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DACA, what’s next?

Come tutti noi ben sappiamo, recentemente gli Stati Uniti (e molti altri Paesi che si trovano in quella zona, come Cuba) sono stati messi a dura prova da due uragani, Harvey (che ha colpito soprattutto il Texas, e in particolare Houston) e Irma, che si è concentrata prevalentemente sulla Florida. Anche in quei giorni, il dibattito politico non si è fermato, anzi, è stato animato da una questione alquanto spinosa che, come sta accadendo sempre più spesso, rischia di spaccare i due il Paese. Il 5 settembre, Jeff Sessions, Procuratore generale, ha annunciato la fine del cosiddetto programma DACA (Deferred Action for Childhood Arrival), il quale regolamentava la situazione di tutti quegli immigrati irregolari che sono stati portati negli USA dai loro genitori quando erano bambini. Nel corso della conferenza stampa, Sessions non ha certo utilizzato mezzi termini, visto che ha detto, tra le altre cose, che gli usufruenti del DACA sono persone che stanno violando la legge e che, nel corso degli anni, hanno causo molti danni ai cittadini americani, sottraendo loro posti di lavoro e facendo abbassare gli stipendi. In quelle ore, anche il Presidente Trump ha commentato la vicenda, dicendo di essere stato spinto (a prendere questa decisione) “by a concern for the millions of Americans victimized by this unfair system”, cioè “da una preoccupazione nei confronti dei milioni di cittadini americani tormentati da questo sistema ingiusto”. Trump ha inoltre specificato che questa decisione sarebbe diventata esecutiva non immediatamente, ma dopo sei mesi, in modo da concedere al Congresso del tempo per pensare ad una soluzione.

Le reazioni

La decisione, ovviamente, era destinata a causare scalpore, e così è stato. Quasi immediatamente, infatti, una folla si è radunata nei pressi della Casa Bianca (una scena che abbiamo visto molte volte dall’insediamento ad oggi), e varie forme di protesta si sono segnalate in varie aree del Paese; ha avuto una buona risonanza mediatica, ad esempio, la decisione di qualche centinaio di studenti di alcune scuole di Denver (Colorado) di uscire dagli istituti scolastici per esprimere la loro contrarietà all’interruzione del programma DACA. Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha scritto proprio sulla piattaforma social da lui creata: “The decision to end DACA is not just wrong. It is particularly cruel to offer young people the American Dream, encourage them to come out of the shadows and trust our government, and then punish them for it”, ossia, “La decisione di interrompere il DACA non è soltanto sbagliata. È particolarmente crudele proporre ai giovani la prospettiva del Sogno americano, incoraggiarli ad uscire fuori dall’ombra (cioè dalla situazione di illegalità nella quale vivevano) e fidarsi del nostro governo, e poi punirli per averlo fatto”.
È importante sottolineare come l’espressione “to come out of shadows” sia la stessa utilizzata da Barack Obama quando, nel 2014, firmò un altro ordine esecutivo che ambiva ad estendere le protezioni garantite dal DACA anche ad altre categorie di immigrati irregolari, il DAPA (della quale parleremo tra poco).Parlando di Obama, anche l’ex presidente, ha voluto condividere la sua opinione sulla vicenda, e lo ha fatto scrivendo una dichiarazione (qui la potete trovare in versione integrale), della quale riportiamo uno dei passi salienti: “This is about young people who grew up in America — kids who study in our schools, young adults who are starting careers, patriots who pledge allegiance to our flag. These Dreamers are Americans in their hearts, in their minds, in every single way but one: on paper. They were brought to this country by their parents, sometimes even as infants. They may not know a country besides ours. They may not even know a language besides English.”, ossia “Si tratta di persone che sono cresciute in America — bmabini che studiano nelle nostre scuole, giovani che stanno iniziando la carriera lavorativa, patrioti che giurano fedeltà alla nostra bandiera. Questi Dreamers (termine usato generalmente per indicare queste persone) sono americani nei loro cuori, nelle loro menti, ovunque tranne che in un posto: nei documenti. Sono stati portati in questo paese dai loro genitori, a volte quando erano ancora bambini. Potrebbero non conoscere altro Paese a parte il nostro. Potrebbero non sapere nemmeno una lingua a parte l’inglese”.

Proteste contro la decisione di abolire il DACA

L’antenato del DACA: Il Dream Act

La questione relativa ai figli degli immigrati irregolari risale a molto prima del 2012. Nel 2001, infatti, fu presentata una proposta legislativa, detta DREAM (acronimo di  Development, Relief, and Education for Alien Minors) Act, la quale proponeva di concedere protezione dalla deportazione per sei anni. Non tutti, però, avrebbero potuto far parte di questo programma. Sarebbe stato necessario, infatti: dimostrare  essere arrivato negli USA prima del compimento del diciottesimo anno di età (inizialmente erano sedici, ma un recente emendamento della deputata Lucille Roybal-Allard (D- California) lo ha innalzato a diciotto); dimostrare di aver risieduto negli USA per almeno cinque anni consecutivi a partire dal loro arrivo nel Paese; se il richiedente è maschio, deve essersi registrato al Selective Service System, che tiene nota di tutte le persone per le quali varrebbe la chiamata alle armi; avere un’età compresa tra i 12 e i 35 anni al momento dell’attuazione della legge; essersi diplomati negli USA presso una scuola superiore di secondo grado, oppure aver ottenuto un GED (esame composto da quattro prove che viene sostenuto da chi non ha completato le superiori o non presenta i requisiti per ottenere un diploma di scuola superiore), oppure essere stati ammessi al college, al conservatorio o a qualunque altra istituzione facente parte della higher education; non avere aver mai compiuto reati gravi (nell’ambito della common law vengono definiti felonies; i misdemeanors sono i reati meno gravi).
Come detto prima, con il Dream Act le persone aventi i requisiti elencati in precedenza sarebbero state salve, per un periodo di sei anni, dal rischio di essere deportate. In questi sei anni, però, avrebbero dovuto svolgere una delle seguenti attività:  diplomarsi presso un community college (in questi istituti la durata del percorso scolastico è due anni);  completare due dei quattro anni previsti dai corsi di laurea regolari; servire due anni nell’esercito. Al termine dei sei anni, coloro i quali avessero assolto al loro dovere avrebbero ricevuto un permesso di soggiorno permanente.

Orrin Hatch (R – Utah), promotore, insieme a Dick Durbin (D – Illinois), del DREAM Act

Il DACA

Come si potrebbe essere intuito dal fatto che nel 2017 i congressisti stiano ancora presentando emendamenti, questa proposta non è mai diventata legge. Dopo un decennio di proposte e controproposte, l’8 dicembre 2010 una versione del DREAM Act era stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti con 216 voti favorevoli e 198 contrari (I Dem all’epoca erano 257, quindi il partito non votò compatto). Al Senato, però, il Partito Repubblicano organizzò un efficace filibuster (del quale parlammo in questo articolo) che i Dem non riuscirono a far terminare: la relativa votazione, infatti, fece registrare 55 voti favorevoli, un risultato non soddisfacente, visto che ne servivano 60. Nel maggio 2011, Harry Reid, leader della maggioranza al Senato, provò a ripresentare di nuovo la proposta, ma il tentativo fallì immediatamente, visto che i pochi repubblicani che in passato si erano detti favorevoli al DREAM Act, come McCain e Graham, si opposero fermamente a questa versione, la quale avrebbe richiesto un aumento delle forze di polizia che si occupavano di immigrazione.
Vista l’incapacità, da parte del Congresso, di trovare una soluzione, nel 2012 Obama firmò un ordine esecutivo (il DACA, per l’appunto) che aveva molto in comune con il Dream Act. Per evitare ripetizioni, ora non analizzeremo gli aspetti che coincidono con quelli della proposta di legge, ma ci concentreremo sulle differenze tra le due normative: nel DACA, la protezione dalla deportazione dura due anni (non sei), ma è rinnovabile; i facenti parte di questo programma  possono comunque accedere ai programmi di sicurezza sociale e, ad ogni rinnovo, devono pagare una sanzione di 495$.  Sin da subito, questo ordine esecutivo ha scatenato proteste e critiche, non tutte relative al suo contenuto; alcune persone, infatti, ritenevano incostituzionale l’azione di Obama, in quanto un Presidente non avrebbe l’autorità per creare una legislazione in tema immigrazione al posto del Congresso. La questione è molto complessa, e ancora non si è giunti, dopo cinque anni, a un punto di accordo. Sorprendentemente, una delle argomentazioni più usate da chi sostiene l’incostituzionalità è tratta da una dichiarazione dello stesso Obama, che è stato un docente di diritto costituzionale. Nel 2011, infatti, egli scrisse:  With respect to the notion that I can just suspend deportations through executive order that’s just not the case … There are enough laws on the books by Congress that are very clear in terms of how we have to enforce our immigration system that for me to simply through executive order ignore those congressional mandates would not conform with my appropriate role as president.”ossia: “Riguardo alla nozione seconda la quale io potrei sospendere le deportazioni semplicemente attraverso un ordine esecutivo, questo non è proprio il caso… Ci sono abbastanza leggi sui libri del Congresso che sono molto chiare sul come noi dobbiamo attuare il nostro sistema di immigrazione e, per questo, ritengo che ignorare questi mandati congressuali attraverso un ordine esecutivo non sarebbe conforme con il mio ruolo di Presidente”.

Rose Garden, 15 giugno 2012. Barack Obama annuncia l’istituzione del DACA

Per quanto riguarda  lo schieramento che sostiene la costituzionalità del DACA, recentemente Michael Tan, uno degli avvocati dell’ACLU (American Civil Liberties Union), ha scritto un articolo dal titolo “DACA is and always will be constitutional”. Una delle parti più importanti dell’articolo è la seguente: “The ultimate legal authority for DACA lies in the U.S. Constitution. Article II, Section Three of the Constitution states that the president ‘shall take Care that the Laws be faithfully executed.’ Carrying out our immigration laws involves deciding who should be targeted for deportation and who should be allowed to stay.”, ossia “La massima prova della legalità del DACA si trova nella Costituzione. La sezione terza dell’Articolo II dichiara che il Presidente deve assicurarsi del fatto che le leggi siano applicate accuratamente. Eseguire le nostre leggi sull’immigrazione include decidere chi dovrebbe essere soggetto a deportazione e chi dovrebbe essere autorizzato a rimanere.
Molti Stati si opposero veementemente al DACA. In ordine cronologico, il primo fu l’Arizona, con il Governatore Jan Brewer che emanò un contrordine, il quale impediva ai partecipanti al programma di beneficiare dei cosiddetti state benefits (es: ottenere la licenza di guida). Nel maggio 2013, una corte federale giudicò questa decisione come “probabilmente incostituzionale” mentre, nel novembre 2014, la Corte d’Appello del Nono Circuito (Distretto della Columbia), dopo aver sospeso l’ordine del Governatore, ne sancì ufficialmente l’illegalità.
Al momento, 800.000 persone fanno parte del programma, e i risultati sembrano buoni: più del 75% di loro, infatti, ha un lavoro; inoltre, queste persone versano ogni anni  2 miliardi di dollari all’erario e più di qualcuno  si è addirittura arruolato nell’esercito. È importante, inoltre, specificare una cosa: il DACA è sempre stato pensato per essere temporaneo, in attesa che il Congresso trovi una soluzione. Quello che preoccupa, in questa sensazione, è l’aver stabilito una data entro la quale trovare detta soluzione: un Congresso che da 16 anni discute sul Dream Act riuscirà a trovare un accordo in sei mesi?

L’estensione del DACA

Nel 2014, Obama cercò di estendere il programma DACA anche ad altre categorie di immigrati che risiedevano clandestinamente negli Stati Uniti. Come prevedibile, anche questo programma, chiamato DAPA (lo avevamo accennato in precedenza),  ha incontrata una forte opposizione, e si è finiti molto presto a doverne discutere per vie legali. Nel febbraio 2015, il giudice federale del Texas Andrew Scott Hansen (nominato da George W. Bush) ha sospeso il DAPA. L’amministrazione Obama fece ricorso alla Corte d’Appello del Quinto Circuito, ma fu sconfitta per due voti ad uno. Infine, si rivolse alla Corte Suprema, che al momento era composta solo da otto membri a causa della morte del giudice Antonin Scalia (primo italoamericano a far parte della Corte Suprema). Come temuto da molti, la presenza di un numero pari di giudici portò ad un risultato di pareggio, 4-4. Per questo motivo, nessuna nuova decisione fu presa e il DAPA non entrò in vigore. In ogni caso, tutto questo non riguardava in alcun modo il DACA.

Una clamorosa svolta

Torniamo ai giorni nostri. Il 13 settembre, i leader democratici Nancy Pelosi (California) e Chuck Schumer (New York) hanno dichiarato di aver cenato alla Casa Bianca con il Presidente Trump e hanno definito l’incontro molto produttivo: “We agreed to enshrine the protections of DACA into law quickly, and to work out a package of border security, excluding the wall, that’s acceptable to both sides”, cioè: ” Abbiamo deciso di sancire le protezioni del DACA all’interno di una legge velocemente, e di lavorare ad un pacchetto relativo alla sicurezza lungo i confini, muro escluso, che sia accettabile per entrambi gli schieramenti”. Queste dichiarazioni hanno rappresentato un vero e proprio shock per il mondo politico. Una delle prime reazioni è stata quella del rappresentante Steve King (R – Iowa) il quale, in un tweet, si è scagliato duramente contro Trump. Sarah Sanders, la Portavoce della Casa Bianca, ha però leggermente  ridimensionato quanto detto dai due democratici, sostenendo che non si fosse mai parlato di escludere il muro. Alla Sanders ha risposto immediatamente il direttore delle comunicazioni di Schumer, Matthew House, il quale ha confermato la volontà di Trump di continuare ad insistere sulla vicenda del muro, ma che ciò non avrà nulla a che fare con questo accordo. Il giorno dopo, Trump ha commentato la vicenda confermando quanto detto da Schumer e Pelosi: “We’re working on a plan for DACA. The wall will come later”, ossia “Stiamo lavorando ad un piano per il DACA. Il muro verrà dopo”. In un tweet, Trump si è spinto anche oltre, tessendo le lodi dei Dreamers.

Lo Speaker della Camera, Paul Ryan (R – Wisconsin) ha provato a mediare, dicendo che “se il Presidente supporta un pacchetto che includa “sicurezza ed esecuzione” , così farà anche la maggioranza dei nostri membri, perché i nostri membri supportano il Presidente.” Ryan, però, ha aggiunto anche una nota un po’ critica: “Trump sa che deve lavorare con la maggioranza al Congresso per ottenere una soluzione legislativa”.
In questa situazione abbastanza paradossale, i complimenti provengono dal senatore  Jeff Flake (R – Arizona) e dal rappresentante Lindsey Graham (R – South Carolina, “The president is trying to cut a deal that I think would be good for the country as a whole.”), due tra le voci più critiche all’interno del GOP ed esponenti dell’ala moderata del partito; al contrario, diversi hard-liners non sono certo soddisfatti. Il Rappresentante Dave Brat (R – Virginia), ad esempio, ha detto che il muro era uno degli elementi chiavi dell’elezione e che offrire status legale agli immigrati irregolari invierebbe il messaggio sbagliato: “You say to the rest of the world, ‘Hey, as long as you get into the U.S., the green light is on and eventually you are going to get to stay permanently’. That will lead to a huge inflow”, ossia “Dici al resto del mondi ‘Hey, fintanto che riesci ad arrivare negli USA, puoi entrare tranquillamente e potresti anche riuscire a rimanerci per sempre’. Ciò causerà un grande afflusso (di migranti, ndr)”.
Se alcuni repubblicani non l’hanno presa bene, alcuni ex sostenitori di Trump hanno avuto reazioni ancora più dure, come Ann Coulter che, in una serie di tweet, si è scagliata contro il magnate newyorkese. Breitbart, il magazine ultra-conservatore gestito da Stephen Bannon, ex consigliere del Presidente, ha definito Trump “Amnesty Don”, accusandolo di voler concedere l’amnistia alle 800.000 persone che rientrano nel programma DACA.