Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

The Thing

Appena letto “La Cosa”, qualsiasi appassionato di cinema non può che pensare al capolavoro di Howard Hawks ed al suo remake del 1982, diretto da John Carpenter ed anch’esso imperdibile.

Oggi però, la rubrica di cinema del Prosperous Network si sofferma su tutt’altra Cosa (con la ‘C’ volutamente maiuscola), ovvero quella mostrataci da Nanni Moretti nel suo documentario del 1990.

Caro nanni

Prima di parlare del film e del suo soggetto, è necessario introdurre la figura Giovanni Moretti da un punto di vista artistico e politico. Nanni nasce nel 1953 e cresce a Roma coltivando le sue due grandi passioni, la pallavolo ed il cinema. LDopo qualche cortometraggio autoprodotto ed Io sono Autarchico, lungo del 1976, realizza la sua prima pellicola professionale: Ecce Bombo. Il film, costato 180 milioni di lire, ne incassa 2 miliardi. Un successo (per il pubblico ma anche per la critica) clamoroso ed inaspettato.

Da lì in poi Bianca, Caro Diario, La Stanza del Figlio e Mia Madre sono solo alcuni dei grandi lavori di un regista che, seppur attraversando diverse fasi e cifre stilistiche, si è legettimato come uno dei più innovativi del panorama italiano degli ultimi 40 anni.

Questo perché Moretti ha saputo raccontare lo smarrimento (di una generazione prima e dell’Italia poi) attraverso un idea di cinema che analizzava (divertendo) le diverse sfaccettature ed idiosincrasie del suo Io.

Raccontare sé per raccontare gli altri, insomma.

Qualcosa di Sinistra

E’ importante poi evidenziare quello che è il punto di vista politico del regista: sin dai suoi primi lavori era evidente come egli fosse un convinto ed attivo membro del Partito Comunista Italiano. Oltre a ciò, da ragazzo Nanni organizzò un gruppo di autocoscienza maschile (come controbilancia a quelli femminili che tanto andavano di moda nei primi Anni 70).

Con il passare del tempo ed il cambiare della politica, inizia una riflessione dura e autocritica sul comunismo e sul ruolo dei comunisti nello scenario politico. Questo ragionamento è la materia portante di Palombella Rossa, pellicola del 1989 in cui il regista interpreta un esponente del PCI che, a causa di un incidente, perde la memoria e vaga tra i ricordi dell’infanzia e del proprio partito, il cui ideale rivoluzionario sembra ormai smarrito.

Nanni però non è l’unico ad interrogarsi sul futuro del PCI in Italia.

Il 12 Novembre del 1989 infatti, dopo una lunga serie di dibattiti e malumori dovuti a fattori (esterni ed interni), il segretario di partito Achille Occhetto da inizio alla Svolta della Bolognina.

Una “sinistra diffusa”

Con svolta della Bolognina s‘intende quel processo che 25 anni fa portò allo scioglimento del PCI guidato da Occhetto ed il suo confluire in un partito più ampio, “diffuso”, il Partito Democratico della Sinistra. Ciò fu dovuto, come già detto, ad una molteplicità di cause; la digestione del compromesso storico, la successiva morte di Enrico Berlinguer e crollo del muro di Berlino furono solo alcuni degli ultimi terremoti che portarono i Comunisti ad interrogarsi sul proprio ruolo.

Inizialmente il dibattito riguardò il nome (“Partito del Lavoro” era la proposta di Giorgio Napolitano), in seguito Occhetto spostò l’attenzione sull’organismo in sé, sulla sostanza e non sulla forma; «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Una forza al tempo ancora da definire, un blob dalla forma malneabile che generava malumore ed instabilità all’esterno ma soprattutto all’interno del PCI.

E’ in questa situazione di confusione che Nanni Moretti decide di girare il suo settimo film.

La cosa

Il documentario mostra, senza nessun tipo di commento, i dibattiti svoltisi in alcune sezioni del PCI tra novembre e dicembre del 1989. Ci vengono mostrate persone, di diverse zone e città (Genova, Milano, Torino e Roma per dirne quattro), discutere, arrabbiarsi e cercare di capire cosa stia succedendo al loro partito e come si formerà questa “Cosa” proposta da Occhetto.

«La Cosa può essere tutto e può non essere nulla», afferma un membro.

Fin da subito è evidente come, nonostante il ritrovato clima di discussione, la novità di un agglomerarsi di forze di sinistra non sia ben accetta a molti, così come la scelta di cambiare nome e simbolo. I dissensi più forti arrivano dagli anziani, quelli che hanno «insegnato agli operai a non togliersi il cappello quando passa il padrone», come dice uno di loro.

Nell’arco di un mese di riprese, Moretti riesce a compiere uno straordinario lavoro di contestualizzazione della situazione. Il caos vissuto dai comunisti viene filtrato dalla telecamera (solo apparentemente innocua) e diventa video-cronaca di un cambiamento ideologico difficile ma necessario.

Morandini, parlando del film, afferma come esso sia «un buon esercizio di documentario antropologico prima che politico», assolutamente vero. Mostrandoci i confronti orizzontali della “massa” invece che dei leader di partito, il regista ci mostra le vere fondamenta di un partito come quello comunista: persone, uomini e donne che parlano, a volte con ironia altre con rabbia, di qualcosa a cui tengono e a cui vogliono partecipare.