Laureato in Storia e critica del cinema, studia Informazione ed Editoria presso l'Università di Genova. Appassionato di tutto ciò che riguarda l'audiovisivo e la parola scritta.


Stories

La seconda uscita di Prosperous Stories, rubrica di narrativa breve del Network, ci porta negli Anni Settanta. In un clima socioculturale rovente, fatto di manifestazioni, lotte sindacali e attentati terroristici, tre bambini giocano a fare gli adulti mettendo in atto un piano perfetto: rapire una loro compagna di classe per chiederne il riscatto ai genitori. Un modo per giocare a fare i grandi dalle conseguenze, forse, inaspettate.

Compagno Harlock

Negli Anni Settanta, l’estate romana sapeva di ruggine. Il caldo, asfissiante, svuotava la città: le persone scappavano al mare, il più distante possibile dai pensieri, dagli obblighi e dalle paure della capitale. I pochi che rimanevano vagavano come sopravvissuti ad un’apocalisse tra le strade deserte.


«Sei sicuro che passa di qua?»
Se per gli adulti era l’equivalente di vivere in un cimitero (bollente, per giunta), per i bambini lo zombie-Roma diventava un parco giochi in cui muoversi liberamente.
«Sì, sì. A quest’ora finisce di fare pianoforte».
Mario, Sandro e Luigino -nonostante il nome, il più alto e sveglio dei tre- erano nascosti dietro un cancello condominiale. Si erano conosciuti a scuola: Luigino aveva conquistato gli altri due quando, durante l’ora di italiano, aveva coniugato il passato remoto di “divenire” a suon di rutti. Trucco un po’ banale, ma sempre di fascino.
Benché avessero 12 anni, vuoi il periodo storico, vuoi la noia, i tre amici avevano un piano perfetto. O quasi.


«Oh!» si lamentò Sandro «io non so se è bella questa cosa che facciamo, non lo so mica».
«Quante volte devo convincervi?» Luigino era l’unico in piedi e parlava ai due soci con tutta la leadership che gli davano i centimetri in più: «ve l’ho detto cosa fa il mio fratellone, no? È un compagno»
Gli altri due avevano un’espressione confusa: «Tipo di classe?»
«Macché classe! È un compagno e basta. Ma non la vedete la televisione? I rapimenti? Ufffffffa! Non guarderete mica i cartoni animati?»


Con un tempo di risposta pari allo zero, Sandro e Mario scossero la testa orizzontalmente.
«Ecco, allora sentite me: Beatrice tra poco esce dalla scuola di musica. Lei cammina, tranquilla, e noi ZAC!» -accompagnò il suono con un movimento fulmineo delle mani- «le andiamo addosso e PEM! La rapiamo, la obblighiamo a venire con noi. Poi la sua mamma e papà ci danno i soldi».
«Ma quanti?» chiese Mario, figlio di commercialista.
«Boh… Una scatola».
«Una scatola piena?»
«Sì».


L’eccitazione fece vibrare le inferriate.

I minuti d’attesa si susseguirono fino a diventare sessanta, lasciando emergere il leggerissimo dubbio che le notizie sugli orari della scuola di musica fossero sbagliate. Dietro al cancello del Palazzo degli Ori –Via Merulana 17- il silenzio fu rotto dal sempre vispo Luigino:
«Facciamo che ci diamo dei nomi, tipo in codice». Il volto dei due amici si illuminò nuovamente. «Sandro, che nome da prigatista vuoi?»
«Boh».
«Dai, scegline uno!»
Ci penso qualche secondo: «Uhm… Capitan Harlock».
Il volto del leader divenne rosso d’invidia, dissimulata al meglio delle sue capacità: «Va bene, che nome stupido… Come dici? No, non so manco chi è… Però non Capitano: sarai Compagno Harlock». Riportò lo sguardo sulla strada oltre le sbarre e saltò con un fremito: «Eccola!»


Beatrice, spartiti alla mano, camminava svelta e spensierata sul marciapiede deserto. Ai piedi due scarpe lucide, rosse.
«Al mio tre le corriamo addosso!» disse Luigino.
«Io ho paura», dissero a turno gli altri.
«Shh! Uno… Due…» Prima di arrivare al tre, Mario e Harlock scapparono dalla parte opposta all’ultimo prigatista rimasto in azione, risparmiandogli il fiato necessario alla pronuncia dell’ultimo numero. Era solo. Indomito, corse verso la tanto odiata compagna di classe, che però, sai, vedendola così, mentre le si avvicinava a grandi falcate e col cuore a mille, gli faceva uno strano effetto. Trenta metri di distanza, venti, poi dieci e infine cinque: Bea lo guardò negli occhi: «Ciao».
Luigino sorrise.