Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

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Sono passati cinquant’anni da quel fenomeno socio culturale di straordinaria portata che fu il Sessantotto. Sorvolando il dibattito eterno tra critici e sostenitori del movimento, è innegabile che esso abbia portato una crescita perlomeno civile e culturale in paesi come l’Italia, la Germania, la Francia e gli Stati Uniti. Proprio negli USA le battaglie per i diritti degli afroamericani e le proteste contro la guerra del Vietnam furono catalizzatori dell’attenzione pubblica. Questo clima infuocato ebbe ovviamente conseguenze sull’arte e sul mondo dell’intrattenimento; il cinema ne fu profondamente segnato, in particolare in uno dei suoi sottogeneri più eversivi e anticonformisti: l’horror.

È da evidenziare come, nel novembre del 1968, l’MPAA (Motion Picture Association of America) adottò una nuova scala di ratings, valutazioni con cui catalogare l’età minima consigliata o obbligatoria per la visione di ogni film. Ciò fu un grande passo in avanti verso l’eliminazione del vecchio codice di censura ed ebbe dirette conseguenze sulla rappresentazione esplicita di sesso e violenza sui grandi schermi. Jack Valenti, presidente dell’MPAA durante questi anni, disse di voler eliminare “the odious smell of censorship”. I passi avanti burocratici furono seguiti da quelli produttivi e artistici: due film ben incarnano le due strade, diverse ma comunicanti, imboccate dal genere in questa fase storica.

Indipendenza, Autorialità e Sangue

Con La Notte dei Morti Viventi (1968) George A. Romero (regista di cui abbiamo già parlato QUI) apre la strada dell’horror underground, indipendente e a basso costo. Con un budget stimato di 6000 dollari, poi diventati 114 000 durante lo sviluppo, il capostipite dello zombie movie romeriano ha incassato più di 18 milioni ed ha ispirato una serie infinita di produzioni decentrate che trovavano nel genere una soluzione per raggiungere il grande pubblico.

Parallelamente, l’horror diventava “di serie A” con Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polanski (del polacco abbiamo scritto già QUI). Polanski, a differenza di Romero, arriva a girare il film con la fama di autore promettente e con una solida macchina produttiva alle spalle. A riprova del suo successo di critica e commerciale, Rosemary’s Baby ha ottenuto un premio Oscar su due candidature, un Golden Globe su quattro possibili e due David di Donatello.

Nonostante le differenze produttive, entrambe le opere si distanziano prepotentemente da tutto ciò che era stato visto in precedenza. Come scrive Renato Venturelli in Horror in cento film (1994, Le Mani), “da quel momento, la mostruosità penetra definitivamente in noi stessi, si incarna nei nostri familiari e nei nostri vicini di casa: l’orrore diviene pervasivo, sfugge alle categorie in cui era stato rinchiuso. […] Il gore, lo splatter, l’esibizione dei fiotti di sangue e della carne mutilata, escono dal ghetto per irrompere nelle produzioni mainstream, mentre la crisi del cinema hollywoodiano apre la strada alle piccoli produzioni indipendenti”.

Che si tratti dei lavori di John Carpenter o delle gigantesche produzioni delle majors americane, culminanti nel memorabile Lo Squalo di Steven Spielberg, le pellicole sono pervase dal sentire politico che va diffondendosi negli stessi anni. Vengono sviscerati (spesso letteralmente) gli orrori della classe dirigente borghese, i demoni evocati da un capitalismo sempre più sfrenato e l’angosciosa solitudine individuale contrapposta alla falsa rete di rapporti sociali. La guerra, il razzismo, l’odio generazionale e la rivolta sono temi centrali per registi come i già citati Romero e Carpenter, ma anche per Joe Dante, Wes Craven e Tobe Hooper.

Da sinistra: Romero, Craven, Hooper e Carpenter

Lo stesso linguaggio cinematografico tradizionale viene superato da una nuova concezione della paura: come riporta Venturelli, ancora negli Anni 80 il maestro italiano Lucio Fulci, a proposito de E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, diceva “lasciamo perdere il soggetto […] poche pagine tutte scopiazzate da altri film. […] La mia idea era di fare un film assoluto, con tutti gli orrori del mondo. Un film senza storia: una casa, degli uomini e dei morti che tornano dall’aldilà, non c’è una logica da cercare nel film, non è che un susseguirsi di immagini”.

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