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Caso e Necessità durante l’analisi storiografica

Nel 1960, lo storico britannico Edward Carr tenne sei lezioni all’Università di Cambridge, nel corso delle quali espose le tecniche del metodo storiografico. Queste lezioni vennero poi raccolte in un libro, pubblicato l’anno seguente.

Uno dei capitoli del libro è dedicato alla ‘causalità storica’, tema estremamente controverso nel dibattito tra gli storici: si tratta, in soldoni, della differenza tra il ritenere la storia come in qualche modo determinata per una qualche necessità – alla quale si possono dare vari nomi: per i cristiani Provvidenza, per studiosi dell’Ottocento come i positivisti o i marxisti legge naturale o meccanismi sociali come il conflitto interclassista – oppure se il caso abbia una parte, e quanto rilevante, nel corso degli eventi. C’è chi, come l’italiano Benedetto Croce, si pone in difesa totale del determinismo, contestando qualunque ragionamento storico fondato sui ‘”se”.

Il dubbio quindi è, in riassunto: ciò che è accaduto nel passato si è verificato perché non poteva che accadere, o ci sono state ragioni anche indeterminate che ne hanno influenzato l’accadimento?

Nel corso dell’ultimo secolo, una volta abbandonata la fase della mera cronaca annalistica, studiare la storia è significato studiare le cause degli avvenimenti. E lo studio delle cause è reso complesso dalla molteplicità delle stesse: nessun evento ha una sola causa, chiara, e la gerarchizzazione delle cause è uno dei compiti più delicati da compiere, perché è molto facile cadere nell’influenza del proprio tempo o della propria condizione sociale. Ricercare la ‘causa delle cause’, o la ‘causa ultima’, o la ‘causa decisiva’ di un avvenimento è, come si può intuire, una impresa titanica sia che si parli del passato, dove le fonti delle diverse cause sono troppe poche, e tanto nella storia contemporanea, dove conosciamo tantissime possibili cause e fare ordine è una impresa.

È evidente come nella diatriba tra caso e necessità entri di prepotenza anche il tema del libero arbitrio e della responsabilità individuale, che viene ad essere molto limitata se si assume che gli avvenimenti storici siano inevitabili.

Torniamo a Carr: nel suo libro sostiene che la tendenza ad assegnare al caso la responsabilità degli eventi storici è molto radicata negli storici che vivono in società colpite da periodi di decadenza: porta così l’esempio dei greci, che si esercitarono nella storia con i se dopo la resa davanti ai romani, ipotizzando cosa sarebbe successo se Alessandro Magno non fosse morto ed avesse battuto Roma, o l’esempio dello storico tedesco Meinecke, che attribuì i disastri nelle due guerre mondiali ad eventi accidentali: “La vanità del Kaiser, l’elezione di Hindenburg, la personalità di Hitler”.

Infine, Carr cerca di mediare tra le posizioni, per poi affermare che, comunque sia, i fatti accidentali sì influiscono, ma non sono cause storiche significative da studiare, perché non si tratta di spiegazioni non razionali, che quindi non possono essere generalizzate ed applicate ad altri fatti storici.

Che nella storia ci siano dei grandi processi superiori alla volontà del singolo è una spiegazione convincente, ma allora si pone il problema di rispondere al conflitto tra società ed individuo: un altro tema, dopo quello sul libero arbitrio, troppo ampio per essere affrontato direttamente.

Un esempio ovvio che può essere portato è quello della caduta del muro di Berlino: che cosa sarebbe accaduto se Gunter Schabowski non avesse sbagliato ad annunciare i provvedimenti? Il muro sarebbe rimasto in piedi per chissà quanto, o ormai i fattori esterni erano tali che la caduta sarebbe stata rimandata magari anche di pochissimo?

È ovvio che le parole di Schabowski furono un fatto casuale, che Carr non avrebbe considerato fatto storico, perché non si può certo porre a legge storica potenzialmente generale l’errore di un funzionario nella lettura di un comunicato. E pur non essendo considerabile, sempre secondo Carr, un fatto storico, esso ha segnato un punto di svolta nel secolo scorso.

Una strada percorribile, per mitigare la conflittualità tra caso e necessità, è quella di ritenere che sì, può esserci una causa che conduce ad un cambiamento radicale, ma se una singola causa, per quanto rilevante, ha portato ad un esito definitivo, allora erano presenti altre cause, più complesse e non casuali ma frutto di un qualche ampia e continuativa progressione storico-sociale, che ha permesso che quella causa accidentale risultasse decisiva. Karl Marx riteneva che gli eventi accidentali venissero compensati da altri, sempre di carattere non generale, e che comunque essi potevano avere un ruolo nel ritardo o nel rendere più prossimi dei cambiamenti.

Tuttavia, anche qui si pone un problema: il fatto che certi avvenimenti si svolgono prima o dopo nella linea temporale non è indifferente al loro svolgimento: Lenin nacque solo quattro anni prima di Churchill, ma quando scoppiò la seconda guerra mondiale, il leader bolscevico era morto già da più di un decennio: la causa? Nel 1922 era stato colpito da un ictus che ne accelerò di molto la fine. E se fosse sopravvissuto fino a vivere il secondo conflitto mondiale? Possibile ritenere che le sue scelte sarebbero state diverse dal patto Molotov-Ribbentrop, e chissà quindi cosa sarebbe seguito.

Siamo tornati ad un assaggio della storia con i se, contro il parere di Croce (e non solo), ma è necessario farlo, se vogliamo comprendere la necessità di riflettere prima di considerare considerare i personaggi storici come semplici pedine più o meno intercambiabili nell’arco della storia.

Se vogliamo considerare fondamentali i processi storici rispetto alle scelte individuali, che lo si faccia: ma senza massacrare gli individui.

L’azione degli individui nella storia non è negabile: pur vivendo nella stessa società e con praticamente la stessa amministrazione, le Presidenze Kennedy e Lyndon Johnson furono ben diverse: la presenza di uno o dell’altro al timone differì molto nell’esito nella storia della guerra del Vietnam ed in quella dei diritti civili per gli afroamericani.

Però anche una troppa accezione sull’individuo appare come una teoria insostenibile, elitaria: scherzando ma non troppo, Voltaire scrisse: “Sembra che nella storia delle Gallie non vi siano stati che re, ministri e generali”, dando una delle basi a quella che sarà la scuole de ‘Les Annales’ di Lefebvre e Bloch: oltre a non massacrare gli individui, quindi, un altra questione: non si massacrino i fatti sociali che avvengono dal basso, o che comunque possono investire la società molto più delle azioni di un singolo personaggio storico o un ristretta cerchia di personaggi storici.

La via media può essere quindi ricondotta alla certificazione degli eventi accidentali come una parte non nascondibile della storia, come quindi dei fatti storici aventi una loro rilevanza quantitativa singola, da analizzare per comprendere come nella realtà si originano e proseguano le epoche storiche.

Centralità degli avvenimenti sociali, e questa è un’opinione che sarà oggetto di un mio prossimo articolo, da non legare ad elementi trascendentali come lo spirito della storia, quanto in un un moto complesso nel quale il tempo è da considerare né come eterno ritorno, né come linea retta, né a spirale, ma come un flusso che si muove in modo compulsivo e non uniforme – in quanto la storia delle società umane non può essere ricondotta, almeno per la stragrande parte della storia, ad una ‘storia universale’ che forse si è iniziata a creare solo recentissimamente, ma solo ad una somma di storie particolari, alternando periodi di rivoluzione a tempi di restaurazione ed ad epoche intermedie tra questi due poli.