizie, bisogna fermare il gioco per evitare che l’attenzione si sposti dalle disuguaglianze sistemiche al campo.

Pochissimi lo ascoltano, molti lo attaccano, alcuni oppongono alla sua visione quella per cui giocando possono continuare a dare visibilità a movimenti ed organizzazioni. Tra i detrattori serpeggia il pensiero per cui Kyrie sia intenzionato a promuovere il boicottaggio perché non dovrebbe rinunciare al suo stipendio non entrando nella bolla, come deroga in quanto infortunato, mentre i giocatori arruolabili perderebbero i loro soldi. La bolla si fa ed entrano praticamente tutti, a meno di motivazioni personali e non certamente filosofiche.

Il 23 agosto però si torna tutti al punto di partenza: a Kenosha, in Wisconsin, la polizia ferisce gravemente Jacob Blake, sparandogli nonostante fosse disarmato. I Milwaukee Bucks, che avrebbero dovuto giocare Gara 5 del primo turno di playoff contro gli Orlando Magic, scelgono di non scendere in campo e ottengono la solidarietà di tutto il mondo NBA. I giocatori contattano il governatore del Wisconsin, stato in cui si trova la stessa Milwaukee, e ottengono un forte impegno politico per fermare la violenza sistemica della polizia verso gli afroamericani.

Il boicottaggio attuato dai Bucks diventa un autentico successo, tutti stanno dalla loro parte. Uno degli esiti di questa storia è che venga riconosciuto, con colpevole ritardo e non unanimemente, credito alla posizione di Kyrie, che appare evidentemente come “quella giusta” a questo punto della storia. È come se solo i Bucks avessero evidenziato che non si possono cambiare le cose lasciando che tutto vada come sempre, che alzare un po’ di più la voce non è sufficiente a spezzare un circolo vizioso che si alimenta da secoli ma servono segnali decisi, che chiariscano la volontà di cambiare la società una volta per tutte. Questa strada Kyrie ce l’aveva già indicata, se lo avesse fatto qualcun altro forse l’avremmo vista tutti.

La salute mentale di Kyrie

La stagione 2020/2021 di Irving si è aperta così:

Il parquet è quello del TD Garden di Boston, dove Irving avrebbe dovuto giocare dopo qualche ora. Di questa sorta di rituale sono state date le letture più disparate, che hanno ovviamente screditato la figura di Kyrie.

L’episodio che ha fatto più rumore è però quello di inizio gennaio, quando Irving si è assentato dai campi di gioco senza apparentemente fornire spiegazioni ai Nets, salvo poi riapparire in storie Instagram che lo ritraevano alla festa di compleanno di sua sorella.

Le spiegazioni di Kyrie al suo ritorno sono state vaghe, ha parlato di problemi familiari senza scendere nello specifico.

In passato alcuni giocatori NBA hanno fatto i conti con la loro salute mentale, i primi sono stati Kevin Love e DeMar DeRozan. Sono stati compresi, aiutati e soprattutto è stato riconosciuto un forte valore al loro gesto, che può sensibilizzare la lega e l’opinione pubblica su un tema tabù dello sport, che storicamente vede nella solidità mentale e nella resilienza il modello vincente.

A Kyrie invece quasi non si è creduto. È stato come se le sue fossero le scuse, nemmeno troppo ragionate, di chi ha sbagliato ma non vuole prendersene la responsabilità. La lenta escalation che è partita dal terrapiattismo e ci ha portati ad oggi ha fatto sì che il personaggio di Kyrie prevarichi completamente la persona, ha finito col sostituire l’immaginario fatto di grandi giocate e canestri con quello fatto di uscite fuori luogo e idee sbagliate. Ed è per questo motivo che negli ultimi giorni Danny Ainge, General Manager dei Celtics, ha potuto rispondere alle frasi di Irving secondo cui dagli spalti del TD Garden proverrebbero insulti razzisti minimizzandole, nonostante Marcus Smart, in forza proprio ai Celtics, l’anno scorso abbia segnalato lo stesso problema.

Andare contro ad una persona con la fama di Kyrie è facile. Ha certamente commesso molti errori ma la narrativa costruitagli attorno ha creato una cortina di fumo che ci impedisce di vedere l’uomo, fragile, ed il giocatore, elettrizzante. Difficilmente potrà mai liberarsi di tutto questo: Kyrie Irving è il bersaglio perfetto, non c’è spazio per il suo riscatto.