Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

4/03/2018

Il fatto che nella data del 4 marzo coincidano le elezioni e la cerimonia degli Oscar non è una coincidenza. Nonostante Woody Allen sia solito a dire che “la vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione”, la campagna elettorale, special modo quella terribilmente estenuante di quest’anno, è capace di tirare fuori il peggio da ognuno di noi e da ciascuno dei candidati, trasportandoci in una dimensione parallela in cui il grottesco filmico regna sovrano. Il cinema, volente o nolente, è sempre radicato nella realtà e, come vedremo, i parallelismi tra candidati e film/serie tv sono molti, inquietanti e divertenti.

Il Giuramento di Salvini

Ho deciso di iniziare con un momento che sarebbe stato fuori luogo persino in un episodio di Black Mirror: il 24 febbraio, Matteo Salvini, durante un comizio della Lega a Milano in Piazza Duomo, ha giurato “da Premier” sulla costituzione italiana e sul vangelo.

Ecco, Salvini mi ha ricordato profondamente un episodio di House of Cards (e qui lo spoiler è necessario) in cui il due volte presidente Francis J. Underwood, uscito vincitore dalle burrascose elezioni dell’ottima quinta stagione, giura davanti a dio di essere fedele ai principi della costituzione americana. Il giuramento però è intervallato, come spesso accade in HoC, da pensieri autentici che Underwood confida agli spettatori.

Spunti raggelanti e nichilisti di un personaggio grandioso quale è quello interpretato da Kevin Spacey. Mi chiedo come riusciranno gli sceneggiatori a dare un senso alla sesta stagione, vista l’assenza dell’attore dovuta al coinvolgimento nel caso Weinstein. Mi domando poi cosa pensasse davvero il candidato della Lega durante il suo giuramento e in particolare se con “gli ultimi che diventano primi” includesse anche le persone di colore.

The Disaster Artist

Con The Disaster Artist passiamo più propriamente alla notte degli Oscar. L’unica candidatura del film è per la Miglior Sceneggiatura non Originale; James Franco, che ha diretto ed interpretato il film, non è in corsa per il premio come Migliore Attore Protagonista principalmente per via delle accuse di molestie a suo carico. Sorvoliamo la questione premi: il film è fantastico. Narra del folle Tommy Wiseau e della creazione di The Room, film del 2003 che viene considerato tra i più brutti di sempre.

Lo script è tratto dall’omonimo libro di Greg Sestero, migliore amico e spalla di Wiseau durante la realizzazione di quello che Clark Collis ha definito “il Quarto Potere dei film brutti”. Franco, oltre a seguire la folle messa in scena, scava nel profondo di un personaggio assurdo e indecifrabile, arrivato ad una popolarità mondiale grazie al fallimento totale di un progetto in cui ha investito più di cinque milioni di dollari.

E qui arriva la parte più interessante: a più riprese, durante la pellicola, ci si sofferma sull’incognita provenienza di Wiseau, che afferma di essere di New Orleans nonostante il forte accento polacco, sulla sua dubbia età e sulla inspiegabile provenienza di un capitale di denaro enorme.

“Inspiegabile provenienza di un capitale di denaro enorme” vi fa venire in mente qualcuno? No? Neanche se riferito al finanziamento di Milano 2? Non importa.

T. Wiseau con la prima bozza della sceneggiatura

Il M5S e i Rimborsi

I Cinque Stelle, che hanno basato la propria forza sull’onestà e sulla difesa di essa, sono stati travolti dallo scandalo della mancata restituzione dei rimborsi. Tutto è partito da un servizio de Le Iene su due parlamentari (Martelli e Cecconi) che, invece di restituire metà del loro stipendio, hanno finto di effettuare il bonifico, documentandolo ma annullandolo dopo ventiquattro ore. Da lì l’inchiesta si è allargata e le ultime stime parlano di un buco di poco più di un milione di euro.

Anche alcuni dei Cinque Stelle mentono, dunque. Un mondo di persone ideali che dicono solo la verità non esiste, nella realtà perlomeno. Perché nel 2009, il grande stand-up comedian Ricky Gervais ha scritto e co-diretto The Invention of Lying, film ambientato in un mondo parallelo dove tutti sono fisiologicamente costretti a dire la verità.

Il comico è anche il protagonista; interpreta Mark Bellison che, dopo una vita di delusioni e fatiche, inventa l’arte della menzogna diventando uno degli uomini più importanti del pianeta e arrivando a creare la religione (che per Gervais, ateo dichiarato, non esiste in un mondo dove non sono presenti bugie).

L’aspetto più interessante del film, che poi si sviluppa un po’ banalmente intorno ad una storia d’amore, è quest’ultimo: nel rivelare quello che gli dice “l’uomo nel cielo”, Mark crea un culto spasmodico della propria persona, tutto ciò che dice diventa inopinabile e accettato dai suoi fedeli. Tutto ciò, ovviamente, non vi sembrerà nulla di strano se siete assidui frequentatori del blog di Beppe Grillo.

Il PD e l’Iceberg

Era il 23 marzo 1998 e il mondo si stava per lanciare in discussioni sulla effettiva qualità del film campione di incassi (secondo nella classifica di sempre) che si avviava a fare incetta di statuette nella serata della premiazione dell’Academy: Titanic, colossal di James Cameron, quella sera si portò a casa 11 Oscar su 14 nomination. Un trionfo inversamente proporzionale alla disfatta del primo viaggio dell’omonimo transatlantico, affondato in seguito ad un fatale scontro con un iceberg.

Mi perdonerete la semplice metafora, ma quest’iceberg ricorda molto il referendum del 4 dicembre 2016. Il Titanic ovviamente è il PD guidato dal capitano Matteo Renzi che, dopo lo scontro con l’enorme blocco di ghiaccio del NO, ha iniziato un costante e incontrollabile inabissamento, perdendo repentinamente punti nei sondaggi. Ad oggi è dato poco sopra al 20%. Sbagliando lo sbagliabile e dividendo il partito in due (come i tronconi della nave ormai relitto), la leadership di Renzi sembra destinata a congelare per ipotermia. Per il PD però una salvezza potrebbe esserci, sebbene remota: una tavola di legno galleggiante, con spazio per una persona. Su di essa è sdraiato Matteo, ma nell’acqua gelida, pronto a salire, c’è Paolo Gentiloni.

Noi da spettatori potremmo lamentarci, contestando che la tavola è grande abbastanza per salvare entrambi, ma si sa: neanche Rose ha fatto salire Jack.

Ti potrebbe interessare anche: