Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

GM

C’era una volta, più precisamente nei primi decenni del 1900, nello stato del Michigan una città di lavoratori operai occupati nel nascente settore manifatturiero-automobilistico. Quella città nel 1908 infatti diventò la sede della nascente General Motors, un futuro “gigante” nel suo settore. L’ingrigirsi del suo paesaggio andava di pari passo con la crescita dei posti di lavoro, tutto per la felicità delle famiglie di operai della zona.

Il suo nome è Flint, ma ad oggi le condizioni economico sociali non sono esattamente le stesse. E non lo sono da circa cinquant’anni. Fin dagli Anni Sessanta la sua economia ha pagato un drastico calo degli investimenti con conseguente deindustrializzazione. Ciò ha portato ovviamente la disoccupazione a salire, la popolazione a cercare fortuna altrove (almeno chi poteva permetterselo) e il degrado urbano a dilagare. Nel 1978 i dipendenti della General Motors a Flint erano 80’000; nel 2002, 8’000.

Ma proprio sulla soglia del declino, nel 1954, a Flint nasceva un uomo che ci avrebbe raccontato tutto questo con i suoi documentari: il 23 aprile di quell’anno vedeva la luce Michael Moore, secondo alcune fonti indossando già il suo cappello a visiera.

Tra Flint e il Nicaragua

Cresciuto osservando e vivendo le vicissitudini del padre, Francis Richard “Frank” Moore, operaio addetto alla catena di montaggio della GM, e dello zio, fondatore del sindacato United Automobile Workers Labor Union, quella di Michael è un’infanzia comunque felice. Frequenta scuole cattoliche e si diploma alla Davison, dove è attivo nei dibattiti politici studenteschi. Dopo un anno di università, durante il quale scrive per The Michigan Times, giornale studentesco, decide di abbandonare gli studi, fondando la propria testata alternativa, The Flint Voice (che poi diventerà The Michigan Voice). Dopo dieci anni di vita, il giornale viene chiuso quando Moore diventa editore del Mother Jones.

Qui le cose si fanno interessanti: viene licenziato dopo appena quattro mesi. Il motivo, almeno dal suo punto di vista, ci restituisce la fermezza di intenzioni che caratterizzerà tutta la sua carriera: Moore si è rifiutato di pubblicare un articolo che criticava in modo deciso le condizioni umane del Nicaragua governato dal Fronte Sandista di Liberazione Nazionale, di ispirazione social-democratica. Riportando le sue parole: “The article was flatly wrong and the worst kind of patronizing bullshit. You would scarcely know from it that the United States had been at war with Nicaragua for the last five years.”

Facendo causa per licenziamento ingiustificato, è stato risarcito di 58’000 dollari. Con quei soldi ha finanziato il suo primo film, Roger & Me.

More Moore

Dal primo documentario sono passati ventinove anni, con in mezzo tanti lavori, un Oscar e una Palma d’oro. Il Michael del 2018 è un po’ più appesantito e ha qualche ruga in più, ma non per questo è meno agguerrito. Il 9 agosto è stato diffuso il trailer del suo prossimo film, Fahrenheit 11/9 (che gioca con i numeri del suo lavoro forse più famoso, Fahrenheit 9/11, a suo volta parodia di Fahrenheit 451).

Il nove novembre a cui fa riferimento il titolo è la data in cui l’Associated Press ha comunicato la notizia della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016. “The last president of the United States” tuona il raggelante voice over alla fine del video. Basterebbe la frase finale per far credere che Moore, dopo il mediocre Where to Invade Next, sembra essere tornato a fare quello che sa fare meglio: documentari d’inchiesta, arrabbiati, a volte sopra le righe, ma sempre coinvolgenti e spiazzanti.

Per prepararci all’uscita, che nelle sale americane avverrà il 21 settembre, abbiamo stilato una top three dei documentari di Moore, ovviamente personale e lacunosa come tutte le classifiche soggettive.

3. Sicko (2007)

Probabilmente il documentario con il maggior consenso di critica, Sicko analizza il sistema sanitario degli USA focalizzandosi sulle coperture sanitarie fraudolente e sulle azioni inumane delle grandi compagnie farmaceutiche. Costato nove milioni di dollari, il film è stato un successo commerciale incassandone trentatré in tutto il mondo. Molti sono i momenti riuscitissimi del film, ma il finale, con alcuni dei soccorritori volontari del 11/9 portati a Cuba per farsi curare gratuitamente da un ospedale dell’Havana e successivamente onorati dai vigili del fuoco, è il punto di arrivo perfetto di un crescendo di emozioni genuine ben raccontate dal regista.

2. Fahrenheit 9/11 (2004)

Nel suo film più famoso. Moore ci mostre tutte le idiosincrasie dell’America post attentato alle torri gemelle, una nazione colpita al cuore da forze nemiche e lacerata dalla presidenza Bush. Interessanti le indagini sui rapporti tra la famiglia del presidente e quella di Osama Bin Laden, così come l’analisi della Guerra portata avanti in Iraq e del clima di terrore creato dai mezzi di informazione americani. Clima, tra l’altro, che ricorda molto quello del nostro paese oggi. Fahrenheit ha vinto la Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes (primo documentario a vincere il premio dal 1956) ed è, ad oggi, il documentario con il maggior incasso di sempre: più di duecento milioni di dollari complessivi.

1. Bowling for Colombine (2002)

Il miglior film di Michael Moore, premiato a Cannes, ai César e agli Oscar, parte dalla sparatoria alla Colombine High School del 1999 (a tal proposito, si consiglia anche Elephant di Gus Van Sant) per poi sviluppare un’indagine sull’eccessiva presenza di violenza e di armi negli Stati Uniti. Moore mostra una nazione in cui, aprendo un conto in banca, puoi avere in regalo un fucile, un paese che si proclama pacifista ed è invece spesso aggressore (meraviglioso il montaggio delle azioni di guerra con in sottofondo “What a Wonderful World” cantata da Louis Armstrong), uno stato in cui è possibile comprare proiettili da K-Mart. La sua analisi non è mai però noiosa o eccessivamente didascalica, ma riesce anzi a passare da momenti toccanti ad altri estremamente divertenti.

In caso non foste ancora convinti, ecco lo straordinario momento di animazione presente nel film, A Brief History of the USA.

Ti potrebbe interessare anche: