Studente romano di scienze politiche, appassionato di economia, serie TV, politica, soprattutto statunitense, e scrittura.
La fusione delle ultime due ha portato alla collaborazione con il Prosperous Network.

Prima del 9 novembre 2016, giorno nel quale Donald Trump vinse le elezioni contro Hillary Clinton, il Partito repubblicano, come spesso accade, era abbastanza spaccato. Ben 13 senatori (più alcuni ex senatori)e 31 rappresentanti, infatti, avevano pubblicamente espresso la loro opinione negativa sul tycoon newyorkese, opponendosi dunque alla sua candidatura. Questi numeri erano molto preoccupanti, soprattutto per quanto riguardava il Senato, dove i membri sono sempre 100 e la maggioranza è sempre molto risicata (come lo è al momento, ad esempio).

Dopo la vittoria di Trump, però, la situazione si era relativamente tranquillizzata (a patto che si possa parlare di tranquillità quando ci si riferisce a questa presidenza, la quale è stata di sicuro tra le più movimentate che si ricordino): il GOP, infatti, aveva cercato di ricompattarsi e di mostrare una certa unità, caratteristica fondamentale per poter gestire il Governo e la maggioranza in entrambe le camere. Questa ritrovata sintonia ha sembrato funzionare relativamente bene nel primo periodo ed è stata vitale quando, nei primi mesi del 2017, il Senato aveva il compito di votare in merito ai candidati scelti da Trump per il suo gabinetto. Infatti, mentre alcuni di essi hanno ricevuto un forte appoggio bipartisan, come James Mattis (Difesa, 98-1), Elaine Chao (Trasporti, 93-6) e David Shulkin (Veterani, 100-0), per altri il percorso è stato molto più complicato. Emblematici, a questo proposito, sono i casi di Mick Mulvaney (Gestione e bilancio, 51-49), Tom Price (Sanità, 52-47), Steven Mnuchin (Tesoro, 53-47), Jeff Sessions (Procuratore generale, 52-47) e, soprattutto, Betsy DeVos (Istruzione).

La sua situazione, infatti, era di perfetta parità, con 50 voti favorevoli e 50 contrari, ed è stato cruciale il voto di Mike Pence (ricordiamo che il Vice Presidente è anche il Presidente del Senato). Come si può vedere, insomma, ci sono state a volte, alcune defezioni, ed è stato importante il voto a favore di un paio di democratici, come Joe Manchin III (North Virginia, ha votato a favore, tra i più a rischio, di Sessions e Mnuchin) e Heidi Heitkamp (North Carolina); nel complesso, però, il risultato non è stato certo negativo, dato che sono stati solo 3 i repubblicani a votare “no” una volta e altri tre ad esprimere parere negativo due volte. Analizzando questi voti, inoltre, si può vedere come soltanto in 3 occasioni (su un totale di 9) questi voti a sfavore avrebbero potuto causare seri problemi: stiamo parlando, nello specifico, dei no di Susan Collins (Maine) e Lisa Murkowski (Alaska) a Betsy DeVos e di quello di John McCain (Arizona) a Mick Mulvaney.
In definitiva, alcuni scricchiolii erano evidenti ma, considerando la spaccatura che sembrava essersi formata prima delle elezioni, sarebbe potuta andare anche molto peggio.

Trump assieme a tutto il suo gabinetto

Con il passare del tempo, però, la situazione si è fatta sempre più instabile: non si è mai riusciti, infatti, a trovare un accordo bipartisan neanche nelle materie che storicamente lo richiedevano (ed infatti per nominare Gorsuch sono state cambiate alcune regole, come spiegato in questo nostro articolo); all’interno del Grand Old Party, inoltre, le cose non sono andate certo meglio, come dimostrato dalla tribolata storia della riforma dell’health care, conclusasi con una sonora sconfitta.
Nnon sono mancate inoltre, parentesi che hanno del paradossale, come la breve e folle esperienza di Anthony Scaramucci, la quale è anche collegata con le dimissioni di Sean Spicer e il licenziamento di Reince Priebus. Questi ultimi due eventi non sono da sottovalutare e sono cruciali per quanto riguarda l’argomento di questo articolo, dato che Spicer e Priebus erano due membri di vecchia data del Republican National Committee. Si veniva a creare, dunque, una nuova frattura con l’establishment repubblicano, il quale non sempre è riuscito a trovare posizioni concilianti con Trump.
Dei tumulti interni, a questo punto, erano inevitabili e sono stati, forse, anche più seri del previsto. Ad “aprire le danze”, infatti, non sono stati gli oppositori storici di Trump, come McCain (ricordiamo la diatriba sulla prigionia in Vietnam del senatore e del suo voto decisivo per affondare l’ennesimo tentativo di repeal di Obamacare), Graham, Collins e Murkowski, bensì il senatore Bob Corker (Tennessee), uno dei suoi più grandi sostenitori durante la campagna elettorale (è stato lui, tra l’altro, uno degli artefici del tentativo di integrazione dell’allora candidato repubblicano all’interno del partito).
Tutto è iniziato il 26 settembre, quando il senatore ha annunciato la sua decisione di non ricandidarsi. Questa notizia ha avuto una grande risonanza, dato che Corker è uno dei senatori repubblicani più influenti e potenti, essendo a capo della Commissione per gli Affari Esteri. Inoltre, nei giorni seguenti, ha iniziato a rilasciare commenti non particolarmente positivi sull’operato dell’esecutivo.
La risposta di Trump, rigorosamente su Twitter, come da pronostico, non si è fatta attendere, ed è arrivata l’8 ottobre. Con tre tweet al vetriolo, egli ha offerto la sua versione a proposito del ritiro di Corker; secondo il Presidente, infatti, il senatore gli avrebbe chiesto sostegno per la campagna di rielezione, ma egli si sarebbe rifiutato a causa del legame di Corker con l’accordo iraniano; per lo stesso motivo, inoltre, avrebbe rifiutato la richiesta, sempre da parte di Corker, per il ruolo di Segretario di Stato.

Esattamente un’ora dopo, Corker si è affidato anch’egli a Twitter per rispondere a Trump e, anche in questo caso, i toni non sono stati certo concilianti, dato che la Casa Bianca è stato definito un “Adult day care center”, ossia un luogo dove viene fornito sostegno a persone affette da disabilità o da malattie croniche, come l’alzheimer o la demenza.

Circa due settimane dopo, il 24 ottobre, la situazione giunge al punto di definitivo non ritorno. Quel giorno, infatti, Trump si sarebbe dovuto recare al Campidoglio per discutere dei tagli delle tasse, e l’atmosfera si preannunciava non delle più amichevoli, considerando anche le ultime dichiarazioni dello stesso Trump su Corker (questa volta lo aveva accusato di voler sabotare i piani del partito). Poco prima dell’arrivo del Presidente, il senatore del Tennessee ha rilasciato un’intervista dai tuoni infuocati a Manu Raju, giornalista della CNN. Le sue dichiarazioni, infatti, hanno toccato molti argomenti e sono state, nella maggior parte dei casi, rivolte esplicitamente al Comandante in capo. Innanzitutto, Corker ha detto che, se potesse tornare indietro, non supporterebbe più Trump. Inoltre, ha parlato di un tema molto centrale in questa Presidenza, ossia quello della verità. A questo proposito, le sue parole sono state: “I think world leaders are very aware that much of what he says is untrue.”, ossia “Penso che i leader mondiali siano ben consapevoli del fatto che molto di quanto detto da lui non sia vero”. Questo messaggio, già di per sé, ha una portata storica, perché molto raramente si è visto un senatore definire apertamente un Presidente (per di più del suo partito) “una persona che ha dei problemi con la verità” (per citare direttamente le sue parole), ma esso è solo un pezzo di un puzzle molto più variegato che, nel suo complesso, costituisce un attacco clamoroso verso Trump. Corker, infatti, ha anche detto “I think at the end of the day, when his term is over, I think the debasing of our nation, the constant non-truth telling, just the name-calling … I think the debasement of our nation will be what he’ll be remembered most for, and that’s regretful.”, ossia “Penso che alla fine, quando il suo mandato sarà finito, la degradazione della nostra nazione, il continuo raccontare cose non vere, gli insulti…Penso che la degradazione della nostra nazione sarà quello per cui verrà principalmente ricordato, e ciò è desolante”.
Infine, tralasciando altri stralci dell’intervista (comunque molto interessanti), arriviamo al punto che più riguarda l’argomento trattato in questo articolo. Parlando del comportamento di Trump, Corker ha detto: “I think many of us, me included, have tried to, you know, intervene, and I have had a private dinner and have been with him on multiple occasions to try and create some kind of aspirational approach, if you will, to the way that he conducts himself. I don’t think that that’s possible”, ossia “Penso che molti di noi, me incluso, abbiano provato ad intervenire, e io ho avuto una cena privata (con Trump) e sono stato con lui molte volte per provare a creare una sorta di approccio ideale in relazione al modo in cui si comporta (o anche: stabilire un modo consono di comportarsi). Non penso che ciò sia possibile”. Perché questa frase è, se possibile, ancora più significativa delle precedenti? Perché dimostra in modo inequivocabile il fallimento del tentativo di integrazione di Trump all’interno dell’establishment repubblicano, il quale era già in grande difficoltà sin dall’ascesa dell’ala più intransigente, quella del tea party. Le conseguenze di ciò verrano analizzate nella prossima parte del nostro approfondimento sullo stato del partito repubblicano.