Studente di Lettere presso l’università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network.
Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura.
Tra l’aria condizionata e il Papa, sceglie l’aria condizionata

Polanski e il Nazifascismo

Roman Polanski il nazismo lo conosce bene. Lo ha vissuto sulla sua pelle. Nato da una famiglia di origine ebraica nella Francia sempre più antisemita del 1933, si trasferì in Polonia tre anni dopo. Quando quest’ultima fu invasa dall’armata tedesca, fu costretto a vivere nel ghetto ebreo, dividendo una piccola casa insieme ad altre 4 famiglie. Poco dopo sua sorella e sua madre furono mandate ad Aushwitz; la prima sopravvisse e fuggì, la seconda morì nel campo.

Il piccolo Roman riuscì, grazie all’aiuto del padre, a nascondersi dalle truppe naziste fuori dal ghetto. A questo punto della sua vita conobbe il cinema, con la visione in sala dei film tedeschi del regime.

«Erano film terribili in realtà, ma a me sembravano favole».

Non sarà un caso dunque se più volte nella sua carriera Roman si sia avvicinato, direttamente o indirettamente, alla tanto sentita tematica dell’oppressione fascista ; un esempio è la sua pellicola del 1994, La Morte e La Fanciulla.

Ah, meglio leggere con questa in sottofondo.

Trama

Siamo in un non meglio precisato paese dell’America del sud, appena uscito da una dura e sanguinosa dittatura.

A casa di Paulina Escobar (Sigourney Weaver), moglie di Gerardo (Stuart Wilson), un avvocato facente parte della commissione per le indagini sui crimini avvenuti nel paese, si presenta casualmente il dott. Roberto Miranda (Ben Kingsley). Egli sembra mosso da buone intenzioni e si dimostra disponibile a bere e discutere amichevolmente con Gerardo.

La donna però, che ha subito sul proprio corpo le torture del passato regime, riconosce la voce dell’ospite: secondo la sua memoria, egli era il medico che abusava crudelmente di lei durante la prigionia fascista. Paulina, nonostante i timori del marito e le dichiarazioni di innocenza dell’uomo, è decisa a “processarlo”, facendoli provare le torture che lei ha subito.

Canzone all’Italia

Il film tocca un tema profondamente attuale e, probabilmente in modo inconsapevole, si riallaccia alla storia del nostro paese. Quello del processo mai completato verso i fascisti è un tema molto dibattuto tra gli storici. L’Amnistia Togliatti, chiamata così a causa del ministro della giustizia (e segretario PCI) che la scrisse personalmente, creò già al tempo una reazione divisa e perlopiù negativa tra l’associazionismo partigiano e antifascista.

Era davvero necessario andare avanti in modo così brusco, senza guardare indietro? «Ministro di Grazia e non di Giustizia» venne definito Togliatti. Polemiche a parte, è un fatto che, ovviamente non solo per questo motivo, il fascismo è ancora profondamente radicato nell’Italia di oggi ed è per questo che nel 1994, anno in cui Alleanza Nazionale faceva parte della coalizione vincitrice delle elezioni, Polanski ha toccato profondamente il bel paese.

Il film è straordinario. Girato quasi interamente in interni (come poi il regista farà per Carnage e La Venere in Pelliccia), esso costruisce una tensione sempre palpabile e tesa. I personaggi sono sfumati e duali, non c’è mai la piena convinzione della giustizia nelle azioni di Paulina, eppure non si può fare a meno di compatirla e parteggiare per lei. La performance di Ben Kingsley poi è eccezionale; la sua ultima scena, di cui è meglio non parlare per evitare gli spoiler, è di una profondità incredibile (e non solo per via della magnifica scogliera che finalmente ci permette  di uscire dalla casa-tribunale).

Di grande impatto è anche il quartetto scritto da Schubert, brano usato dal dottore come sottofondo alle sue molestie, da cui il film trae il titolo.

Un film incredibile ed attuale, da recuperare assolutamente.

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