Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, calcio, libri di storia e palestra, la mia vera fissa, mi appassiono alla politica nostrana.

Voglio condividere con tutti voi lettori una riflessione da studente di scienze politiche in erba che si avvia a concludere il suo secondo anno.
Molto spesso non ci si sofferma abbastanza su quello che uno studente o un laureato in scienze politiche e discipline affini sviluppi rispetto al resto delle persone, che pur non essendo preparate disciplinarmente si avventurano senza problemi in analisi politiche talvolta anche di tutto rispetto. Capita spesse volte che ci si senta dire che in fin dei conti la teoria è una cosa e la pratica invece è un’altra, quasi come se si volessero sminuire l’approccio e le conoscenze maturate dagli studenti di fronte a una realtà delle cose ben diversa da quella che si apprende sui libri. Questo ragionamento, per quanto anche sforzandosi sia comprensibile, è del tutto sbagliato. Lo studente di scienza politica si vede materializzare di fronte a sé una visione della politica che ai più risulta essere un filo complicata, e di fatto matura una visione dualistica della realtà: da un lato abbiamo le mosse politiche così come sono presentate dagli stessi attori, dai giornali, dai mass media e quant’altro, dall’altro lato abbiamo invece un registro di lettura diverso, più pragmatico, votato al disincanto e alla razionalità, cosa che viene vista dai non addetti ai lavori come roba poco utile, “pura teoria”.

La realtà è ben diversa, studiare scienza politica e saperne usare gli strumenti significa avere i mezzi per capire la politica secondo un registro di lettura più complicato rispetto a quello canonico e semplificato di cui usufruisce la massa. Si può dire che c’è una politica come appare ed una politica come è, una politica semplificata ed una invece spesso più difficile da digerire. Insomma, si vive un dualismo disorientante.
Volendo scomodare il grande Arthur Schopenhauer, si potrebbe prendere in prestito dalla sua filosofia un concetto chiave e renderlo utile alla scienza politica: la politica che ci viene proposta quotidianamente è come quel “Velo di Maya” che non permette di andare oltre la comprensione di una realtà illusoria. Lo scienziato politico dispone degli strumenti per squarciare il “Velo di Maya” e venire a conoscenza della realtà propriamente detta (mi perdonino i filosofi per l’eresia!).

Tutto ciò è un concetto che ho cercato di far passare scrivendo qui sul Prosperous Network, ho cercato di essere chiaro a riguardo quando ho trattato il tema delle dinamiche elettorali per esempio, oppure quando ho cercato di spiegare l’assetto partitico: c’è una chiave di lettura, diciamo così, che spesso rimane oscura ai più, e che invece studiosi di discipline attinenti – ma anche tutti gli appassionati più pragmatici e votati all’astrazione, sia chiaro – riescono a cogliere.

Uno scoglio bello grande in cui ci si imbatte nell’arco della formazione politica è poi il prendere parte alla politica attiva. Direte “che c’entra questo ora?” e avreste anche un po’ ragione. Ma ciò che voglio dire è che venire a conoscenza del mondo della politica al suo interno permette di toccare con mano quel palcoscenico che da studiosi in erba si è solo potuto ammirare e criticare, sviscerandone le finzioni, smascherandone la pura retorica ed apprezzandone anche la concretezza, quando possibile. Trovare un equilibrio fra ciò che si è studiato (e dunque i meccanismi che sappiamo essere dietro a certe mosse politiche) e l’appoggiare e farsi partecipi di battaglie fatte passare come di principio o di valore significa fare un lavoro molto faticoso. Forse è per questo che di grandi politologi che si immergono a tempo pieno nella politica attiva ce ne sono ben pochi, i più rimangono inchiodati al campo delle teorie, degli studi e delle pubblicazioni, perché sarebbe indispensabile, una volta squarciato il “Velo di Maya”, in qualche modo rattopparlo e rimetterselo davanti agli occhi quando necessario per poter mettersi al pari degli altri attori politici. Insomma, in parole povere bisognerebbe far finta di nulla di fronte a realtà molto profonde e non sempre belle per portarle ad una semplificazione talvolta imbarazzante, così da poter abbracciare quella retorica politica accessibile a tutti, finendo per convincersene.

Certo, ora il mio intento non è quello di estremizzare, ci sono anche molti momenti in cui la politica come appare somiglia moltissimo alla politica come è, ed è per questo che comunque non può esistere uno scienziato politico che non si dica di centrosinistra piuttosto che di estrema destra piuttosto che moderato, e chi più ne ha più ne metta; l’appartenenza politica è un qualcosa da cui nessuno o quasi può scampare, tuttavia vi è un pragmatismo che contraddistingue queste persone che permette loro di essere un po’ meno sbilanciate, un po’ meno tifose.

Voglio quindi proporvi un paio di esempi di lettura pragmatica della politica, per cercare di far passare il concetto espresso finora, e per chiarire meglio di fronte a quale bivio si trovi uno studente che provi ad immergersi nella politica attiva. Ecco a voi due episodi da poter leggere in due modi diversi:

1. Gli “errori” dei politici umili e la rabbia degli scissionisti

Talvolta i politici ostentano un’umiltà quasi fuori dall’ordinario. “Sono pronto a fare un passo indietro” è una citazione che la nostra mente può facilmente associare a tante nuove e vecchie conoscenze. Si dà l’idea di essere umani, di aver compreso un errore (che per carità ci può stare), quando probabilmente si sta solo indorando la pillola agli elettori nel momento in cui ci si accorge che è conveniente un cambio di strategia. È così che per esempio i principali esponenti politici, senza escluderne neanche uno, hanno recentemente cambiato opinione rispetto alle possibili leggi elettorali da adottare. C’è stato chi da un virtuoso maggioritario ha mutato le proprie posizioni nel segno del dialogo, chi da grande avversario dell’Italicum ha cominciato invece ad accarezzare l’idea di utilizzarlo per accelerare le operazioni di voto, e chi ancora ha adottato una linea partitica del tutto diversa a seguito del mutato palcoscenico elettorale facendola passare per una scelta di principio. Non mi spingo oltre e non entro nel dettaglio, ciò che voglio dire è che ci si può fermare a questa lettura oppure si può andare più a fondo, squarciando il “velo” per cogliere cos’è che fa compiere tutti questi giri di valzer ai politici. Si scopre che a far cambiare idea sulle varie leggi elettorali sono i mutati sondaggi, così che l’Italicum non calza più tanto bene ad un partito e comincia a diventare più conveniente per un altro, e si scopre anche che a far mutare l’assetto partitico non sono questioni di principio bensì questioni di adattamento al sistema. Rossi e Speranza – così come Alfano seppur in maniera molto più blanda -, tanto per citarne alcuni, portano avanti una feroce battaglia sputando nel piatto dove hanno mangiato fino a ieri l’altro quasi esclusivamente per poter raggiungere il massimo bottino nel nuovo assetto proporzionale. Ecco spiegato ad esempio come il Presidente della Regione Toscana, da dichiarato futuro candidato del PD, si sia trasformato nel più agguerrito degli scissionisti nel momento in cui si è materializzato un orizzonte di tipo proporzionale e non più maggioritario. Allora non esistono questioni di principio? Esistono eccome, non voglio estremizzare troppo, la politica è bella anche e soprattutto per le sue battaglie valoriali, ma talvolta sfortunatamente i principi diventano puri specchietti per le allodole.

2. La nascita dei grandi partiti, PD e PDL

Analizzando il periodo di stabilità della Seconda Repubblica, all’incirca il decennio 2001-2011, ricordiamo quasi con nostalgia il periodo in cui nascevano i grandi partiti di Centrodestra e Centrosinistra, dopo una fase di assestamento delle maxi coalizioni. Tutti avevano chiara una missione, ovvero quella di permettere ai cittadini di esprimersi nella maniera più responsabilizzata possibile, scegliendo fra due netti schieramenti di destra e di sinistra, le quali potevano finalmente essere unificate in due grandi partiti avversari, dando al popolo di fatto la possibilità di pronunciarsi in maniera chiara sul nascituro governo e parlamento.

Se questo è lampante per tutti, è meno chiaro che Partito Democratico e Popolo delle Libertà non sarebbero mai nati se prima di tutto la meccanica elettorale non li avesse favoriti. Gli ideali, per carità, c’erano e ci sono, sicuramente sono stati fondamentali, qualche politico magari ha potuto addirittura lottare per un proprio sogno, per esempio unificare finalmente il centrosinistra, è una cosa in cui credo sul serio, ma forgiare una creatura come il PD in un contesto privo del pesantissimo premio di maggioranza del Porcellum (legge Calderoli 2005) o comunque di un assetto maggioritario, non solo sarebbe stato meno conveniente, probabilmente non sarebbe mai accaduto, e forse non avremmo mai potuto ascoltare le ispiratissime parole di Veltroni, fondatore del partito nel 2007, ricordate come un mantra dai militanti dem. Si consideri inoltre che in quegli anni i partiti di csx avevano dimostrato di dare il meglio di sé quando racchiusi sotto un unico simbolo, cosa che non poteva più essere fatta proprio per via del Porcellum, confezionato furbescamente ad arte dalla destra berlusconiana: nella scheda elettorale infatti le coalizioni venivano rappresentate non più sotto un unico stemma, bensì secondo una sequenza di simboli delle varie componenti incasellate le une accanto alle altre; questo ha lasciato due sole opzioni alla sinistra: il partito unico o la perdita di voti. Benvenuto centrosinistra unito, benvenuto Partito Democratico!
Il cdx si è allineato solo l’anno successivo quando lo scenario è divenuto maturo anche per la nascita del PDL.

Nelle immagini: come cambia la scheda elettorale col Porcellum fra le politiche del 2006 e quelle del 2008 , prima e dopo la nascita del PD, datata 2007. Si può notare bene come la coalizione di csx si presenti in maniera molto diversa all’elettore nei due casi.

Conclusione

Probabilmente non avrò reso fino in fondo l’idea che cercavo di dare, forse perché gli esempi non saranno stati poi per tutti così difficili da digerire. Ciò che voglio sottolineare però è che la scienza politica sia qualcosa per stomaci forti, di non immediata comprensione, che spesso lascia anche un po’ di stucco: dietro a tutto si può sempre leggere un’interpretazione all’insegna della convenienza e della strategia dei politicanti ben lontani dalla visione edulcorata data dai media. Si combatte per i valori, sì, in fondo i politici non sono robot, credono come noi in qualcosa (la mia trattazione non deve trasformarsi in una visione populista del “noi” contrapposto al “loro”) tuttavia le dinamiche alla base della politica sono di una profondità ed una complessità spesso disarmante. Come dicevo noi studenti di scienza politica non siamo certo un’élite, anche gli appassionati più disincantati, e qua fra i nostri lettori ce ne sono molti, riescono a fare questo genere di ragionamenti, magari non in maniera perfettamente corretta, ma non è quello l’importante. Solo che di fronte a questi c’è una massa di affezionati alla politica che crede che i propri politicanti preferiti agiscano sempre con chiarezza ed onestà, mentre soltanto gli oppositori siano caratterizzati da furbizia, da doppio gioco, da strategie non esplicite. Insomma, tifosi. Riprendendo un esempio già spiegato, uno studioso che si trovi a dialogare con militanti di sinistra e centrosinistra che si arrovellano per capire le cause ideologiche della scissione PD, a mio parere farà un po’ fatica a calarsi in quel determinato contesto, combattuto fra le questioni “di cuore” e quelle più tecniche, non so se riesco a spiegarmi.

È questo il dilemma dello scienziato politico, riuscire a fare politica mettendosi una casacca ma facendo in modo di non acquietare il proprio spirito critico; tutti hanno una propria visione partigiana della cosa pubblica, anche il politologo, ma in certi frangenti egli farà fatica a farne una bandiera. Come detto, queste sono solo le riflessioni di uno studente in fin dei conti non ancora a metà del proprio percorso, anzi, dato che non si smette mai di imparare dovrei dire di aver fatto solo il primo, piccolo passo. Chissà quali altre sorprese riserverà la politica attiva al mondo di noi giovani accademici!

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