Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Andare Avanti

“Essere morto è come essere scemo: doloroso solo per chi ti circonda” è una delle tante massime che Ricky Gervais ha detto, più o meno ironicamente, sulla morte durante i suoi molti interventi sull’argomento. “Religione” ed “Oltrevita” sono due tra i temi su cui da sempre fa satira e, dunque, che proprio After Life sia il nome della sua nuova personalissima serie tv avrà sorpreso poco gli affezionati fan dell’inglese. Prima di addentrarvici però, per apprezzarne completamente i sei episodi, facciamo un passo indietro e concentriamoci sulla strana creatura artistica che è Gervais.

Ricky

La sua carriera inizia in modo atipico: se per praticamente ogni comico al mondo comincia nei locali di standup comedy (a tal proposito rimandiamo alla nostra intervista ad uno dei massimi esponenti italiani, Filippo Giardina) e culmina nel passaggio alla televisione ed al cinema, per Gervais accade l’esatto opposto. Dopo una breve (e non troppo fruttuosa) avventura nella musica new-wave, Ricky, sconfortato dal lavoro part-time in un officio, scrive, dirige ed interpreta una delle comedy series più famose, apprezzate ed esportate della storia, tratta proprio dalla deprimente esperienza lavorativa vissuta: nel 2001 la BBC trasmette nei piccoli schermi britannici la prima stagione di The Office. Il successo è planetario. Ricky Gervais ed il suo alter-ego David Brent entrano rispettivamente nella lista dei comici e dei personaggi televisivi più celebri di sempre.

David Brent (Gervais) durante una celebre esibizione di danza in ufficio

Nei diciotto anni che separano il suo esordio televisivo dalla sua ultima produzione, il comedian di Reading alterna ottimi lavori per la tv (Extras, Derek), non altrettanto eccellenti film (The Invention of Lying, Special Correspondents) e straordinari spettacoli live (Humanity, Animals); poi podcast, radio, quiz-show e la celeberrima conduzione dei Golden Globes per quattro edizioni. E, mentre la fama non cessa di crescere, due aspetti della sua personalità si fanno evidenti: in primo luogo la political incorrectness che circonda molte delle sue battute. Affilati come lame, i suoi monologhi sono sempre attraversati da temi scottanti e profondamente tabù. Ma, come ricorda lui, il tema di una battuta non è necessariamente il bersaglio della stessa: “There’s nothing you can’t joke about, it depends on what the joke is”.

Il secondo aspetto è l’ateismo sempre più esibito, che continua ad essere determinante nel suo bagaglio comico, fonte infinita di humor negli interventi nei talk show e oggetto di critiche da parte di estremisti cattolici su Twitter: “YOUR SCIENTS WON’T HELP YOU WHEN SATAN IS RAPING YOUR BRITISH ASS!!! I’LL BE LAUGHING” gli intima poco affettuosamente un utente nel 2013.

La filosofia di Gervais è molto semplice: se Dio non esiste (e per lui è così), allora la vita si carica di ulteriore significato. Questo perché la mancanza di un paradiso oltre la morte non è causa di disperazione esistenziale o di vuoto di senso, com’è ad esempio per Woody Allen, bensì incentivo a godere di ogni piccola gioia che la breve esperienza sulla terra regala. Accettare la morte serenamente è diretta conseguenza di tutto ciò; “essere morto è come essere scemo: doloroso solo per chi ti circonda”. Banale? Forse. Ma è da questa premessa filosofica, sommata all’idea che il pubblico ha della sua sfacciata incorrectness, che il comico pensa After Life.

Vivere

Sinossi

Tony (Ricky Gervais) è un cinquantenne giornalista reduce dalla dolorosa scomparsa della moglie, con cui ha passato l’intera esistenza, amandola profondamente. Il lutto lo distrugge e lo porta alla depressione. Passa le giornate tra alcol e banale quotidianità; il dover occuparsi del suo cane resta l’unica ragione per cui non si suicida. Tony decide però di cambiare stile di vita: dirà tutto quello che vuole e pensa, senza alcuna inibizione o riguardo per le persone che lo circondano. Mentre la situazione peggiora, gli amici intorno a lui cercando di riportarlo ad una vita serena.

Stand-By Me

Come si può evincere dalla trama, la serie prodotta e distribuita da Netflix è carica di quelle che sono le tematiche care al comico. Nonostante le premesse molto dure, quasi da dramma, nel corso dei sei episodi gli eventi trovano una risoluzione positiva, diventando diretta espressione di quell’ottimismo ateo di cui Gervais è un fedele portabandiera. Un sì alla vita e un’accettazione dell’inevitabile dolore che ognuno è destinato a provare nel corso di essa. Anche Tony, sebbene con differenze (resta pur sempre un personaggio), è un alter-ego estremizzato della personalità pubblica di Ricky: scorretto, senza freni o limiti autoimposti, disilluso e distante da tutti coloro che cercano di portarlo “sulla retta via”.

Quello che convince di più di After Life è la scrittura lucidissima dei dialoghi e delle battute. Come per gli spettacoli di standup, lo sceneggiatore-attore è sempre pronto a prendere in giro sé stesso e l’umanità tutta, muovendosi con agilità tra momenti nerissimi e risate fragorose, raggiunte anche grazie ad un cast di comprimari di altissimo livello. Gli scambi con il padre malato di alzheimer (David Bradley) sono tra i momenti di comicità dolceamara migliori di quest’anno. Quello che funziona meno, invece, è il contesto in cui è inserita la vicenda: la piccola cittadina inglese che fa da contorno agli eventi da un lato rende perfettamente la ripetizione banale della quotidianità a cui si sente costretto a partecipare Tony, ma dall’altro obbliga lo spettatore ad assistere ad una riproposta ossessiva e quasi schematica di passaggi tra scenari e tra personaggi. Dopo i primi due episodi, la stanchezza della messa in scena (la regia è forse l’ambito dove Ricky è meno a suo agio) un po’ appiattisce il ritmo della storia.

Aspetto fondamentale di After Life è la colonna sonora. Da ex-musicista, Gervais ha un gusto musicale di livello eccelso e riempie la serie di grandissime canzoni: Rocket Man di Elton John, Lovely Day di Bill Wither, poi Lou Reed, Patti LaBelle e molti altri ancora. Non a caso è coronato dalla voce di Nick Cave il momento migliore della stagione: Tony è seduto sul divano davanti allo spacciatore dal quale ha appena iniziato a comprare droga. Accende lo spinello che ha in mano, fa un lungo tiro. Si lascia cadere sul fianco, coricando la testa sui cuscini. Per un attimo però, immagina di essersi appoggiato sulle gambe della moglie, sorridente. Nella stanza risuonano le note di Into my Arms.