Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

And the Oscar goes to

Se, pochi giorni fa, uscendo dalla sala dopo aver visto l’ultimo lavoro di Martin McDonagh non avessi saputo dei quattro Golden Globe vinti il 7 gennaio, delle sette candidature agli Academy Award o del movimento #MeToo che sta travolgendo Hollywood, non avrei mai e poi mai pensato che un film del genere potesse competere da favorito per i premi più importanti agli Oscar.

Il motivo non è la qualità (eccellente) della pellicola di McDonagh, quanto la violenza, verbale e fisica, e la scorrettezza, solitamente molto sgradite ai membri votanti dell’Academy, con cui il regista/sceneggiatore delinea la realtà e i personaggi di Ebbing, città fittizia del Sud degli Stati Uniti.

Trama

Mildred Hayes (Frances McDormand) è una madre divorziata la cui figlia è stata brutalmente stuprata e uccisa. Dopo mesi in cui le indagini della polizia non procedono, decide di prendere in mano la situazione: su una delle strade meno trafficate che portano in città, Mildred noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sui quali scrive altrettante frasi rivolte al capo della polizia locale, William Willoughby (Woody Harrelson). “Stuprata mentre stava morendo”, “E ancora nessun arresto” e “Come mai, sceriffo Willoughby?” sono i messaggi sotto gli occhi di tutti i passanti.

Se da una parte l’amato sceriffo di Ebbing prova a far ragionare la donna, il suo vice Dixon (Sam Rockwell), uomo che vive ancora con la madre dal temperamento violento e aggressivo, sembra trasportare la dimensione dello scontro a quello di una rissa tra gang.  Oltre a loro, i membri della cittadina decideranno da che parte schierarsi.

Trump e #MeToo: Il tempismo perfetto

È innegabile che buona parte della critica e del pubblico non avrebbe apprezzato tanto il film se non fosse uscito in questa particolare situazione socio-politica: la rappresentazione di una parte razzista, omofoba, arrabbiata e vendicativa degli USA sembra molto un manifesto di quella parte dell’America che ha eletto Donald Trump alle ultime elezioni.

Così come la protagonista, madre single disperatamente alla ricerca di giustizia, sembra diventare simbolo del già citato movimento #MeToo. Esso, con il terremoto causato da tutti gli aspetti positivi e negativi che ne susseguono, trova in una prima superficiale lettura del personaggio di Mildred Hayes l’eroina ideale.

Lo stesso McDonagh, in un’intervista a Movieplayer.it, afferma che “Trump è un tale coglione sembra che la situazione sia disperata, ma, se resistiamo per i prossimi tre anni, tutto potrebbe cambiare di nuovo e potremmo ritrovarci con qualcuno anche migliore di Obama. Se teniamo conto delle proteste contro Trump, la polizia razzista e la supremazia bianca, si percepisce qualcosa di palpabile che si muove”.

Nonostante ciò, trovare troppi simboli socio-politici nel film è sbagliato: in primis perché McDonagh lavora alla sceneggiatura da sette anni, poi perché Tre Manifesti è sulle persone e sulle reazioni e interazioni umane.

Il Film

“So how’s it all going in the nigger-torturing business, Dixon?”

 Dopo tutte le premesse, è necessario dire che il film funziona benissimo. McDonagh, che già nei primi due lavori (7 Psicopatici e In Bruges) aveva portato a casa ottimi risultati, scrive in maniera unica. I dialoghi sono serratissimi, scorretti, di un umorismo nero e dissacrante. Così come lo sono alcuni risvolti della vicenda, a volte un po’ troppo forzati (soprattutto in alcune “casualità” nella parte finale), ma sempre sorprendenti e riusciti. La regia è pulita, priva di eccessi o virtuosismi, inutili quando si ha una sceneggiatura tanto forte.

I personaggi sono interessanti, tra tutti ovviamente eccelle la Mildred di Frances McDormand che, con la sua interpretazione, sfaccetta un personaggio così granitico e ostinato nei suoi intenti (sbagliati, come dimostrano le conseguenze delle sue azioni) eppure così tristemente e umanamente desolato nella sua interiorità. Nella mancanza di giustizia, la vendetta sembra l’unica soluzione possibile per redimere i propri errori di madre e le spietate casualità della vita.

Attribuire a questo fantastico personaggio una qualche valenza simbolica nel movimento femminista che sta progressivamente ottenendo consenso e partecipazione è sbagliato. Mildred non è mai giustificata nelle sue azioni, causa di sofferenza per il figlio adolescente, per gli abitanti della cittadina e per se stessa.

Solo nel finale, in cui sembra completarsi la crescita di due dei protagonisti, si trova una speranza che, in un film colorato nero pece e rosso fuoco come i manifesti sulla strada per Ebbing, è una lieta sorpresa.

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