Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Doin’ the Chameleon

La malattia come metafora di contaminazione culturale, il divismo, il conformismo e i mass media nei ruggenti anni Venti, periodo del jazz, del cinema classico e dell’avvento dei regimi totalitari in Europa.

Queste le principali tematiche di Zelig, film del 1983 di Woody Allen.

Se al momento dell’ uscita i pareri furono discordi, oggi la critica unanimemente definisce la pellicola un capolavoro della produzione Alleniana, sia per via degli peculiari temi trattati, sia per la particolare forma: girato come  falso documentario (mockumentary), esso è composto da un puzzle di cinegiornali, fotografie e ritagli di stampa, musiche d’epoca, interviste a vere personalità ed a personaggi di finzione.

Trama

Leonard Zelig (Woody Allen) è un poveraccio con un’insaziabile sete di affetto, dovuta alla sua triste infanzia di emarginato ebreo. Questa carenza affettiva porta Zelig a identificarsi psicologicamente e fisicamente con le persone che incontra: è un camaleonte umano. In compagnia di un suonatore nero di jazz diventa suonatore nero di jazz, con dei campioni di baseball diventa campione di baseball, si trasforma in obeso con gli obesi e in indiano con gli indiani. Medici e psichiatri si interessano al suo caso e , fra tutti, si prende speciale cura di lui una giovane psichiatra: Eudora Fletcher (Mia Farrow). Del caso si interessano i mass media rendendo il paziente un fenomeno popolare: nascono i pupazzi con le sue sembianze e si balla la “Doin’ the Chameleon“. Visto il successo di pubblico, la sorella e il compagno (noto truffatore) sottraggono Zelig agli psichiatri e lo esibiscono in pubblico negli Stati Uniti e all’estero.
Dopo svariati mesi, in cui le sue condizioni ovviamente peggiorano, Eudora Fletcher riesce a riavere Zelig e lo avvia alla guarigione. Durante la terapia si innamora di lui, che ricambia. Quando ormai i due sembrano prossimi alle nozze da varie parti degli Stati Uniti si fanno avanti numerose donne, che affermano di essere state sposate dall’uomo-camaleonte e di aver avuto figli da lui: esigono perciò il risarcimento dei danni. Zelig, prima idolatrato, ora è bersaglio dell’odio popolare. Dovrebbe affrontare un processo, ma, prima che inizi, scompare e si rende irreperibile. Eudora però non si dà per vinta. Le è sembrato di individuare Zelig in una riunione di nazisti. Parte per la Germania e, in un grande raduno a Monaco, riesce a scoprire e incontrare il suo paziente che, ritornando lucido, interrompe lo sproloquio di Adolf Hitler per farsi notare dalla donna. Fuggono in America bersagliati dai tedeschi, con un aereo guidato da Zelig, trasformato in aviatore professionista (riesce batte il record di “trasvolata atlantica con l’apparecchio capovolto”). Ora è nuovamente acclamato come un trionfatore in un immenso corteo nella Quinta Strada di New York. Eudora si tiene ben stretto il suo Zelig e corona il suo amore col matrimonio:

«In fin dei conti, non fu l’approvazione delle masse, ma l’amore di una donna, a cambiare la sua vita» dice la voce narrante.

Maschere e Mass media

Quest’ opera è quella maggiormente densa di concetti e tecniche psicoanalitiche della sterminata filmografia di Allen; Zelig incarna appunto il lascito culturale della psicanalisi in termini di rappresentazione metaforica di un disagio interiore causato dalla costruzione dell’io individuale. Il protagonista (come noi tutti) è un insieme di storie, di personaggi e, usando un’ espressione Pirandelliana, di maschere. Come lo scrittore di Agrigento, Allen estremizza questo concetto, fino a manifestarlo esteriormente in modo grottesco, con trasformazioni fisiche che sono il riflesso di sintomi patologici.

A differenza dei personaggi di Pirandello però, Zelig soffre di una patologia che altro non è che la somatizzazione metaforica del disagio dell’uomo moderno nella nascente società dei mass-media. La sovraesposizione mediatica porta gli esseri umani a volersi mimetizzare, nascondere, omologare, diventare “il conformista per antonomasia” (come dice lo psichiatra Bruno Bettelheim che compare realmente nel film).

In tal senso, la scelta del periodo storico in cui è ambientata la vicenda non è casuale: dalla fine degli anni Venti in poi (vale a dire tra la Grande Depressione e l’ascesa del nazismo in Germania). In America come in Europa, sono gli anni in cui si afferma il ruolo dei mass-media nel controllo e nel dominio dei popoli.

Su ciò si innesta il punto più sottile e geniale del film:

i vari documenti che lo compongono, soprattutto le interviste ai personaggi veri che dicono il falso, funzionano presso lo spettatore nel dare sostanza documentale alla vicenda di Zelig, rendendola vera nello stesso modo in cui i media di quel periodo storico funzionavano presso le masse di allora, cioè costruendo in loro una memoria collettiva e una coscienza condivisa (tramite documenti fittizi di cui si dichiarava con forza la veridicità), su cui erigere il consenso al potere dominante. Ecco che allora gli spezzoni del film potrebbero essere benissimo assimilati ad una sequenza di filmati dell’ Istututo Luce, la “fabbrica del consenso” da cui Mussolini si faceva riprendere mentre fomentava la folla o dirigeva le operazioni di bonifica dell’ Agro-Pontino.

Robot o Lucertole

Come già evidenziato, nello svolgersi della vicenda Zelig sparisce per sfuggire ad un processo ai suoi danni e si rifugia nella Germania dell’ ascesa Nazista.

«In realtà non è tanto sorprendente, aveva un senso. Perché, benché lui volesse essere amato, desiderasse ardentemente di essere amato, c’era qualcosa in lui che desiderava sparire nella massa, nell’anonimità. Ed il fascismo è il tipo di movimento che offre questo tipo di possibilità. Zelig si poteva realizzare appartenendo a questo movimento di massa» afferma uno psicologo intervistato durante il film.

Per afferrare appieno l’ importanza del film di Allen è necessario considerare come la vera entità totalizzante dei movimenti fascisti sia l’ omologazione. Essa è dovuta al sottrarsi dal peso di pensare autonomamente e quindi seguire ciecamente un leader, un movimento o un partito. Questa inautenticità dei singoli (o identità di massa) porta i più a sentirsi integrati ed al sicuro. Ciò implica che una persona calata nell’ ideologia fascista non si chieda se i pensieri e le azioni a cui fa riferimento siano realmente saggie, giuste o in un certo senso giustificabili.

“Pensavo che il desiderio di non farsi notare dagli altri, portato alle estreme conseguenze, potesse avere effetti traumatici. Poteva portare a una mentalità conformista ed infine al fascismo” ha dichiarato il regista in un’ intervista.

Sarebbe un errore però limitare il problema all’ epoca del Nazismo e considerarlo di scarso interesse per il nostro tempo. Difatti, riguardo ciò, Allen ha affermato: “Penso si tratti di un problema eterno, universale. Molte persone hanno la loro integrità, ma molte altre mancano di questa qualità e diventano come le persone con cui stanno. Se stanno con persone che hanno una certa opinione si trovano d’ accordo con loro”.

A sostegno di ciò, lo psicologo Solomon Asch ha tenuto una serie di esperimenti che sembrano confermare le tesi espresse in Zelig: nello studio del medico, ad alcuni gruppi di sei soggetti sono state mostrate tre linee di diversa lunghezza ed è stato chiesto quale di esse fosse uguale ad una quarta mostrata loro successivamente.

La risposta corretta è sembrata semplice ed è stata data senza alcun problema. I risultati sono però cambiati quando Asch ha segretamente chiesto a tutti i membri di un gruppo tranne uno di scegliere la linea sbagliata. Dopo ciò ben il 75% si è adeguato almeno una volta alla decisione del gruppo.

Di conseguenza, è facile immaginare come la percentuale sia simile (o forse maggiore) quando si tratta di convinzioni di natura socio-politica.

Camaleonte Espiatorio

Per un’ analisi completa di Zelig, occorre scomodare René Girard e l’ analisi da lui compiuta ne Il capro espiatorio, saggio del 1982.

Il termine “capro espiatorio” deriva da un rito ebraico (Yom Kippur) in cui il rabbino, poggiando le mani sulla testa di un capro, trasferiva tutti i peccati del suo popolo all’animale innocente, per poi farlo cadere in un dirupo. Per (cattiva) ironia della sorte, proprio gli ebrei sono stati uno dei capri espiatori più bersagliati nella storia. L’ antisemitismo affonda le sue radici nella religione Cattolica (l’ idea della colpa collettiva per la morte di Gesù) e trova successivamente sbocco nella forte identità culturale degli ebrei, da sempre guardati come estranei rispetto alla società.

«Da bambino, Leonard viene preso di mira dagli anti-semiti. I genitori, che non prendono mai le sue difese e gli addossano sempre la colpa di tutto, parteggiano per gli anti-semiti». Questa frase, per quanto ironica, è fondamentale per far capire come Leonard Zelig rappresenti un capro espiatorio agli occhi della società Americana. Fin dal suo primo periodo di fama, nel film si accenna a come non tutti fossero ammiratori dell’uomo camaleonte: «Negli ambienti politici diventa un comodo simbolo di iniquità», per i comunisti infatti «Questo essere personifica l’uomo capitalista, una creatura che assume molte forme per ottenere lo sfruttamento dei lavoratori con l’inganno!». Ed ovviamente non poteva mancare chi lo contestava per motivi razzisti: «Per il Ku Klux Klan Zelig ebreo, capace di trasformarsi in negro, o in pellerossa, rappresenta una triplice minaccia». Quando poi, durante lo svolgimento, una ragazza improvvisamente denuncia il protagonista di averla sposata e messa incinta durante una delle sue tante metamorfosi, l’ intero paese si scaglia contro Zelig, accusandolo dei più incredibili reati: «L’America è un paese moralmente retto. Timorato di Dio. Noi non perdoniamo gli scandali, scandali di frode e poligamia. In nome dei principi di una società pura io dico: linciamo quel misero ebreo! ». Egli stesso si riconosce colpevole e cerca di chiedere perdono per danni che, seppur non ricorda di aver fatto, non esclude di aver commesso.

Questo meccanismo è descritto da Girard come un fenomeno antropologico basilare, ovvero: in un momento di crisi sociale, l’intera cittadinanza si riversa contro l’ elemento più debole accusandolo di un crimine; basta che qualcuno, più violento degli altri, scagli la prima pietra. Al capro espiatorio vengono imputati i crimini più atroci e tutta la società, vittima compresa, è convinta della sua colpevolezza.

Zelig stesso chiede scusa pubblicamente e Eudora Fletcher cerca di difenderlo solo alla luce della sua malattia, sostenendo che questa non lo rendesse cosciente di quel che faceva (che si trattasse di di aver sposato molte donne o di aver operato chirurgicamente persone sane). È molto probabile però che Leonard Zelig non fosse colpevole nemmeno di uno dei reati a lui addossati, non per via della non-coscienza, ma nell’oggettività del non compimento di certe azioni. Il meccanismo del capro espiatorio difatti prevede che la vittima sia innocente anche se tutti pensano il contrario.

Dopo esser sfuggito ai Nazisti, Zelig torna in patria e torna ad essere un eroe positivo. Infatti, con il suo gesto di sfida verso le autorità tedesche, ha riunito la società contro un altro obbiettivo, ha ridato pace e lustro agli Stati Uniti. L’ironia di fondo è che la malattia di Zelig lo ha reso celebre positivamente all’inizio, negativo nel momento in cui era capro espiatorio, e di nuovo positivo quando la stessa malattia (trasformandolo in un pilota d’aereo) lo ha aiutato a compiere quell’impresa onorevole.

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