Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Rischi

Sebbene la coppia di registi Fontana & Stasi fosse reduce dal buon Metti la Nonna in Freezer (2018), erano molte le ragioni per cui era lecito aspettarsi un disastro da Bentornato Presidente. Innanzitutto il primo capitolo Benvenuto Presidente!, grande successo commerciale del 2013, ha, dopo sei anni, perso parte della forza che aveva al tempo. Questo perché il Peppino Garibaldi che diventava per caso Presidente della Repubblica, esigendo “onestà” e lottando contro l’interesse dei politici “ladri”, ha nel 2019 un retrogusto tutto nuovo, dovuto al fatto che, a primo impatto, pare che sulle stesse prerogative sia stato votato, solo pochi mesi fa, il partito di maggioranza dell’attuale governo. Riproporre lo stesso schema, dunque, sarebbe stato impossibile. Un disastro poi, potevano essere le tempistiche del film: scegliere di fare riferimenti precisi alla realtà e alla politica attuale, iniziando e finendo l’intera produzione in poco meno di un anno ed aggiornando lo script in base alle notizie quotidiane, aveva la grossa controindicazione che, se il governo fosse caduto prima della data d’uscita del film (o se quest’ultimo fosse stato distribuito dopo le europee), sarebbe stato incredibilmente meno significativo. Per questi ed altri motivi (possibile banalizzazione di temi caldi, poco mordente satirico…), Bentornato Presidente si è rivelato una graditissima sorpresa.

Metti l’Italia in Freezer

Sinossi

Sono passati otto anni da quando Peppino Garibaldi è diventato Presidente della Repubblica, sconvolgendo la politica nazionale. Dopo l’avventura al Quirinale, Peppino è tornato a vivere sui monti, dove passa le giornate tra pesca, grigliate e famiglia: Janis è diventata sua moglie e da lei ha avuto una figlia, Guevara (secondo lui, dire “c’è Guevara?” in casa farebbe molto ridere). È totalmente disinteressato alla campagna elettorale in corso e si gode la sua esistenza felice. A non pensarla nello stesso modo però è la consorte, che, non riconoscendo più in lui l’uomo intenzionato a cambiare il paese, carica Guevara in macchina e parte per Roma, pronta a tornare al suo vecchio lavoro al Quirinale. Sofferente e depresso, per riconquistare Janis Peppino si sente costretto a tornare alla politica, sfruttando lo stallo in corso tra Movimento Candidi e Precedenza Italia sulla scelta del Premier.

Originalità e Risate

Fare questo film non deve essere stato facile. Come scritto precedentemente, gli ostacoli erano molti. Stasi e Fontana, però, hanno fatto un lavoro eccellente su più piani. I riferimenti ai politici reali (il Danilo Stella di Guglielmo Poggi è chiaramente Luigi Di Maio, così come il Teodoro Guerriero di Paolo Calabresi è Matteo Salvini) sono filtrati con una lente sì distorcente, ma anche profondamente attenta a evidenziare quelle che sono le grandi idiosincrasie dei due leader. La lettura che ne danno, più che sulla politica (ci sono comunque, ad esempio, riferimenti ai “clandestini” o alla legittima difesa da parte di Guerriero), è tutta centrata ad evidenziare quello che è ormai il più potente mezzo di influenza sugli elettori: la comunicazione social. I personaggi di Calabresi e di Poggi hanno alle loro spalle un’efficientissima squadra di tecnici informatici, di social media manager e di consulenti di immagine che aiutano loro a presentarsi nell’immagine pubblica voluta dagli elettori. Immagine, ovviamente, molto distante dalla loro vera persona. Da questo punto di vista sono geniali alcune scelte di sceneggiatura, come la microcamera nel consiglio dei ministri o la scena in cui al povero Teodoro “fa male la faccia” a furia di urlare davanti allo smartphone. Oltre alle caricature di Di Maio e Salvini, del film convince pure Garibaldi, interpretato da un Claudio Bisio questa volta meno mattatore assoluto. A differenza dell’ingenuo Peppino del primo capitolo, egli questa volta ha un obbiettivo puramente egoistico che lo spinge a cambiare l’Italia: l’amore per la propria donna. Quest’idea, apparentemente semplice, rende il suo personaggio molto più interessante ed imprevedibile. Affascinante e divertente anche Ivan Ferro, interpretato da Pietro Sermonti, protagonista del plot twist migliore del film (se si esclude la straordinaria scena post-credit).

Da lodare poi, è soprattutto la facilità con cui, nel lavorare ad una sceneggiatura che poteva diventare vecchia e stantia, i due registi sono riusciti a renderla fresca ed originale. Come? Azzardando sul piano linguistico, rivoluzionando quello che era il tono posato e fermo di Benvenuto Presidente. Le risate non scaturiscono solo dalla parola o dall’azione dei personaggi, ma anche dalle scelte di montaggio, di movimento di camera e dal sound design: dalla regia, insomma. E nel cinema italiano (specialmente in commedia), tutto ciò non era per nulla scontato. In alcuni momenti, come nel cut veloce tra gli shots bevuti da Garibaldi e Ferro o nell’overlaping temporale mentre Peppino cammina tra i corridoi di Palazzo Chigi, sembra di essere davanti ad un lavoro di Edgar Wright.

L’Ora Legale?

Ancor più che il primo capitolo, Bentornato Presidente! fa propria la lezione delle migliori commedie sociali dell’Italia degli Anni Sessanta/Settanta, del cinema di Monicelli e di Germi. Ad essere sul banco degli imputati morali-sociali-civili non sono quei tanto odiati politici, bensì i cittadini. Laddove questo spunto era, nel film di sei anni fa, relegato all’ultimo discorso di Bisio, qui è ampiamente esplorato nel corso del terzo atto. La piega degli eventi assume le proporzioni catastrofiche dello scontro civile (un po’ come nella Seconda Guerra Civile Americana di Joe Dante) quando Peppino ha l’idea di introdurre un metodo per far pagare a tutti le tasse. I cittadini non ci stanno ed insorgono, non vogliono accettare la legalità che loro stessi esigono da parte di chi li governa. La situazione di caos è portata alle estreme conseguenze da Stasi e Fontana, fino all’anarchia dovuta allo sciopero dello stato. Il contro-finale presente dopo i titoli di coda è sunto perfetto di una commedia amarissima ed eccellente, grande satira che estremizza fino all’assurdo l’amara realtà; o come direbbe Dostoevskij: “La tragedia e la satira sono sorelle e vanno di pari passo; tutte e due prese insieme si chiamano verità.”