Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Infinity Marvel

Poco più di dieci anni fa, l’1 maggio 2008, nelle sale italiane veniva distribuito un film chiave, destinato ad avviare il più grande universo cinematografico di sempre. Quel giorno, Iron Man di Jon Favreau dava nuova linfa alla lunga stagione filmica del cinefumetto; oggi, il Marvel Cinematic Universe conta al box office più di sedici miliardi di euro. Una vera e propria rivoluzione capace di produrre una media di due pellicole all’anno, sempre con ottimi responsi di pubblico.

A differenza della DC, da quel buon primo prodotto lo studio di Kevin Feige di passi in avanti ne ha fatti molti. L’idea alla base del suo lavoro è stata tanto semplice quanto geniale: creare un rapporto di continua dipendenza tra produttori e consumatori attraverso una galassia cinematografica in continua espansione, dove il “fan” non può fare a meno di vedere come il plot evolverà nei film successivi. Da questo punto di vista, le sole scene post-credit sono un vero e proprio successo. Quella che sembra una pura strategia commerciale (e forse lo è) richiede però una minuziosa pre-produzione, un’eccezionale accuratezza del lavoro di preparazione.

Kevin Feige, Presidente dei Marvel Studios

Nonostante quanto detto, molti, tra cui il sottoscritto, hanno trovato sempre tanti, troppi problemi nella maggior parte dei cinefumetti. Trame un po’ troppo fanciullesche, battutine gratuite, personaggi poco caratterizzati o non interessanti – perlopiù nelle figure dei villain, assenza della morte per i protagonisti.

Poi, il 25 Aprile scorso, si scatena quello che sembra un terremoto all’interno del MCU. Avengers: Infinity War e la sua carrellata di supereroi arrivano nei cinema.

War

Trama

Eravamo rimasti alla scena post-credit del simpatico Thor: Ragnarok – lì, un’enorme navicella fermava l’avanzata di Thor e dei suoi sudditi verso la Terra, dove erano diretti per chiedere ospitalità in seguito alla distruzione del loro pianeta. Come si poteva immaginare, il mezzo era quello del potente tiranno Thanos (che nei film precedenti era sempre comparso in piccole parti; era, per esempio, il mandante degli attacchi dei primi due Avengers). Le sue intenzioni, seppur terribili, hanno una certa logica razionale: la sovrappopolazione dell’universo non può portare altro che alla sua autodistruzione. Il suo obbiettivo dunque è quello di ergersi a Dio eliminando, attraverso l’utilizzo delle Gemme dell’Infinito, metà degli esseri viventi della galassia.

Nonostante le divisioni presenti da Captain America: Civil War, i vendicatori saranno costretti ad appianare le divergenze per provare ad arrestare la corsa di Thanos verso il raccoglimento delle gemme.

Ok, da qui in poi gli spoiler saranno inevitabili. Regolatevi di conseguenza.

Morte

Infinity War, per i diffidenti come me, è stato una gigantesca sorpresa. Sin dalla prima scena (che riparte proprio dalla sopracitata navicella di Ragnarok), si intuisce qualcosa di diverso, mai presente in modo così marcato nel MCU: la morte, il dolore e la vera sofferenza. Non a caso, nei primi minuti del film, Thanos prima stermina la popolazione asgardiana, poi uccide a sangue freddo Loki, appropriandosi della prima gemma. Ed è quasi premessa per quello che sarà tutto lo svolgimento del film: il “cattivo” qui è davvero troppo forte per i “buoni”. L’aspetto rivoluzionario di Infinity War è l’apertura che i fratelli Russo, registi della pellicola, fanno verso la possibilità di rendere un villain vincente e protagonista assoluto della vicenda.

Il finale poi è stato una lezione di pathos crescente: per due volte Thanos sembra vicino alla naturale sconfitta (prima per via della distruzione di una gemma, poi per un colpo d’ascia), ma, quando tutto sembra risolto, basta letteralmente uno schiocco di dita a rendere Infinity War memorabile. Egli riesce nella sua impresa, metà della galassia si dissolve. Mantis, Drax, Falcon, Black Panther, Doctor Strange, Star Lord, Groot, Nick Fury e Spiderman (che, da ragazzino quale è, prega Tony Stark di non lasciarlo morire in un momento di alta commozione) muoiono davanti agli occhi degli spettatori.

È chiaro che non è possibile che non sia accettabile ai fini produttivi per la Marvel lasciar morire così tanti personaggi chiave: molti di loro torneranno in vita in qualche modo. Questa sensazione di freno a mano già innescato però non rovina un momento unico della storia dei cinefumetti.

Incredibile è inoltre la capacità dei registi di tenere insieme così tante storie diverse senza perdere neanche per un minuto le fila del racconto. Un titanico lavoro di montaggio a più livelli straordinario fa proseguire parallelamente le vicende di una ventina di personaggi, che per giunta si muovono su pianeti diversi e distanti. Da un punto di vista tecnico Anthony e Joe Russo avevano dimostrato di saperci fare fin dalle ottime sequenze di lotta di Captain America: Civil War. Qui però superano loro stessi dando vita probabilmente alla scontro più bello che si ricordi nei cinecomics: sto parlando ovviamente di quello tra Thanos, Iron Man, Doctor Strange, Spiderman e i Guardiani della Galassia sul pianeta Titano.

Thanos

Come si sarà ampiamente capito, il Thanos di Josh Brolin è il vero motore del film. È un grande personaggio, sfumato e complesso, ostinatamente determinato eppure dotato di grande umanità. Dal punto di vista visivo è stato ritoccato rispetto alle apparizioni dei film precedenti. I Russo, giustamente, gli danno un colore meno scuro, più vicino a quello umano.

Ha una missione da compiere, per lui più importante di ogni cosa. Dopo aver visto la sua razza autodistruggersi per una incessante crescita demografica, ha deciso di diventare moderatore dell’universo, così da garantire la sicura continuazione della vita, almeno per metà degli esseri viventi. La sua fermezza lo accomuna agli eroi greci dell’antichità: Thanos è inflessibile, immutabile, determinante nelle azioni e feroce verso chi l’ostacola. Il suo rapporto con la figlia adottiva, la Gamora dei Guardiani della Galassia, è esplicativo. Adottata in seguito alla decimazione da lui effettuata del pianeta nativo dell’allora bambina, Thanos la ama in modo sincero, nonostante sia da lei disprezzato. Quando però si trova a dover scegliere tra la vita di sua figlia e la missione, non ha dubbi. Nonostante la sofferenza, egli sceglie di proseguire in nome di un ideale che, per quanto sbagliato e doloroso, è ritenuto troppo importante. Le sequenze del sacrificio per la gemma dell’anima e dello scambio di battute post “schiocco di dita” sono momenti di grande cinema.

Più volte durante il film gli Avengers hanno la possibilità di scegliere di perdere un amico allo scopo di salvare l’umanità. Ma, per fare due esempi, Gamora sceglie la sorella e Doctor Strange salva Tony Stark. Fino alla decisione, ormai tardiva, di sacrificare Visione per distruggere una gemma, i vendicatori non hanno mai la forza morale di lasciare morire una vita a loro cara per un bene maggiore.

Qui forse sta la vera arma di Thanos, un villain spietato, potente e motivato come mai prima d’ora.