Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Uno scoppio

“È arivato er momento de fa’ er botto più grosso de tutti i botti che ve potete immaginà” diceva lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot. E, metacinematograficamente parlando, aveva ragione. Quel film un botto enorme lo avrebbe fatto riscuotendo un successo incredibile di critica e di pubblico, che lo ha premiato al botteghino. Allineandosi con la linea produttiva superomistica americana, senza limitarsi ad emularla grossolanamente, sembrava che l’industria cinematografica italiana fosse pronta ad un cambio di rotta, se non per necessità, quanto meno per presa visione dei risultati.

Eppure dal 25 febbraio 2016, data della sua uscita, le speranze sembrano essere state tradite. Jeeg è stato un unico petardo esploso nella silenziosa situazione nostrana, economicamente disperata, salvata da una parte dai due autori maggiori, Garrone & Sorrentino (che però con Loro, nonostante la divisione in due episodi, ha fatto un mezzo buco nell’acqua), e da Checco Zalone dall’altra.

A mancare in Italia è un asset produttivo autosufficiente, capace con i suoi introiti di tenere in piedi anche i prodotti autoriali, notoriamente rilegati ad incassi minori. Certo, la crisi del cinema è globale, ma non per questo è necessario rassegnarsi stentatamente alla sopravvivenza. Si vedano i già citati amici statunitensi, capaci, ad esempio con i Marvel Studios di Kevin Feige, di re-inventare un universo cinematografico condiviso su emulazione della serialità televisiva (che ciò sia un bene da un punto di vista del risultato puramente artistico è senza dubbio in discussione, ma qui si parla d’altro) che ha la summa del lavoro decennale in Infinity War. Oltre a ciò, si sono aperti verso l’unico mercato capace di colmare gli incassi in calo: la Cina.

L’italia deve cercare un modo, ovviamente con risorse minori, di aderire a questa rivoluzione, più produttiva che artistica.  Molti sono i correttivi da applicare: ritornare a fare film di genere, aprirsi a nuove tecnologie, sperimentare sia in produzione che in distribuzione.

Cose che, paradossalmente, ho visto fare a tre film usciti soltanto tra agosto e settembre.

Sulla mia pelle

Può sembrare strano citare il titolo di Alessio Cremonini per i motivi sovradescritti.  Esso infatti si allinea per tematiche e forma a una certa linea di cinema autoriale della nostra tradizione che conta nomi come quelli di Elio Petri e Francesco Rosi, ma anche al lavoro dell’inglese Steve McQueen, in particolare ad Hunger, a cui sicuramente Cremonini si è ispirato. Su Sulla mia pelle si è scritto tantissimo nell’ultima settimana. Tra chi ha parlato del film, chi della vicenda Cucchi e chi, a tal proposito, se l’è presa per la versione della storia riportata.

Quello che mi interessa evidenziare è come la pellicola sia stata capace di scuotere l’opinione pubblica, concentrandola su di sé e dividendola tra oppositori ed entusiasti. Una reazione strana per un film, nel 2018. Ma d’altronde il cinema d’autore era e deve tornare ad essere anche questo. Il calvario fisico e laico a cui è sottoposto lo straordinario Alessandro Borghi, che fa un lavoro incredibile su voce e corpo (per la parte ha perso diciotto chili, altra cosa che nel nostro paese non si fa mai), diventa un ottimo prodotto cinematografico ma anche occasione di giustizia parziale nei confronti di Cucchi e dei suoi familiari.

È interessante notare che Sulla mia pelle, nonostante una limitata distribuzione nelle sale, abbia avuto perlopiù visioni su Netflix. Questa formula di distribuzione (sala + streaming in contemporanea) sembra essere una delle soluzioni capaci di accontentare sia i cultori del grande schermo che della fruizione direct-to-video, con cui è necessario fare i conti.

The End? – L’inferno fuori

Quanto sono stato felice di vedere un horror italiano in sala? Tantissimo. Che poi The End? di Daniele Misischia mi sia piaciuto poco non conta nulla.

Dopo troppo tempo abbiamo avuto la possibilità di vedere un film italiano dell’orrore in sala. È fondamentale che, come in questo caso, case istituzionali come Rai Cinema producano pellicole simili. Questo perché gli spettatori devono riacquistare fiducia verso il nostro cinema di genere, devono riabituarsi all’idea di un film sugli zombie ambientato a Roma. La nostra industria non può fare a meno dell’horror, storicamente poco costoso e di grande incasso al botteghino. Merito di un primo passo in questo senso va dato anche a Marco e Antonio Manetti, i produttori, bros del cinema indipendente nostrano arrivati alla notorietà con il loro ultimo Ammore e Malavita, premiato agli scorsi David di Donatello.

Tornando più specificamente al film di Misischia: The End? ha una messa in scena claustrofobica che funziona, un bel make-up e alcune buone idee di sceneggiatura. Risente a mio avviso della prova troppo sopra le righe di Alessandro Roja e di un montaggio abbastanza disastroso, che spezza continuamente la continuità narrativa e, di conseguenza, rovina parzialmente il lavoro di costruzione di tensione del regista. Ci tengo a ripetere: considerando la nostra situazione, la pellicola è una prova più che positiva. L’importante è non fermarsi ora, proprio quando sta per arrivare in sala il lavoro di un regista italiano di un certo peso, che ha deciso di virare verso l’horror: si parla di Luca Guadagnino e del suo attesissimo Suspiria. Il confronto con l’originale argentiano sarà sicuramente ingombrante, ma c’è da essere fiduciosi.

Non fermiamoci ora.

Ride

Come i Manetti Bros per The End?,  anche per Ride di Jacopo Rondinelli bisogna ringraziare una coppia di registi-produttori che ha dato fiducia ad un progetto totalmente fuori dai canoni del nostro cinema. Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, autori dello splendido Mine, sono stati di fatto la spina dorsale di un lavoro tecnologicamente inedito per noi: il film è girato totalmente grazie alle GoPro piazzate sul corpo degli attori (autodefinitesi ironicamente “operattori”), su droni e nelle foreste del trentino dove si svolge la folle corsa in mountain bike di cui parla la vicenda.

Ride non è un film perfetto, ma è l’ideale B-movie d’azione calato nella contemporaneità. È un adrenalinico susseguirsi di salti, acrobazie, riferimenti videoludici come i checkpoint e video riportati da YouTube. È una forma di narrazione estremamente semplice, ma altrettanto funzionale ai suoi intenti. È probabilmente il film italiano più vendibile nel mercato straniero degli ultimi 10 anni e, ovviamente, è costato pochissimo. Ride insomma è stato un successo perché è rimasto fedele fieramente alla sua logica commerciale.

Se ne uscissero dieci all’anno potremmo persino permetterci di credere nel futuro del nostro cinema.

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