Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Disrespectful

Siamo nel 2013. Nelle sale è uscito Django Unchained, settima fatica del regista Quentin Tarantino. Da ogni dove piovono lodi per il film, la critica lo esalta (vince 2 Premi Oscar su 5 candidature) ed il pubblico va a vederlo corposamente.

Una voce fuori dal coro però c’è ed è una piuttosto riconoscibile: si tratta di Spike Lee, cineasta afroamericano autore di Do the Right Thing e Inside Man (solo per dirne due). Spike accusa duramente Tarantino ed il suo lavoro:

«Non posso parlare del film perché non lo vedrò. Non andrò a vederlo. Tutto quel che posso dire è che vedere quel film è un atto irrispettoso verso i miei antenati. Questa è l’unica cosa che dirò. Non posso mancare di rispetto verso i miei antenati. Non posso farlo. Ora, questa è la mia opinione, non parlo a nome di nessuno se non di me stesso» ed ancora «La schiavitù americana non fu uno spaghetti western alla Sergio Leone. Fu un olocausto. I miei antenati sono schiavi. Rubati dall’Africa. Io farò loro onore».

Egli inoltre accusa (come già aveva fatto ai tempi della distribuzione di Jackie Brown, sempre di Tarantino) il film di un uso eccessivo della parola “Nigger, termine molto offensivo per gli afroamericani.

Says the Wrong Thing

Ma quindi, Quentin Tarantino è in qualche modo razzista?

No, assolutamente no.

Quentin durante la sua ventennale carriera ha ricevuto accuse di ogni tipo, a partire da un utilizzo secondo alcuni visivamente esagerato della violenza (chi non ha visto la sua straordinaria intervista/litigio con la critica cinematografica di KronTV?) fino ad arrivare alle accuse di razzismo sopracitate. Cerchiamo di smontarle.

The N-word

Molte polemiche, come già detto, sono causate dall’utilizzo che il buon Tarantino fa della parola “negro”. Questo perché, secondo alcuni, quel termine è sempre offensivo, indipendentemente dal modo o dal contesto nel quale è usato.

In Django, la parola “Nigger” viene pronunciata 109 volte. Eppure ciò è inevitabile al fine della buona riuscita del film: essendo ambientato nel Sud degli Stati Uniti a metà del 1800 e soprattutto trattando un tema come quello della rivolta di uno schiavo di colore, la pellicola avrebbe avuto meno forza e verosimiglianza se il regista/sceneggiatore di Knoxville avesse deciso di edulcorarla.

Nel 1858 i latifondisti ed i negrieri chiamavano “negri” gli uomini di colore, di conseguenza nel film è normale che Leonardo Di Caprio e Walton Goggins si riferiscano agli schiavi usando lo stesso termine.  “Se qualcuno dicesse che ho usato quel termine più di quanto venisse pronunciato a quei tempi gli direi che ha torto” ha dichiarato Quentin.

Spaghetti

Quando Lee dice che uno spaghetti western non può trattare il tema della schiavitù sbaglia (e di molto). Ogni genere (che sia d’autore, di serie A, B o Z) ha la stessa valenza artistico-espressiva. Tutto dipende dall’utilizzo che il regista fa di esso e delle tematiche trattate.

Se così non fosse, Carpenter non avrebbe potuto parlare di capitalismo in Essi Vivono, Benigni non avrebbe girato La Vita è Bella e nel 2011 i cinema non avrebbero proiettato Bastardi senza Gloria.

The Eighth Proof

L’ultima prova del suo totale antirazzismo, a mio avviso, ci è stata data da Tarantino due anni fa nel suo più recente lavoro, il bellissimo The Hateful Eight.

TH8 è ambientato subito dopo la guerra civile americana e tratta la storia di un gruppo di otto uomini (un cacciatore di taglie e la sua latitante diretta alla forca, un ex-soldato di colore dell’unione, un rinnegato del Sud che si appresta a diventare sceriffo, un messicano, un boia inglese, un cowboy ed un ex-generale confederato; ah, c’è anche il povero cocchiere di diligenze) costretti, a causa di una forte bufera, a passare una o due notti rinchiusi insieme in un emporio sulla strada per la cittadina di Red Rock.

Ovviamente c’è qualcuno che mente sulla propria identità e che ha un preciso fine da portare a termine.

Una delle cose davvero interessanti del film è la caratterizzazione che l’autore fa di ogni personaggio: tutti, in qualche modo, sono una figura negativa, sporca o corrotta. Quello che Tarantino fa è mostrare, all’interno di un microcosmo come l’emporio di Minny, le tensioni ideologiche di tutta una nazione.

Gli USA sono stati costruiti anche sul sangue e fidatevi, in questo film ne scorre parecchio.

L’unica possibilità (solo apparente) di salvezza c’è solo quando l’uomo di colore ed il sudista rinnegato iniziano a collaborare per indagare su quello che succede intorno a loro, mettendo da parte le differenze che li dividono e le fazioni a cui appartenevano durante la guerra.

Naturalmente, i più testardi rimarranno convinti del contrario.

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