Studente di Lettere presso l'università di Genova, si occupa della sezione Cinema del Prosperous Network. Appassionato (ovviamente) della settima arte, ma anche di musica e letteratura. Tra l'aria condizionata e il Papa, sceglie l'aria condizionata

Operazione Dynamo

Tra il 27 maggio ed il 4 giugno 1940, nella città francese di Dunkerque (comune che conta ad oggi 91,412 abitanti), ebbe luogo l’operazione Dynamo; ricordata anche con il nome di “miracolo di Dunkerque”, essa portò all’evacuazione di 338,226 soldati tramite imbarcazioni di ogni sorta, dalle navi militari ai pescherecci.

Questo episodio di fuga dal nemico Nazista è il protagonista del nuovo film di Christopher Nolan, Dunkirk. Uscito nelle nostre sale il 31 agosto, l’ultimo lavoro del regista britannico è stato accolto benissimo da pubblico e critica, tanto che sembra che da settimane a questa parte non si parli d’altro. Un evento cinematografico, insomma.

Ma procediamo con calma e senza spoiler eccessivi (per ora).

Trama

Dividendosi tra il molo (dove i soldati aspettano una via di fuga), il mare (che i civili tentano di attraversare dopo che la Royal Navy ha ordinato ai proprietari di barche di qualsiasi tipo di dirigersi a Dunkerque e di aiutare nell’evacuazione) ed il cielo (palcoscenico di tre Spitfire), il film segue più personaggi e più linee temporali.

Sul suolo francese, Tommy (Fionn Whitehead) cerca un modo per fuggire ed attraversare la manica: prima, con l’aiuto di un altro soldato, tenta di imbarcarsi in una nave ospedale, poi, dopo aver recuperato Alex (Harry Styles), sale su un’altra imbarcazione che però viene affondata da un U-Boot.

Sulle coste inglesi invece, dopo l’ordine della marina, il signor Dawson (Mark Rylance) decide di partire insieme a suo figlio Peter; a loro si unisce anche George, un amico del figlio, nella speranza di poter aiutare. Mentre sono in viaggio, i tre notano un un soldato seduto sopra un relitto galleggiante. Dopo averlo fatto salire, egli si rivela in un profondo stato di shock e, dopo aver scoperto che l’imbarcazione è diretta verso Dunkerque, cercherà in ogni modo di invertire la rotta.

Nel frattempo, i piloti Farrier (Tom Hardy, che ha l’indicatore del carburante rotto), Collins e il loro caposquadra sono in viaggio verso la Francia per dare supporto aereo alle truppe in attesa sulle spiagge.

Un’ora, un giorno o una settimana

Al giorno d’oggi sono pochi i casi in cui un regista, apprezzato quasi unanimemente dalla critica, riesce a portare persone al cinema solo grazie alla sua firma: Tarantino, Allen (poche sì, ma sempre fedeli), forse Scorsese.

Sicuramente Christopher Nolan.

Questo perché il cineasta di Londra si è sempre posizionato su un sottile filo che sta tra il cinema d’autore e il blockbuster. “Grande tecnico ma sceneggiatore mediocre” è la critica che più spesso gli viene attribuita, anche dal sottoscritto.

Quello che è impossibile non riconoscere però è come Nolan, nell’era dei Micheal Bay e degli Zack Snyder, sia riuscito a coniugare (quasi sempre con successo) grandi budget ed una poetica personale. Un pensiero, una riflessione sempre presente nei suoi film; la speranza, la memoria ed il tempo sono gli elementi cardine del suo cinema.

ll tempo in particolar modo, in Dunkirk così come in Interstellar, Inception e Memento, è sfasato, relativo e malleabile. Una settimana di inferno passa per chi si trova sul molo, un giorno per i civili che tentano un disperato salvataggio, un’ora per i piloti dell’aeronautica. Questo, per quanto (come già detto) estremizzi e forse completi la visione di un autore, diventa per pellicola un arma a doppio taglio: se le vicissitudini della compagine di Styles e della barca di Rylance sono appassionanti perché portatrici di contrasti straordinariamente umani (seppur volutamente non empatizzanti), quelle del sempre mascherato Tom Hardy lo sono molto meno. Troppo spazio è lasciato ai combattimenti aerei tra caccia tedeschi ed inglesi che, per quanto tecnicamente perfetti, alla lunga finiscono per annoiare.

Mostrare gli uomini in guerra è più interessante che mostrare la guerra, insegnano Kubrick, Malick e Rosi.

“We shall fight on the beaches”

Un aspetto interessante è il fatto che il nemico non sia mai mostrato (ed Hitler mai nominato, così come la parola “nazista”) ma comunque avvertito. I soldati sono sempre, inevitabilmente in pericolo, sia per bombardamenti della Luftwaffe che per il tiro al bersaglio dei cecchini tedeschi. Questa caratteristica aiuta lo spettatore ad entrare completamente nel clima di tensione continua presente sulla spiaggia francese. Non a caso, Dunkirk è il film più breve di Nolan: tenere un ritmo così alto per troppo tempo avrebbe portato ad un risultato opposto alle aspettative.

Per buona parte della pellicola inoltre, lo sceneggiatore/regista è riuscito a stare a debita distanza da patriottismi inutili ed anzi dannosi. Solo per buona parte però, perché sul finale, (e qui un minimo di spoiler va fatto) dopo la riuscita della grande impresa, sentire la voce di un soldato leggere il famoso discorso di Wiston Churchill alla Camera dei Comuni è forse esagerato e fuori luogo. Così come lo sono le sporadiche frasi ad effetto del comandante Bolton, interpretato da Kenneth Branagh: “Sono la patria” (riferendosi ai civili in arrivo) e “io resto per i francesi” hanno un retrogusto morale forzato che in un war movie andrebbe, a mio avviso, sempre evitato.

Sulla stessa linea d’onda vi è la scelta di far atterrare il personaggio di Hardy sulla parte di spiaggia ormai completamente in mano ai tedeschi: evitabile dal punto di vista logico (e quindi debole in sceneggiatura) ma voluta probabilmente per creare una sorta di eroismo sacrificatore a cui pilota Farrier sembra destinato fin dai primi minuti.

The Mole

Per quanto riguarda la catarsi nel conflitto, una grossa fetta di merito va al lavoro fatto da Zimmer e Nolan sul suono. Rumori e musiche, spari e ticchettii si mescolano in una sinfonia continua e straziante. In particolare è degno di interesse l’utilizzo che il compositore tedesco ha fatto della Scala Shepard: suonando una scala su ottave differenti e variandone l’intensità, si ottiene l’illusione di una scala che sale in modo indefinito.

Ciò è stato ben spiegato da Vox, nel video qui sotto:

Il pathos delle musiche di Zimmer segue quello Dunkirk, lo aumenta, diventando fondamentale interprete dell’ossessione di Nolan, il tempo, che forse è l’unico vero nemico tangibile del film.