Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Vincere

28 aprile 2017. Roma, Porta Alchemica. Una giornata come le altre; c’è il sole, un gruppo di bambini gioca a calcio sotto gli occhi (poco) vigili di Andrea Canaletti, un giovane aspirante documentarista voglioso di avere immagini della multietnicità della popolazione della città. Nel silenzio, all’improvviso, un tonfo. Un corpo è caduto dall’alto, creando una nuvola di fumo. La misteriosa figura è a terra, ha i piedi legati ed è circondata dai piccoli calciatori divertiti; “sarà un barbone?” chiede uno, “è fortunato che non gli abbiano dato fuoco” risponde un altro. Il “barbone fortunato” però altri non è che Benito Mussolini. Inizialmente frastornato, il dittatore troverà fortunosamente un modo per tornare alla ribalta, sfruttando proprio quello sconosciuto filmmaker.

Da qui parte Sono Tornato, film di Luca Miniero uscito nelle sale quattro mesi fa e da pochi giorni arrivato in anteprima su Sky Cinema e Tim Vision. Come tutti sanno è tratto (spesso per filo e per segno) dal mediocre Lui è Tornato di David Wnendt, che immagina il ritorno nella moderna Germania di Adolf Hitler. Un’idea di base geniale, vincente al botteghino e premiata da parte della critica. La trasposizione nostrana dunque aveva l’arduo onere di subire il confronto diretto con la controparte, uscita appena tre anni prima, nel 2015. Per certi versi però, Sono Tornato, nonostante mantenga parte dei difetti dell’originale, è superiore a quest’ultimo.

Meriti e Problemi

Share

Dal risveglio di Mussolini il film ricalca il plot tedesco. Il dittatore decide di diventare il soggetto del documentario di Canaletti, girando l’Italia alla ricerca di consenso ascoltando i “bisogni”, più o meno legittimi, degli italiani. Anche qui Miniero decide di inserire interviste a persone reali, interrogate sui temi mediaticamente caldi come immigrazione e fiducia nei partiti, argomenti che d’altronde hanno deciso le ultime elezioni. Nonostante ci sia chi dice di volere “una dittatura libera” o chi vorrebbe andare in Africa ad occupare il posto lasciato dagli emigrati, il regista dà una visione più umana e stratificata dell’opinione pubblica rispetto alla estremizzazione dell’originale. Il Duce si inserisce perfettamente nel clima populista che cresce nel nostro paese, lo manipola sfruttando i mezzi di comunicazione (nel 1924 il cinema, ora televisione e internet).

Interessante è la gestione del rapporto tra Mussolini e la direttrice della televisione nella quale egli diventerà un fenomeno della prima serata. Un gioco di forze pronte a sfruttare a proprio beneficio l’un l’altra, con una sempre accennata attrazione sessuale. Katia Bellini, interpretata da Stefania Rocca, è un personaggio riuscito, sveglio, spietato ed agile mentalmente tanto quanto il Duce. È in questo punto del film che Miniero esplora anche il pietoso mondo della televisione italiana, rimanendo parzialmente sulle vie di Lui è Tornato ma adattandosi ai nostri format. Aggiunge poi una grande trovata come quella del gruppo di autori seduti al tavolo della Bellini che ripetono in modo tribale, quasi in uno strano rito sacrificale, la parola “Share”, unico vero obbiettivo da raggiungere.

Tecnica

Se il nostro prodotto funziona di più di quello tedesco è anche grazie ad una pulizia tecnica maggiore, una attenzione ai dettagli della messa in scena che l’originale non ha. Quest’ultimo, usando in modo più massiccio la commistione tra finzione, falso e vero documentario, finisce per accartocciarsi su sé stesso, perdendo molta credibilità agli occhi di uno spettatore attento. Ciò influisce anche sul finale: cercando di non fare spoiler, in esso si trova una soluzione metacinematograficamente grottesca e sopra le righe, che rompe con la ricerca di realismo che perdura per tutto il film (fuorché la premessa iniziale, entrambe le versioni ricercano un’adesione totale alla realtà). Sono Tornato cancella questa chiusura e rimane attaccato all’idea di televisione-propaganda che certamente più gli si addice. Un altro grande punto a favore del remake è l’eccezionale prova di Massimo Popolizio. L’attore non cade mai nella tentazione di dare un’immagine macchiettistica di Mussolini limitandosi ad una mera imitazione dei suoi tratti caratteristici. Nonostante si sia in commedia, il suo Duce è spaventosamente reale. D’altro canto Frank Matano, a mio avviso ottima figura comica, dimostra spesso i suoi limiti, special modo nelle situazioni drammatiche.

Violenza

In molti hanno lamentato un’immagine soft del fascismo e del suo leader. È innegabile come la componente violenta del movimento fosse una delle prerogative di esistenza di esso, una caratteristica fondante e basilare per garantire ordine e alimentare paura. Altrettanto innegabile è che nel film, a parte un breve sfogo verbale, essa sia completamente assente. Sono critiche legittime dunque? In parte. È certamente vero che quella che ne esce è una versione addomesticata del fascismo e dei suoi principi, Miniero sa di camminare su un campo minato e spesso trova soluzioni un po’ banalizzanti (che del resto erano presenti anche nell’originale). Però è ugualmente da considerare che questo Benito Mussolini, sveglio e pronto ad adattarsi, sa benissimo di non poter riacquistare consenso con le tecniche del ventennio. La nostra è un’altra Italia. Ecco che allora Mussolini diventa una faccia, come dice lui stesso, un uomo in grado di prendersi la responsabilità delle sue atroci azioni pur di accontentare, sulla carta, la volontà ed i bisogni dei suoi cittadini. Volontà e bisogni che, come all’inizio del XX secolo, assumono forme reazionarie e inquietanti.

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