Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, tecnologia e libri mi appassiono alla politica nostrana.

Bug, attacchi hacker, rallentamenti e chi più ne ha più ne metta: in questi giorni se ne sono viste di tutte. E ci eravamo appunto lasciati nell’articolo precedente con la promessa di parlare dello stato di salute del settore pubblico in ambito digitale.
La modalità di richiesta dei 600€ di bonus presso l’INPS è stata protagonista di una classica storia all’italiana, una storia che ci vede sempre in difficoltà nel frangente informatico. Ora, parlando di questa nostra caratteristica negativa, è chiaro che non può trattarsi solo di becero luogo comune, né tanto meno di una caratteristica insita nella natura della nostra popolazione: è vero che la digitalizzazione nel nostro settore pubblico non risponde ad esigenze oggigiorno basilari, ma il semplice “facciamo schifo” non può spiegare tutto, anzi.
Come mai noi Italiani sembriamo incapaci di rispondere alle esigenze tecnologiche di questo millennio? E in che modo questa “latenza” che ci caratterizza influisce nella capacità di intervento del Governo ai tempi del covid?

Premessa: l’assenza generale del potere pubblico

Non per giustificarci, ma l’arretratezza tecnologica dei servizi statali non riguarda solo l’Italia, è un trend diffuso. Attenzione però, non si intende dire che tutte le nazioni sviluppate siano nella stessa condizione italiana, bensì che la stragrande maggioranza delle nazioni non può competere col progresso messo in campo dagli attori privati e dalle grandi multinazionali, che è un discorso ben diverso. Lo sviluppo informatico e digitale infatti appartiene senza ombra di dubbio al privato. Questa però è solo una considerazione dei fatti, e non implica che sia impossibile ribaltare la frittata.
Di questi tempi infatti c’è chi ama confrontare le disastrose performance dei siti internet statali con i grandi siti come Amazon, YouTube ed anche i maggiori portali di pornografia, a rimarcare che laddove il pubblico fallisce è il libero mercato a trionfare, possibilmente quello meno regolamentato.
Mi sentirei di non considerare questo vigente equilibrio come assoluto: molto semplicemente con i giusti investimenti (che non siano però intesi solo nella dimensione del denaro) i settori pubblici potrebbero dotarsi di apparati digitali qualitativamente paragonabili a quanto riescono ad offrire certi servizi privati. Ma la domanda rimane: perché ciò non sta accadendo nella realtà? Perché il nostro Paese si fa sempre trovare impreparato di fronte a queste sfide?
L’emergenza sanitaria, come si è detto, sta mettendo in luce delle lacune che hanno impedito la tempestiva risposta del Governo alle esigenze dei cittadini, andando parzialmente a vanificare quella sensazione di “Stato presente” verso i più bisognosi che il Governo Conte voleva tanto far percepire.

L’aspetto politico

Ciò che raccogliamo oggi è anzitutto ciò che la politica (non) ha seminato ieri. In uno scenario come quello italiano, dove i proclami e i provvedimenti “bandiera” sono spesso più importanti di veri interventi strutturali, anche la dotazione di adeguate infrastrutture tecnologiche a favore della cittadinanza, delle imprese e degli uffici pubblici ha risentito di questa dinamica malata. Si pensi alle difficoltà con cui i vari esecutivi e maggioranze che si sono succeduti hanno affrontato temi quali la banda larga o l’assegnazione di strumenti digitali alle scuole ed alle PA: siamo molto indietro sulla tabella di marcia. Ciò è ovviamente specchio di una generazione politica che, anagraficamente anziana o giovane che sia, non è personalmente preparata a quelli che possono essere i benefici di accurati investimenti nelle infrastrutture digitali a favore dell’istruzione, dell’integrazione sociale, della fornitura semplificata di servizi pubblici, della competitività industriale e così via.

La politica e l’aspetto culturale

Al tempo stesso, la società italiana pare restia ad accogliere certi modi non convenzionali di concepire la vita quotidiana. In particolar modo la fascia anziana della popolazione non è stata culturalmente portata dallo Stato a familiarizzare con gli strumenti informatici. E’ la stessa fascia di popolazione, si noti bene, per cui la politica spesso nutre un occhio di riguardo. Nell’articolo precedente ed in tante ricerche si fa riferimento a come siano proprio le famiglie con capofamiglia over-65 ad essere dotate ancora di grande risparmio privato: sono quelle le persone che, potenzialmente, fanno ancora muovere l’economia e creano interesse politico. Ancora oggi la politica risponde per buona parte delle sue attività ad una fascia di popolazione in là con gli anni e non incline a familiarizzare con la cultura digitale.

La decentralizzazione e la mancata formazione

Un grande problema a cui assistiamo impotenti è il fatto di non riuscire a sviluppare un mutamento coordinato in tutti i settori pubblici. Se anche arrivassero dal Governo delle direttive chiare e dei soldi utili per una vera rivoluzione digitale, questi intenti sarebbero poi sviluppati a pioggia da tutti i “tentacoli” dello Stato. Ogni ufficio pubblico cercherebbe di stare al passo dei dettami nazionali mettendo in atto il minimo sforzo ed utilizzando, per forza di cose, una dotazione hardware vecchia e malandata. Attenzione però, non si tratta di scarsa attinenza al lavoro, bensì di una questione molto più semplice: le figure professionali sulle quali incombe il compito di rinnovare tecnologicamente il proprio luogo di lavoro spesso non hanno le competenze per farlo. Occorrerebbe invece che la rivoluzione tecnologica e digitale delle maglie dello Stato non venisse lasciata in mano agli uffici e a chi direttamente deve beneficiare delle novità, bensì a figure altamente professionalizzate che, ad ogni livello della macchina pubblica, si occupassero di migliorare il sistema. Della serie: non bastano gli stanziamenti e linee guida, occorrono figure preparate e interventi intelligenti.

Più che user experience, occorrono stabilità e sistemi interconnessi

Senza voler generalizzare troppo, dato che non sempre è così, si può però dire, alla luce di un’attenta analisi dei servizi forniti per il Coronavirus da INPS.it e da sportesalute.eu (portale tramite il quale anche i collaboratori sportivi hanno potuto fare richiesta dell’indennità di 600€), che non è tanto l’esperienza utente a necessitare di un cambio di rotta, quanto la stabilità dei sistemi, il loro aggiornamento e la loro interconnessione.
Al netto degli intoppi dovuti al troppo traffico, infatti, il servizio offerto sul portale INPS si è rivelato estremamente intuitivo e rapido, e stessa cosa può dirsi anche per il servizio offerto da sportesalute.eu, graficamente accattivante ed efficace; in sostanza pare che i servizi siano pensati proprio mettendo al centro l’utente inesperto, tuttavia sorgono altri tipi di problematiche frutto di un’impreparazione informatica di fondo: i servizi statali e le relative banche dati non dialogano tra loro a dovere, all’aumentare del traffico dati i siti si bloccano, vi sono limiti tecnici evidenti e non vi sono adeguate protezioni utili a salvaguardare i dati dei cittadini.

Conclusioni

L’Italia e più in generale il Pubblico possono ambire a risollevare la competizione col privato nell’ambito dei servizi digitali? Assolutamente! Per quanto certi divari siano difficili da colmare, la ricetta è estremamente semplice: occorre investire non attraverso semplici somme di denaro, ma dotandosi di personalità formate e ponendosi nell’ottica di creare un sistema interconnesso in tutte le sue parti. Con un sistema informatico funzionante e rispondente alle esigenze di traffico anche emergenziali sarebbe davvero possibile fornire al cittadino un sistema di servizi fatti su misura per ogni utenza che davvero semplifichi la burocrazia. La “semplificazione” che spesso si decanta non arriva semplicemente grazie all’utilizzo di un PC, ma grazie all’utilizzo di un PC connesso ad una rete costruita appositamente per rispondere alle necessità del cittadino.
In queste settimane, infatti, trovarsi tecnologicamente impreparati di fronte all’emergenza ha impedito il corretto funzionamento della didattica a distanza e di tutti i servizi che lo Stato si stava curando di mettere in campo. Che serva di lezione per il futuro.