Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Er Canaro

Non conoscere la vicenda di Pietro De Negri e del suo delitto è alquanto difficile. Anche ai più giovani sarà capitato di leggere un articolo o vedere un sevizio televisivo più o meno riuscito sulla figura del canaro, della sua ricostruzione atroce dell’omicidio e di quella che poi si è rivelata la verità. Cosciente di una memoria collettiva ancora molto forte, Matteo Garrone ha trovato in questa storia il soggetto per suo ultimo film, Dogman. Scelta azzardata fino ad un certo punto, visto che già nel bellissimo L’Imbalsamatore (2002) il regista aveva dato prova di saper perfettamente gestire un episodio di cronaca nera come base di partenza per il suo lavoro. Per chi però non conoscesse De Negri, è meglio fare un breve ripasso degli eventi accaduti il 18 febbraio 1988 (e di conseguenza della trama del film).

 

Quella notte l’omicida, secondo quanto da lui narrato, attrasse Giancarlo Ricci, pugile dilettante e cocainomane, nel suo negozio di toelettatura per cani con la motivazione di rapinare uno spacciatore e di dividersi il ricavato. De Negri convinse la vittima a nascondersi in una delle gabbie per animali ma, una volta dentro, lo rinchiuse. Dopo aver assunto cocaina per tutta la notte, alle 15:00 iniziò una lunga e atroce serie di sevizie, culminate nell’amputazione di naso, orecchie, lingua e genitali usati per soffocare Ricci. Una volta morto, sempre secondo la sua teoria, gli aprì la scatola cranica per lavargli il cervello con dello shampoo per cani.

La confessione, avvenuta immediatamente e senza rimorsi, si rivelò vera solo in parte: Giovanni Arcudi, medico che effettuò l’autopsia, dichiarò che tutte le amputazioni avvennero post-mortem. La causa del decesso sarebbe da attribuire ad una decina di martellate provocarono l’emorragia cerebrale. La maggior parte delle violenze descritte furono solo fantasie non realizzate da De Negri

Dogman

 

Quanto descritto è soltanto la premessa al film di Garrone. Il regista trasporta la vicenda ai giorni nostri, a partire dal titolo, internazionale ed anglofono, tratto dal nome del negozio del suo Marcello, protagonista ispirato a De Negri, piccolo di statura e corporatura, mite e disponibile per i colleghi. È divorziato ed ha una splendida figlia di nome Alida, con cui condivide la passione per l’immersione subacquea e sogna viaggi alle Maldive. L’amore per la bambina è pari soltanto a quello che prova per i cani, che coccola e con cui parla durante le ore di lavoro. Marcello però è conosciuto anche perché rivende piccole dosi di cocaina, di cui anche lui fa abitualmente uso.

Uno dei suoi compratori è “Simoncino” (Edoardo Pesce), un simil-Giancarlo Ricci da cui spesso si fa sopraffare. Violento e ingestibile, Simone è il “cane sciolto” (come lo definisce un personaggio della pellicola) del quartiere e tira avanti tra furti, risse e scontri. Il rapporto tra i due uomini, opposti sia fisicamente che dal punto di vista caratteriale, è il perno su cui si muove una narrazione fatta di immagini e silenzi. Nonostante il comportamento del pugile, Marcello si piega più volte al suo volere; un po’ per paura, un po’ perché sinceramente disponibile e sottomesso per natura. Che si tratti di dosi di droga non pagate o di risse sfiorate, il più debole è sempre in balia delle pessime scelte dell’altro.

La vita del canaro arriva però ad una svolta drastica quando Simone oltrepassa, un’altra volta, decisamente il limite: egli ha deciso di rapinare il compro oro adiacente al suo negozio per cani sfruttando un muro più sottile che divide direttamente le due proprietà.

Solitudine e accettazione

La figura di Marcello, interpretato da uno straordinario Marcello Fonte al primo film da protagonista, è una delle più riuscite del nostro cinema recente. Garrone lo costringe ad una solitudine forzata che ne amplifica l’impatto emotivo, con una scenografia in bilico tra una realistica e spietata rappresentazione della parte peggiore delle nostre grandi città e una desolazione dell’ambiente, spesso ripreso con inquadrature ampie, che ricorda quella dei migliori western. I colori, grigi, seppia e ocra, altro non fanno che trasmettere il degrado e l’orrore (urbanistico e psicologico) che il regista già aveva evidenziato in Gomorra. Marcello, come dicevo, è un personaggio straordinariamente umano, tanto da spiazzare lo spettatore che conosce i fatti di cui Dogman intende parlare. L’amore per la figlia, quello per i cani e il rispetto dei conoscenti  sono tutto ciò a cui tiene davvero e per cui ha lavorato.

 

Essi sono però minati dal suo rapporto con Simone. Ed infatti, questa relazione gli porterà via quanto di caro ha nella vita. L’esplosione della violenza finale, per quanto quasi involontaria e istintiva negli esiti, è il disperato tentativo di ottenere giustizia, di ricucire per una volta la sua dignità. Marcello vorrebbe solo delle scuse, vorrebbe poter tornare a dire “Qui a me mi vogliono tutti bene”. Non è un caso se a omicidio concluso alla sua mente si paleseranno le immagini di una delle partite di calcetto a cui era solito partecipare e che gli sono state sottratte. Con fatica quasi comica solleverà e mostrerà a quei fantasmi che ha nella mente il corpo senza vita di Simone, quasi a cercare ancora un ruolo e un’accettazione nella comunità.

Cannes

Ad oggi, Dogman è il miglior film italiano dell’anno. Matteo Garrone si dimostra ancora una volta campione nell’unire sostanza e forma ed è forse proprio in questo che supera il suo collega Paolo Sorrentino. Fare paragoni ha poco senso, ma da questo punto di vista è paradossale notare come i due nostri registi di maggior successo di pubblico/critica siano agli opposti nella loro idea di cinema. Il film di Garrone in ogni caso è nelle sale in questi giorni e contemporaneamente è in concorso al Festival di Cannes, dove dopo la proiezioni ha raccolto dieci minuti di applausi. È difficile fare previsioni in occasioni come queste ma, vedendo i precedenti del regista, ci auguriamo che anche questa volta il buon Matteo ci renda orgogliosi di lui.