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Addio, caro Sartori

Il 4 aprile 2017 sarà ricordato come un giorno nero per la Scienza Politica, poiché il tempo ha portato via con sé forse il più grande politologo dell’epoca moderna. Chi fra di noi è appassionato di politica a livello accademico si è sentito sicuramente un po’ meno vivo apprendendo della morte di Giovanni Sartori, come quando viene a mancare un punto di riferimento, un personaggio che sta a cuore. Sartori era in tutto e per tutto un’icona di come lo studio e la passione possano aprire nuove strade allo sviluppo di teorie avveniristiche. A lui e a pochi altri pionieri si deve un approccio metodologico che ha cambiato per sempre il volto della scienza politica, grazie ad una ricerca ed una divulgazione costante ed appassionata.

Il “primo” Sartori

Uomo brillante e dall’acume senza precedenti, per gli studenti odierni Giovanni Sartori è un personaggio che si ama o si “odia”: lo si trova in ogni singolo manuale inerente alla politologia, citato per via di qualche sua accreditata definizione o ricerca, sempre presente nel percorso degli studi delle scienze sociali. Presso la mia università, poi, precisamente alla facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, attorno a Sartori si è sviluppato quasi un culto. Siamo estremamente orgogliosi di aver avuto il celeberrimo scienziato politico fiorentino come nostro laureato nel lontano 1946, quando ancora gli studi non erano stati rinnovati dai grandi pensatori della sua generazione; pensate che addirittura non si studiava la scienza politica come vera e propria disciplina accademica poiché come tale in Italia non esisteva, ed anzi il merito del suo approdo nelle università è stato proprio suo. Facendo un passo indietro per ripercorrere la sua formazione, c’è da dire che il conflitto mondiale di qualche anno prima Sartori l’aveva vissuto senza parteciparvi. Chiamato alle armi dai repubblichini, si era nascosto dentro una stanza nella quale passava il tempo a divorare tantissimi libri, potendosi così costruire a tempo di record una vastissima cultura soprattutto sui classici: Gentile, Kant, Hegel e molti altri. Il percorso che gli si apriva davanti era una brillante carriera accademica, cosa che effettivamente si è realizzata, partendo dalla gavetta all’università di Firenze, prima da docente associato, poi come professore di prima fascia, insegnando dal ‘50 discipline filosofiche ed in seguito la vera e propria scienza politica.

Una brillante carriera accademica

Ha portato avanti il ruolo di insegnante in maniera sicuramente egregia, raggiungendo il suo primo grande traguardo con il ricevimento della Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte per mano del Presidente della Repubblica Saragat già nel 1971: egli era riuscito a svolgere le lezioni senza intoppi e a garantire il regolare corso degli esami durante gli anni delle rivolte studentesche (‘68-’70). Da lì in avanti ha viaggiato in giro per il mondo tenendo lezioni nelle università più prestigiose, approfondendo lo sviluppo di tutte quelle teorie di cui oggi possiamo fare tesoro, divulgandole tramite la rivista scientifica da lui fondata, la Rivista italiana di scienza politica (1971).

Tanti riconoscimenti prestigiosi sono passati tra le mani di Sartori, da quello sopra citato fino al premio Principe delle Austrie, uno dei più importanti nell’ambito delle scienze sociali, paragonabile ad un Oscar o un Nobel. È in parte a lui che si deve il fascino e la complessità di poter studiare la politica con un atteggiamento scientifico nel reale senso del termine, grazie ad importanti analisi e teorie come quella famosissima del pluralismo polarizzato, ancora oggi oggetto di studio. Sulla scia del suo appassionato insegnamento tutt’ora illustri eredi, come ad esempio Gianfranco Pasquino e tanti altri, tengono lezioni negli atenei più prestigiosi continuando a diffondere le sue ricerche nei vari campi della scienza politica, della sociologia e del diritto: sono veri e propri epigoni del maestro Sartori.

Giovanni Sartori di fianco al presidente Mattarella

Sartori, personaggio complesso

Ciò che emerge dunque è un Sartori come figura estremamente profonda, dotata e capace di farsi ascoltare e seguire. Il punto è che la complessità del personaggio non si esaurisce qui, anzi. La sua unicità non si esprimeva solo nelle teorie, era una personalità particolare che non perdeva mai l’occasione di strigliare questo o quel politico con qualche tagliente commento. Pare che si potessero contare sulle dita di una mano i politici da lui veramente stimati nell’arco della sua lunga vita. Passava il tempo facendo “ramanzine” indistintamente a destra e a manca, ed anche per questo era molto amato. In fin dei conti poteva essere della parte politica che voleva senza troppe remore: con un cervello del genere meritava per forza il rispetto di chiunque. Il suo parlare senza peli sulla lingua era un tratto distintivo, si spingeva in analisi molto colorite e non ci pensava due volte a definire il ciclo di governi Berlusconi, tanto per dirne una, un “sultanato”. Lo faceva senza giri di parole, sfruttando anche la propria posizione di editorialista per il Corriere della Sera; fra l’altro proprio in questa sede si dilettava a coniare neologismi divenuti poi di uso comune come Porcellum, dimostrando una simpatia spiazzante.

Giovanni Sartori in occasione dei suoi 90 anni, fra i politici presenti si notano Massimo D’Alema e Giuliano Amato.

Dando un occhio alla sua sfera privata, Sartori era stato sposato dapprima con Giovanna di San Giuliano, poi molto recentemente si era unito ancora con un’artista più giovane di lui di quasi 40 anni, Isabella Gherardi. Il matrimonio, celebrato nel 2013 quando Sartori aveva 89 anni, destò molto interesse, ma il politologo non si smontava ed intervistato da un inviato del Corriere spiegava ciò che lo aveva colpito della consorte: “Isabella legge moltissimo. Che lei sapesse chi era Samuel Johnson poteva anche capitare; in fondo Johnson è stato una delle personalità di maggiore spicco del Settecento inglese. Ma che avesse letto la sua biografia scritta da James Boswell, mi ha lasciato di stucco. Un giorno, poi, a tavola, le ho detto che io ero ‘apoto’ e Isabella non ha fatto la faccia inebetita che fa lei in questo momento”. 

Sartori e la moglie Isabella Gherardi

La missione di Sartori

Ciò che chiedeva all’umanità era sempre e comunque di accendere il cervello. Il suo pallino era la decadenza sociale a cui stava assistendo impotente, un impoverimento del linguaggio e del pensiero umano dovuto anche al cattivo uso delle nuove tecnologie; insomma denunciava che le persone stessero perdendo la facoltà di sviluppare pensiero critico. Pensare e riflettere, sempre: questa la sua morale. Di conseguenza a tutto ciò concludeva che uno dei mali delle democrazie contemporanee sia la perdita di contenuti in favore della loro spettacolarità, e come dargli torto. Da intellettuale, però, osservare le negatività dell’uomo e della politica non lo portava mai ad una remissiva inquietudine, bensì a sviluppare una riscossa, una tensione al miglioramento. Con opere come Homo videns: televisione e postpensiero Sartori si prodigava non solo ad analizzare gli aspetti più decadenti dell’uomo, approfondendo tematiche come la dipendenza dai nuovi media sotto il profilo culturale e politico-sociale, ma anche a cercare una via di uscita.  È incredibile come abbia mantenute intatte tali caratteristiche sino alla morte. Anche mostrando un po’ di disincanto e disaffezione di fronte alla situazione politica e sociale moderna, come si può osservare nelle sue più recenti interviste, non ha mai perso lo spirito critico propositivo e la speranza in una cultura politica migliore. Non a caso pochi mesi prima di lasciarci ha voluto donare un gran numero di opere alla biblioteca del Senato, frequentata da tanti giovani studenti: è da loro che deve ripartire -ammesso che ce la faccia- il pensiero critico della gente. Potremmo definirlo un genio, potremmo definirlo un sognatore: è stato un po’ entrambe le cose. Ciò che facciamo oggi è commemorarne la vita e prendere atto del fatto che il suo incredibile bagaglio di conoscenze si sia trasformato in un dolce macigno da custodire e tramandare, come accade con tutte le più pesanti eredità culturali. Arrivederci al nostro più grande scienziato politico.

 

Stefano Ciapini