Studente presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, scrittore per il Prosperous Network. Fra fumetti, calcio, libri di storia e palestra, la mia vera fissa, mi appassiono alla politica nostrana.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri si è dimesso a seguito di una sconfitta quasi telefonata e di un’uscita di scena in grande stile, che pone il leader sotto una luce del tutto nuova.

Ciò che aveva proposto di attuare era più grande di lui, si sapeva, era chiaro a molti.
All’orizzonte si delineano i profili degli esponenti dell’opposizione che nonostante le possibilità continuano a sbranarsi tra di loro e a distruggere le proprie possibilità di consenso al parlamento.

Il Capo di Stato deve prendere una decisione, l’attesa è spinosa.

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Eppure, gira e rigira, lui sarà sempre lì: qualcuno lo chiama “dittatore”, qualcun altro semplicemente lo conosce per quello che è: Giovanni Giolitti.
Classe 1842, lo statista di Dronero ha lasciato un segno indelebile in Italia, tanto da dare ad un’epoca intera della nostra storia il suo nome.
Il richiamo alla situazione attuale è voluto: un’Italia che usciva dalla Crisi di Fine Secolo (‘800) per addentrarsi in un periodo prima di stabilità e poi di sviluppo, e un’Italia che si sta consolidando stabile nei dati macroeconomici dopo la grandissima crisi post 2007.
Ci sono le riforme, quelle di allora e quelle di oggi, giudicate tappabuchi e non strutturali, c’è il modus operandi abbastanza cauto di Giolitti che ha forse trovato un epigono nell’approccio Renziano, seppur con le dovute distanze; sono epoche diverse, la società è diversa, la politica e il sistema istituzionale sono diversi, ma il succo rimane lo stesso, la sensazione percepita è quella che non ci sia nessuno che possa portare avanti il governo meglio di loro.
Anzi, sembra proprio che nessuno riesca a durare più di 5 minuti.
C’è uno stile, un approccio, quello dell’uomo solo al comando, trovatosi nel posto giusto al momento giusto, il coccolato dal Re di casa Savoia e il prescelto di “Re Giorgio”, l’odiato dallo strato più basso dell’opinione pubblica: da un lato il “Ministro della malavita”, dall’altro il “Ducetto di Rignano sull’Arno”.
La storiografia è stata di primo acchito poco generosa verso Giovanni Giolitti, uomo concreto in realtà, molto abile politicamente, certo caratterizzato da luci e ombre, per poi ricredersi molti anni più tardi: ecco riscoperto uno dei più grandi statisti del primo ‘900, sicuramente il più grande del Regno d’Italia insieme a Cavour.
Promettere che pure il “ducetto” Renzi possa ricevere un posto nel pantheon delle leggende politiche -stavolta della Repubblica- è assai azzardato, anche perché si tratta di un solo governo, seppur lungo, di 1000 e rotti giorni, ma ha comunque dalla sua i numeri che a lungo andare saranno la sola cosa ricordata: ha traghettato il paese da un -2,3% del pil a un +1%, sotto di lui l’economia si è stabilizzata nelle misure macroeconomiche e le famiglie hanno cominciato timidamente a investire di nuovo. Immaginata la proiezione a lungo termine di un cammino politico appena iniziato, l’accostamento regge un pochino di più.
Poi, si possono addurre tutti i giudizi di valore che si vogliono alle politiche, agli atteggiamenti, ai possibili errori, ai risultati che potevano essere più ampli, ma il paragone emerge prepotentemente fra il primo Giolitti e questo primo Renzi.
Una delle critiche mosse all’esecutivo dell’ex sindaco di Firenze è proprio che quei discreti numeri raggiunti si sarebbero comunque avuti, con o senza di lui. Ma non era forse quello che veniva (e viene) detto anche del buon Giovanni?
La prima fase dell’età giolittiana inoltre, dal punto di vista della stabilità, col ministero dell’interno del governo Zanardelli del 1901 e poi la presidenza del consiglio, ha rappresentato una fase di distensione economica e politica, dopo i disastri del terzetto Rudinì-Pelloux-Saracco.
Parallelamente non si può che riportare alla memoria, sempre con cautela, l’instabilità dalla caduta di Berlusconi, il tecnico Monti, l’impasse Bersani, e il governo quasi transitorio di Letta.
Il paragone che sembrava traballante fila sempre di più.
Ed eccoci al nodo: quando le acque si facevano agitate, Giolitti lasciava il proprio incarico, non prima però di essersi erto a promotore di una causa che sapeva non avrebbe trovato consensi, che lo avrebbe quasi travolto, ma che lo avrebbe anche posto sotto una luce diversa.
Poi, dopo un periodo di silenzio, un po’ di mesi di riposo nella sua residenza in Piemonte, rieccolo: c’era bisogno di lui che, di buon grado, tornava a servire il Re e la patria. Molti ritengono che Renzi possa ripercorrere proprio questa strada; un politico poco più che quarantenne non può certo dirsi fuori dalla scena, sarebbe ingenuo credere davvero in un ritiro permanente a vita privata.
L’opposizione poi è di quella frammentata, che tutto vuole e poco stringe, lo si è visto nella mancata unità del centrodestra e nelle ‘prove generali di governo’ nei grandi comuni che non sono andate poi così bene per il M5s, anche se i loro progetti sono ambiziosi si stanno scontrando col crudele muro della realtà, quello con cui si era scontrato pure il povero Sidney Sonnino, che in fin dei conti voleva solo riunire la Destra sotto uno stesso tetto e fare una grande riforma strutturale per il Sud.
Ci ha pensato Giolitti, poco dopo, a prendere nuovamente in mano il governo (1906) e portare concretamente avanti quel che c’era di salvabile della politica sonniniana, secondo il principio dell’attuare ciò che è possibile e tralasciare ciò che sarebbe sembrato perfetto, bello, desiderabile, virtuoso, ideologicamente ed eticamente impeccabile: tutto ciò è e rimane nel mondo delle idee.
Staremo a vedere se anche Matteo Renzi avrà un approccio simile, un continuo ritorno di fiamma al governo e se anche per lui, fra cent’anni, la storia avrà in serbo una rivalutazione dell’operato, da “ducetto” a “statista”. Certo, sono paragoni che a distanza di più di un secolo vanno sempre fatti con doverose cautele, ci sono idee diverse e azioni non assimilabili, ma le dinamiche politiche si somigliano, e allora perché non mischiare la politica con un po’ di fantapolitica.
Intanto a noi non resta che goderci lo spettacolo.

Articolo di Stefano Ciapini, edit Matteo Manera.

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