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C’è un nuovo Califfo in Turchia

I recenti avvenimenti in Siria e in Europa hanno sottratto la pubblica attenzione e copertura mediatica da un altro Stato molto vicino, estremamente stategico e altrettanto instabile. Si tratta della Repubblica di Turchia, la quale si sta avvicinando a passo spedito al referendum costituzionale sulla forma dello Stato che si terrà la domenica di Pasqua.

Il testo referendario si riassume in poche modifiche: i seggi in Parlamento aumentano da 550 a 600, il diritto all’elettorato passivo viene esercitato dai 18 anni anziché 25, non sarà necessario aver prestato servizio di leva per essere eletti ed i militari diverranno ineleggibili, le figure del capo dello Stato (attualmente Recep Tayyip Erdoğan, AKP) e del capo di Governo (Binali Yıldırım, leader dell’AKP) saranno accorpate, il mandato sarà esteso e con esso il limite di mandati consecutivi, le elezioni del Parlamento e del Presidente avvengono simultaneamente, viene concesso al Presidente di sciogliere il Parlamento e la candidatura dovrà essere presentata con l’approvazione di un precedente candidato che abbia ottenuto non meno del 5% alle elezioni precedenti.
L’intenzione con cui è stata scritta la riforma è palese e non necessita commento, per capire però come si sia arrivati a questa situazione è necessario partire da più lontano.

Turchia, 2015

Le elezioni dell’Assemblea Nazionale, due anni fa, furono per Erdoğan e per il suo partito un grosso smacco. Infatti, nonostante l’AKP avesse ottenuto il 40% dei voti, questo ha significato la perdita della maggioranza assoluta, solidamente detenuta durante la precedente legislatura. Il partito filo-curdo e socialista HDP, per la prima volta in assoluto, era riuscito a entrare in Parlamento superando, anche se di poco, la soglia di sbarramento.

Poco dopo, la nuova linea di governo di Erdoğan si mostrò per quello che era diventata: ad agosto, due mesi dopo le precedenti elezioni, il Presidente sciolse le camere mandando il paese nuovamente a elezioni, riportando la maggioranza assoluta al suo partito. Inoltre, la morte dell’avvocato curdo Tahir Elci, vicino all’HDP, fu classificata come omicidio di Stato sia dall’opposizione, sia da buona parte dell’opinione pubblica. Allo stesso modo la maggioranza degli attentati avvenuti nelle città turche negli ultimi due anni (uno tra tutti la bomba ad Ankara, esplosa vicino ad una manifestazione anti-governativa) furono solitamente attribuiti dalle fonti ufficiali al PKK ma dalla popolazione, specie quella delle grandi città, ad Erdoğan e al Governo.

La svolta del 15 luglio

Per capire il tentato golpe dello scorso anno è necessaria una minima conoscenza della coscienza politica e della cultura del popolo turco.

Innanzitutto prima di essere repubblica, prima di essere impero e prima di essere sultanato, la Turchia era retta da un Khan. Dir questo equivale a dire che nel 500 avanti Cristo l’Italia era una repubblica oligarchica e la Germania una confederazione di tribù, con la differenza che nel caso dei Selgiuchidi il periodo è ben più recente e che il tradizionalismo e il culto degli antenati tipici della cultura turca hanno contribuito a conservare la mentalità militaristica intatta per tutti e mille gli anni trascorsi da allora.

Proprio nell’ottica del recupero dell’identità turanica, Mustafa Kemal Atatürk decise che sarebbe stato l’esercito a farsi garante della costituzione e della democrazia. Per una persona di cultura e abitudini europee, immerso e marinato nel contrattualismo e nella filosofia politica questo concetto potrebbe apparire estraneo, assurdo o addirittura barbaro ma si tratta di una formula che per la repubblica di Turchia ha funzionato egregiamente. Il meccanismo del colpo di Stato è quindi una sorta di istituzione de facto che, per quanto non sia ovviamente previsto dalla costituzione turca, è implicitamente richiesto come estrema contromisura ad un eventuale tentativo di Restaurazione e che è stato applicato a più riprese.

Dunque, mentre i precedenti golpe erano serviti a prevenire l’insorgere della guerra civile, quello dello scorso anno doveva impedire che l’Islam tornasse a intrecciarsi con le maglie del potere turco e di interrompere il crescente accentramento delle prerogative dello Stato. Proprio perché il colpo di Stato ha, in Turchia, questo ruolo quasi istituzionale nella notte del 15 luglio i militari si son rifiutati di sparare sulla popolazione e hanno preferito arrendersi quando i sostenitori di Erdoğan si sono interposti tra i carri armati e le sedi istituzionali.

“İzmir (Smirne) dice Sì” la campagna dell’AKP nella città egea

La reazione del Governo è stata durissima e tutt’ora si fa sentire. Oltre, ovviamente, agli arresti dei militari coinvolti l’esercito è stato snaturato e depauperato delle sue funzioni: gli standard per l’arruolamento sono stati ridefiniti al ribasso, è stato consentito ai soldati (e soprattutto alle soldatesse) di portare simboli religiosi andando contro la Laicità (laiklik) che era uno dei sei fondamenti della forma repubblicana voluta da Atatürk. Inoltre, come si può leggere all’inizio, la ventura riforma costituzionale vorrebbe separare completamente la politica dall’esercito.

Ovviamente, oltre all’ormai dichiarata inimicizia tra Governo e forze armate, il colpo di Stato ha avuto anche notevoli ripercussioni sulla propaganda e la pubblica immagine del Presidente che viene ora sfruttata per avvalorare la necessità delle modifiche costituzionali.

Evet

Come è accaduto anche per il referendum costituzionale in Italia, la campagna referendaria non si è nemmeno avvicinata al merito della riforma. Gli slogan lanciati dal partito di maggioranza inneggiano a una Turchia forte e solida, principalmente nel contrasto al terrorismo. Inoltre i sostenitori del No vengono solitamente tacciati di anti-patriottismo, che nella cultura turca è considerato un peccato infamante.

“Per una Turchia più araba anche io dico Sì!” l’immagine satirica riprende lo slogan lanciato dall’AKP

Anche il partito nazionalista, di estrema destra, ha deciso di schierarsi con l’AKP, ricevendo fortissime critiche sia dall’elettorato sia dall’interno del partito. La partecipazione, voluta dal leader Devlet Bahçeli, al fronte del Sì costituisce infatti un evento inaspettato e totalmente discontinuo rispetto alle precedenti posizioni sul presidenzialismo.

Vi è però una grossa parte della campagna referendaria che non si gioca in Anatolia. Data, infatti, la grandissima presenza di emigrati turchi in Europa centrale sia Erdoğan sia i ministri dell’esecutivo hanno cercato di organizzare comizi su suolo prima tedesco poi olandese. I tentativi, oltre a essere illegali sotto la legislazione turca, sono stati vietati ed ostacolati dai governi sia della Germania che dei Paesi Bassi, portando a tensioni diplomatiche che hanno raggiunto gli onori della cronaca mondiale per aver toccato vette del tutto ridicole.

Hayır

La campagna contraria al referendum è stata del tutto estromessa dal dibattito televisivo. Con boicottaggi e accuse denigratorie lo schieramento a favore è riuscito a rendere gli oppositori del tutto inappetibili agli inserzionisti, senza contare che gli stessi gestori delle reti hanno paura di eventuali ripercussioni. In effetti il clima è del tutto degenerato a seguito del colpo di Stato, arrivando ad accusare una pubblicità di biscotti realizzata come pesce d’aprile di contenere propaganda golpista subliminale.

Gli studenti della METU, ad Ankara, formano la scritta “Hayır” in uno dei cortili della cittadella universitaria

Questo non ha ovviamente impedito ai numerosi sostenitori di esprimere la propria posizione politica e di organizzare forme spontanee di campagna referendaria. A parte le numerose dimostrazioni sui social network, che lasciano il tempo che trovano, è diventata famosa la scritta “Hayır” (No) formata dagli studenti dell’Università Tecnica del Medio Oriente, ad Ankara.
La partecipazione degli studenti al dibattito dimostra, tra l’altro, una ripartizione demografica dell’elettorato già vista e già sentita in occasione del Brexit e delle elezioni statunitensi. Proprio come in queste due occasioni, i sondaggi danno risultati contrastanti, specie quelli commissionati dal Governo rispetto agli indipendenti e all’opposizione. Va tenuto presente inoltre che, come analizzato in un precedente articolo, intenzioni di voto fasulle e brogli renderanno qualsiasi statistica del tutto priva di significato.

Per quanto riguarda la politica parlamentare, la campagna contraria è guidata principalmente dal CHP, lo storico Partito Popolare Repubblicano fondato da Atatürk dopo la rivoluzione. Il partito ha ostacolato la riforma sin dal suo approdo in Parlamento e ha tenuto il suo primo comizio in merito nel dicembre scorso, ottenendo in quell’occasione anche il seguito di una parte dell’elettorato storico dei Nazionalisti.

I punti principali della critica vanno contro il rischio di avere un uomo solo al comando, di arrivare al monopartitismo e la perdita di poteri per il Parlamento.

In definitiva

È impossibile stimare con precisione il risultato di questo referendum. Considerando la tendenza sempre più autoritaria del presidente Erdoğan è scontato vi saranno brogli, ma è impossibile sapere se questi saranno in grado di modificare l’esito delle votazioni o se ce ne sarà realmente bisogno, dato il contrasto tra la popolazione delle grandi città, solitamente in opposizione rispetto alla linea presidenziale, e la componente rurale dell’entroterra anatolico, più affine alle politiche di Erdoğan.

Possiamo solo augurare il migliore dei destini per uno Stato diviso e in pericolo.

articolo di Enrico “Scaevola” Casu
Ne mutlu Türküm diyene