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La voce femminile costretta a secoli di silenzio


“Se la donna non avesse altra esistenza che quella assegnatale nella letteratura maschile, la si potrebbe supporre una persona di estrema importanza; molto varia, eroica e meschina, splendida e sordida; […] grande come l’uomo, e certuni dicono assai più grande. Ma questa è la donna della letteratura d’immaginazione. Nella realtà [..] veniva rinchiusa, picchiata e maltrattata nella sua stanza. […] Immaginativamente, la sua importanza è estrema: praticamente, la sua insignificanza è totale. Ella pervade la poesia, da una copertina all’altra; invece dalla storia è quasi assente. Ella domina la vita dei re e dei conquistatori nella letteratura d’immaginazione; nella realtà era la schiava di qualunque ragazzo i cui
genitori le avessero messo per forza un anello al dito. Dalle sue labbra escono alcune fra le più ispirate parole, alcuni dei più profondi pensieri della letteratura: nella vita reale non sapeva quasi leggere, scriveva molto faticosamente, e si annoverava fra i beni materiali dell’uomo. […]”
A room of one’s own – Virginia Woolf


La letteratura è uno dei preziosi ambiti culturali che ci ricordano come, per raggiungere il potere dell’autorappresentazione e della scrittura, la donna abbia dovuto compiere un percorso lungo, difficile e faticoso. Si assiste a nient’altro che a una letteratura di maschi: la donna non è soggetto della rappresentazione, ma un oggetto. È infatti sempre stata rappresentata come portavoce di un ruolo a metà tra subalternità e sublimazione: la Beatrice dantesca, per esempio, è l’emblema letterario della donna salvifica. In quanto “donna angelo” si potrebbe pensare che la figura femminile rivesta in questo caso un ruolo autonomo e non subalterno. Non dobbiamo però lasciarci ingannare: la sua posizione è subalterna in quanto la donna serve esclusivamente per garantire il perfezionamento e la salvezza dell’uomo. Beatrice non ha un’autonomia propria ma, con la sua azione, beatifica il maschio svolgendo una funzione di sublimazione morale. Non è esaltata in sé ma in quanto colei che garantirà a Dante la salvezza.

La storia della donna, sublime per le sue virtù ma sempre subalterna, dura per secoli ripresentandosi anche con Alessandro Manzoni: Lucia (termine che etimologicamente deriva dal latino lux, lucis = luce) tramite le sue parole illumina con la grazia l’Innominato, trasformandolo da criminale in Santo. Anche qui la donna serve alla conversione dell’uomo.


La stessa lingua italiana è impregnata fin dalle sue radici dal linguaggio del sesso. Sulle categorie grammaticali si applica il sessismo: il maschio, anche quando in minoranza, è egemone (lo si vede nell’uso del maschile per indicare un gruppo prevalentemente femminile con almeno un maschio). La lingua, fin dai suoi esordi, ha raccontato questa storia di potere e di egemonia.

Per molto tempo le donne non sono state considerate soggetti degni di un’analisi storiografica, ma la situazione inizia a mutare con l’affermarsi del movimento femminista internazionale. Movimento che non si è concentrato solo sulla parità di diritti sociali e politici ma che ha anche avviato una riflessione sulla specificità della figura femminile e sulla sua posizione subordinata rispetto all’uomo. Una delle figure che ha segnato l’avvio di questa riflessione è Virginia Woolf: scrittrice, saggista e attivista britannica.

Effettuando numerose ricerche nella biblioteca londinese con il fine di portare alla luce storie nascoste e censurate del mondo femminile, osservando tra gli scaffali, si interroga su secoli di totale esclusione.


È necessario, pertanto, muoversi “a ritroso nel deserto”: per capire la storia delle donne dobbiamo analizzare la rappresentazione che la figura maschile ha svolto di esse. Per questo è formidabile il lavoro di archivio attuato da Virginia Woolf che ha così recuperato storie di donne emarginate poiché non ritenute parte di un canone letterario tutto declinato al maschile. Nel 1929 (il voto politico esteso a tutte le donne del Regno Unito è avvenuto solo l’anno precedente) ha scritto quello che può essere considerato il primo manifesto del femminismo: un saggio intitolato “A room of one’s own” (in italiano, “Una stanza tutta per sé”). Con questo testo mette finalmente in luce i motivi dell’emarginazione femminile, nonché la secolare condanna al silenzio inflitta alle donne dalla cultura “patriarcale”: nella storia – concedetemi l’ossimoro – è presente un’assenza forte e risuonante, un silenzio e un rimosso che non possono passare indifferenti. Ecco perché Virginia Woolf proclama per le donne la necessità di uno spazio, o meglio, “una stanza tutta per loro” (spiegando la scelta del titolo) dove la forza creativa femminile possa darsi finalmente voce.

Nel primo Ottocento Virginia Woolf si rende conto che, a differenza dei secoli precedenti, sugli scaffali vi sono più opere a nome femminile. Tuttavia si chiede perché fossero tutti romanzi. Ai primi dell’Ottocento se una donna apparteneva a una famiglia di classe media doveva scrivere nel soggiorno comune e, per questo, veniva continuamente interrotta. In quella stanza era più facile scrivere una prosa, o un romanzo, di quanto non fosse scrivere una poesia o un dramma. Virginia Woolf conclude che per poter scrivere romanzi o poesia servano almeno cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta: “La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non soltanto in questi duecento anni, ma dagli inizi dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanta non ne avessero i figli degli schiavi ateniesi. […]”. Virginia Woolf, quindi, chiede che la stanza, prigione e sepolcro della donna, diventi possesso e diritto.

Pochi decenni dopo in Francia, una filosofa di nome Simone De Beauvoir (la compagna di Jean-Paul Sartre), nel 1949 pubblica il saggio “Il secondo sesso”, rompendo un silenzio letterario e sollevando un tema importante: l’impossibilità delle donne di scegliere autonomamente il proprio percorso di vita, obbligate a seguire una strada scandita dagli obblighi della maternità e della procreazione. La donna era infatti al completo servizio del marito: un ruolo che, s’intende, non lascia spazio ad un’affermazione e ad un successo in campo sociale. Si torna pertanto a ribadire l’importanza dei temi di identità e di ruolo: gli esseri umani sono legati allo svolgimento di un ruolo che deriva da un’antica tradizione, rispetto al quale riscattarsi è un’impresa che costa tanta fatica. La donna vuole e tenta di sfuggire alla “condanna del ruolo” e questo spesso provoca casi di femminicidio: l’uomo, nel momento in cui lei tenta di sfuggire al legame di ruolo, è in preda a una reazione violenta e scellerata che ha come fine il tentativo di esercitare un potere di appartenenza sulla donna stessa. La donna per Simone De Beauvoir è un “altro”, un secondo sesso (di qui il titolo) emarginato e circondato da infelicità: la stessa donna si pensa come “altro” perché una storia plurisecolare l’ha educata a pensare di sé in quel modo.


Ogni rappresentazione della donna riflette un particolare aspetto di femminilità attribuitole dalle convenzioni culturali, le quali fanno sì che la donna non sia natura ma cultura (di qui l’asserzione di Simone De Beauvoir “donna non si nasce ma si diventa”). È infatti ancorata a stereotipi di una tradizione che situa la donna al servizio maschile. In passato infatti ci si riferiva alla donna in base al suo stato coniugale, basti pensare al termine “signorina” in opposizione a “signora”, che designava una donna già sposata: la donna non si definisce in relazione a se stessa ma all’uomo a cui appartiene.


La subalternità della donna emergeva in ogni ambito culturale del passato, anche quello iconografico. Theodor Galle era un incisore di fine 500 che ha realizzato un testo iconografico risalente agli anni 70\80 del 500, dopo ormai un secolo dalla scoperta dell’America. Qui viene descritto l’incontro tra Amerigo Vespucci, maschio bianco vestito come un crociato, e una donna nera e selvaggia che, inerme e nuda, lo accoglie in modo ospitale. Non si tratta di una raffigurazione realistica ma allegorica: l’Europa incontra l’America ma la sottomette. Dal testo iconografico si comprende bene il funzionamento dell’ideologia di conquista: il territorio americano è stato posseduto come se fosse un corpo femminile, come afferma il poeta seicentesco John Donne in un’elegia intitolata “To his mistress going to bed” (“alla sua amante mentre va a letto”): “Vieni, mia Donna, vieni mio vigore sfida di ogni riposo […]. Oh mia America! Mia nuova terra scoperta, mio regno, più sicuro se solo un uomo lo domina”.


Il corpo femminile è qui sessualizzato come territorio (l’America stessa) da possedere. Concetti similari sono espressi nel capitolo 25 de “Il principe” di Niccolò Machiavelli, dove si struttura l’antagonismo tra virtù e vizio. La virtù appartiene al maschioeroe che deve conquistare il regno ma, per farlo, deve sfruttare le contingenze della fortuna. Citiamo anche qui il testo: “Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano”.

L’immagine femminile è omologata ai bisogni e ai desideri maschili: per quanti secoli la virtù predicata per le femmine è stata la verginità? La verginità non è in realtà un valore femminile ma è un valore maschile
trasferito alla donna. Questo per due motivi principali: per assicurarsi un primato e per evitare la presenza di una cosiddetta “prole bastarda”.
La cultura cristiana ha sicuramente valorizzato questa virtù: la prima creatura è stata il maschio, Adamo, mentre la donna, vista come responsabile dei mali del mondo, è stata formata da una costola di Adamo. La cultura cristiana si fonda quindi sulla subalternità della donna e su una sua responsabilità primaria (responsabile, cioè, della cacciata dal paradiso terrestre). I padri della Chiesa parlano del pericolo rappresentato dalla donna, definita dallo scrittore latino Tertulliano “la porta del Diavolo”: “Tu sei la porta del Diavolo, tu sei la profanatrice dell’albero della vita, tu sei stata la prima a violare la legge divina, tu sei colei che persuase Adamo, colui che il diavolo invece non riuscì a tentare […]”.


La cultura si è dunque sviluppata polarizzando da una parte l’uomo come creatura dotata di ragione, dall’altra la donna come elemento anarchico e destabilizzante, atta a rompere l’ordine maschile con la sua irrazionalità. Aristotele stesso afferma che l’uomo sia una creatura perfetta e che la donna sia invece creatura imperfetta della natura, non un essere in sé ma un uomo a cui manca la ragione. Si tratta di un paradigma antico ma che continua a condizionare il presente.


Concludo ritornando a citare Virginia Woolf che, all’interno del suo saggio “A room of one’s own”, effettua un esempio alquanto emblematico che porta a riflettere circa la subalternità femminile, asserendo che fosse impossibile che una donna scrivesse nell’epoca di Shakespeare le opere di Shakespeare. Ipotizza dunque che Shakespeare abbia avuto una sorella meravigliosamente dotata di nome Judith. Il fratello maschio ha avuto la possibilità di studiare nelle migliori scuole, apprendendo il latino e qualche elemento di grammatica e di logica. Ha cercato fortuna a Londra, si è interessato di teatro e presto imparò a recitare.

“Intanto sua sorella, così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non leggere Orazio e Virgilio. A volte prendeva un libro del fratello e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all’umido in cucina, e di non perdere tempo tra libri e carte. […] La ragazza protestò che il matrimonio per lei era una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. […] Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia […]. Come lui, si sentiva attratta dal teatro. Bussò alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia […]. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. […] Judith si uccise, una notte d’inverno […]. Così, più o meno, sarebbe andata la storia se ai tempi di Shakespeare una donna avesse avuto il genio di Shakespeare.”

Nonostante nel presente si siano compiuti notevoli progressi nel campo dell’emancipazione femminile, sfogliando un’antologia letteraria ancora oggi vediamo quasi solo nomi di maschi. Infatti, Virginia Woolf afferma che, anche se qualche genio fosse esistito fra le donne, di certo non avrebbe potuto raggiungere espressione letteraria.